sab 11 Ott 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

* Il Dio che distrugge e che edifica

La parabola del Vangelo di oggi continua a presentarci un Gesù molto severo, di una severità che esula dalla nostra consueta imma­gine di Cristo. Si tratta della parabola del re che invita alle nozze del figlio molti invitati, i quali, inaspettatamente, declinano l’invito per ragioni personali. Allora il re, che ovviamente nella parabola indica Dio, si indigna e manda le sue truppe a distruggere la loro città e a passare a fil di spada quegli uomini del no all’invito, nella parabola chiamati assassini. Un vero discorso di guerra! Noi sacerdoti, nello spiegare ai fedeli la parabola, sorvoliamo su questi particolari vio­lenti, perché danno fastidio alla nostra immagine di Cristo. Invece volentieri ci soffermiamo sui dettagli della parabola del figliol prodi­go che rivela la misericordia senza confini di Dio. Oppure possiamo aggirare l’ostacolo affermando che Gesù si servì delle espressioni della cultura del suo tempo e niente più. Ma rimane l’interrogativo: perché si servì proprio di quelle espressioni?
Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle noz­ze, ma questi non vollero venire». La parabola paragona il regno dei cieli, il bene sommo verso cui tutto si muove, a una vicenda in cui si mescolano aspetti estremamente gioiosi, come la festa di nozze, e al­tri molto violenti, come il rifiuto degli invitati, la città in fiamme e le uccisioni. In altre religiosità differenti dal cristianesimo occidentale viene data molta importanza all’attività distruttrice operata da Dio, lo stesso Dio che opera la creazione di tutto. Il cristianesimo invece ha favorito un’immagine di Dio soltanto come fonte del bene. La di­struzione sarebbe opera del nemico di Dio, il diavolo. Così molti cri­stiani benedicono Dio, quando dà loro le sue grazie, e lo bestemmia­no quando si scontrano con una difficoltà. Manca la fede di Giobbe; meglio, manca la profonda comprensione del mistero della croce.

Lo stesso Gesù ci ha insegnato sia le parabole della misericordia di Dio senza confine, sia le parabole del Dio che fa bruciare la città di chi ha respinto il suo invito. E un fatto reale e innegabile: la realtà umana, che noi crediamo scorrere nelle mani di Dio, è permeata di conflittualità interiore ed esteriore. Quanti conflitti assurdi dobbia­mo constatare nel mondo! Spesso l’uomo arriva a percepire se stesso come un controsenso verso se stesso. Tutto ciò che noi deprechiamo nei mafiosi, nei guerrafondai, nei dittatori, tutto questo potenzial­mente a anche in ciascuno di noi. Un cammino spirituale che si dilet­tasse soltanto di prati fioriti o di uccellini cinguettanti, ignorando le lotte che di fatto esistono, sarebbe un’evasione egoica dalla realtà; sarebbe un’illusione.

Quando un catechista vuole testimoniare l’esistenza di Dio a chi non crede, trae argomenti da ciò che di dilettevole esiste nella vita umana: forse parla delle stelle, dei fiori, dell’ordine cosmico come prova per dimostrare che esiste un Dio creatore di quella bellezza e di quell’ordine. Ma se i petali del fiore narrano l’esistenza di Dio, anche la corruzione del corpo umano dopo la morte, anche le ferite inflitte dal prepotente sulla sua vittima, anche il bambino abortito, anche l’escremento narrano l’esistenza di Dio. «Senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste». Chi ha la vera fede coglie il legame che di fatto intercorre tra tutte le esistenze e Dio. Ma se uno discrimina tra esistenze piacevoli che manifestano di più e quelle non piacevoli che manifestano di meno, quando parla di Dio non intende il Dio che corrisponde a ciò che è, ma il Dio che corrisponde alle sue idee.

Le nozze del Figlio indicano la croce e la risurrezione. All’ultima cena, prima di istituire l’eucaristia, disse: «Io vi dico che da ora in poi non berrò pia di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio» (Mt 26,29). Il dramma della storia è vissuto da Cristo come un digiuno, in attesa che tutti arrivino alla casa del Padre: tutti, ossia gli assassinati e gli assassini, i bravi e i cattivi, gli angeli e i peccatori.

Dopo tