dom 13 Gen 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?”. Ma Gesù gli disse: “Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”.

* La Giustizia dell’uomo e la gratuità di Dio

La tradizione del battesimo conferito in età infantile ha cancella­to nella Chiesa italiana la memoria del bene che comporta il battesi­mo ricevuto in modo consapevole in età adulta, forma originale del battesimo descritta nel testo evangelico. Tale memoria invece è viva e attuale nei paesi chiamati di missione dove le Chiese locali ogni an­no sono rinnovate dal cammino catecumenale degli aspiranti adulti al battesimo, a cui prende parte tutta la comunità. La differenza di modalità tra il battesimo conferito in età infantile e quello in età adulta influisce non poco sull’autenticità cristiana.

Nel battesimo all’infante o al bambino piccolo prevale la com­prensione del battesimo come iniziativa esclusiva di Dio, verso cui l’uomo ha il solo ruolo di ricevere. Prevale anche, come conseguen­za collaterale, la tendenza a ridurre il battesimo a lavaggio magico del peccato originale, il peccato che è comune a tutti, anche ai bam­bini, per il semplice fatto di appartenere al genere umano. Il bambi­no infatti non ha alcun peccato personale da farsi perdonare. Ridu­cendo il significato del battesimo al perdono del peccato, diviene in­comprensibile il fatto che Gesù, il santo, abbia voluto ricevere il bat­tesimo. In conclusione, il battesimo che il Vangelo ci annuncia appa­re qualcosa di più profondo e vitale che il battesimo della nostra tra­dizione. Dobbiamo ribattezzare la nostra tradizione e soprattutto la nostra mentalità sul battesimo nell’autentico Vangelo del battesimo di Cristo. Secondo il Vangelo il battesimo è l’unione feconda della giustizia dell’uomo e della gratuità di Dio. Ogni volta che questa unione si attua attraverso il battesimo di qualcuno, la grazia del battezzare da lui». Proprio come nei paesi di missione, è l’uomo adulto dentro di sé la natura umana, comune anche al bambino, ma fatta crescere nelle relazioni con la famiglia e la società, nel lavoro e nel riposo, nel silenzio e nella parola, nella gioia e nel dolore. In Gesù che scende nell’acqua del fiume è presente la vita umana e la crea­zione, il bene e il male che sussistono in tutti e in tutto. Gesù, rice­vendo il battesimo, battezza l’universo intero: infatti il sacramento è sempre un atto sacerdotale che santifica tutta la creazione.

Giovanni, alla vista di Gesù, si schermisce e protesta: «Sono io che devo essere battezzato da tee non tu da me». Anche l’asceta Gio­vanni è preso dalla tentazione di tirarsi indietro al sopraggiungere di Dio. Toccare Dio, collaborare e camminare assieme con lui suscita timore; è più piacevole demandargli tutto, affidarsi a lui, purché ri­manga su nel cielo e noi nella nostra quiete sulla terra. Camminare con Dio è duro! Eppure è camminando con Dio che l’immagine divi­na, impressa in noi come nostra forma originaria fin dalla creazione, si mette in movimento e agisce. Camminare con Dio significa rom­pere tutti i gusci e librarsi nelle sfide della sua giustizia.

Lo stesso Dio, che per alcuni è il sempre presente che garanti­sce il quieto vivere, per altri è il sempre assente che, proprio per­ché inafferrabile e nascosto nel cuore, non dà pace all’uomo, fin­ché non liberi le sue energie originarie e diventi attore del suo cam­mino. Gesù sperimentò la sofferenza del Padre assente soprattutto sulla croce; e fu in quella sofferenza che emise la sua energia origi­naria: lo Spirito Santo. Al Padre assente gridò: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». A chi si rivolgeva a lui chiedendo la liberazione da qualche male, Gesù rispondeva sempre: «La tua fe­de ti ha salvato, va’ in pace». Ma tra gli uomini questo Dio che ci costringe con la sua assenza a essere noi stessi è impopolare. Piace invece il Dio che ci garantisce; e molti ricevono il battesimo nel no­me di tale Dio.

«Conviene che così adempiamo ogni giustizia». Per Gesù il batte­simo è insieme lo spremere la propria forza e l’affidarsi placidamen­te a Dio. Affidarsi, proprio perché tutto è spremuto e offerto. Il bat­tesimo ha una parte che viene prima della somministrazione del sa­cramento, come un battesimo prima del battesimo. È il battesimo della vita accolta con serietà e vissuta come ricerca e impegno. Solo così l’uomo attua dentro di sé il vuoto in cui Dio riversa lo Spirito.

L’apostolo Paolo afferma di sé:« Cristo non mi ha mandato a bat­tezzare, ma a predicare il Vangelo» (1Cor 1,17). Oggi l’uomo ha bi­sogno di missionari che annuncino il Vangelo nella vita, senza fina­lizzare l’annuncio al battesimo. Il Vangelo per forza sua, nel tempo e nel modo giusto, guiderà l’uomo che l’ha ascoltato verso il sacra­mento del battesimo, nel rispetto della sua libertà.

­Il fenomeno dei battesimi agli adulti che oggi va crescendo in Italia è carico di speranza. La storia sfida la Chiesa italiana a risco­prire la sua vocazione missionaria, senza ripetersi nelle sue abitudini del passato; a scendere nella corrente fresca del fiume della storia odierna insieme con il suo Signore e ricevere un battesimo adulto. Non solo una Chiesa battezzatrice di bambini sull’onda della tradi­zione, ma una Chiesa adulta battezzatrice di adulti. Una Chiesa mis­sionaria!

p.Luciano

* La stella e la colomba

Seduto sotto l’albero, a gambe incrociate, con gli occhi aperti, immobile, trascorreva la notte. Sorse la stella del mattino e a lei vol­se lo sguardo. Lo illuminò la sua luce, ed esclamò fra sé, toccando con una mano la Terra, testimone e partecipe: «Tutto, tutti gli esseri che vivono e tutte le cose, ora insieme diveniamo di luce la via». Nel­l’alto dei cieli Brahma, il creatore, e tutti gli dèi in silenzio si inchi­narono all’Uomo. Aveva circa trent’anni.

La Stella dei Mattino di Budda e la Colomba dello Spirito di Cri­sto si librano nell’identico cielo. La stella del mattino brilla unica nel cielo e segna il passaggio dal buio alla luce: quando la luce trionfa, il suo segno scompare, ormai superfluo. È la medesima stella che rilu­ce solitaria la sera: quando vince il buio, essa sparisce, lasciando a miriadi di altre stelle il compito di perforare il cielo.

La colomba si muove libera nell’aria, portata dal suo volo e dal vento. La Colomba dello Spirito è immobile soltanto nelle immagini che la rappresentano, in realtà vola senza sosta nel cielo della sua li­bertà e non c’è gabbia che la imprigioni. La colomba del battesimo è il segno dell’immersione nella vita che senza sosta scorre e si modifi­ca. Immersione nell’acqua, che è vita, immersione nel fiume, che è il movimento, il modo d’essere e di fare dell’acqua. Ognuno è già im­merso, dalla nascita, nel fiume che è lo scorrere incessante della vi­ta: il battesimo, immersione consapevole, è l’adesione, libera e vo­lontaria alla direzione originaria di quello scorrere e l’abbandono a essa. Non altrimenti il risveglio: immersione nell’essere seduti, ride­sti, nella vita universale che scorre.

Sorge la stella del mattino
e posa il suo raggio sulla tua fronte.
Subito riversa la sua luce
nella luce del cielo.
In volo si leva la colomba.

Jiso

* Dopo l’inverno arriva la primavera

Il battesimo, spogliato dell’aspetto ritualistico, appare caratte­rizzato da due aspetti che interagiscono richiamandosi vicendevol­mente: il desiderio di cambiare da una parte; il desiderio di purifi­carsi dall’altra.

Quando si vuole cambiare l’arredamento di una stanza, prima di sistemare i nuovi mobili occorre portare via quelli vecchi ed è conve­niente approfittare del momento in cui la stanza è spoglia per bian­cheggiare le pareti. Nel battesimo avviene la stessa cosa: noi dive­niamo simili alla stanza pulita e spoglia, pronta ad accogliere i mobi­li nuovi. La stessa natura sembra impartirci questo insegnamento: l’albero, per generare le foglie nuove della primavera, deve passare attraverso la stagione invernale che lo vede spoglio, privato delle vecchie foglie ingiallite.

L’esempio della stanza ci aiuta a comprendere, ma occorre una precisazione per evitare possibili fraintendimenti: quando noi libe­riamo la stanza dai mobili vecchi e la biancheggiamo, abbiamo già acquistato quelli nuovi che attendono di esservi collocati. Nel cam­mino spirituale invece il nuovo in cui camminiamo è un dirigersi ver­so la maturità che ancora non esprimiamo. A noi dunque si richiede di rimanere spogli e puliti, certi che il nuovo, nel quale ci incammi­niamo, prima o poi si manifesterà, forse quando meno ce lo aspettia­mo; e questo nuovo è tutto quanto lo Spirito ci dispensa nei modi e nei tempi che noi non conosciamo.

È dunque la tensione verso una vita rinnovata che ci dà la forza di spogliarci e purificarci. Se manca questa tensione forse noi ritoc­cheremo un po’ questo o quel mobile; copriremo questa o quella macchia sul muro, ma sostanzialmente nella stanza non cambierà nulla.

Che cosa suscita in noi il desiderio di cambiamento? È quel senso di inadeguatezza, di insoddisfazione, spesso di vera e propria sofferenza che pervade la nostra vita; è il non sentirci realizzati nel nostro quotidiano operare, come se avessimo perso il senso e il valore dell’esistenza. Quando queste sensazioni ci assalgono, se evi­tiamo di abbandonarci a una pericolosa rassegnazione, se la paura del nuovo non ci paralizza, forse avvertiremo improrogabile il biso­gno di introdurre dei cambiamenti nelle nostre abitudini e nel nostro modo dispensare. Per alcuni potrebbe trattarsi del ritorno alla fede, per altri il cambiare lavoro, per altri ancora il nutrirsi in un modo di­verso, più rispettoso delle esigenze dell’organismo.

Forse la piccola luce che tutti noi dobbiamo accendere per ri­schiarare il mondo che appare avvolto nell’oscurità consiste proprio nel realizzare, nella nostra vita di tutti i giorni, dei piccoli cambia­menti che ci permettano di vivere in modo più armonico con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente naturale che ci circonda.

Ma vivere un rapporto più armonico, cioè essere in comunione con gli altri esseri viventi e con tutto il creato significa perdere la propria centralità, così come avviene nell’esecuzione di una sin­fonia. L’espressione corale, frutto del contributo di tutti i musicisti, ci entusiasma e ci incanta con la magia del suono, proprio perché ciascun musicista, nel momento in cui si esprime attraverso il suo strumento, non suona solo per sé.

Annamaria Tallarico

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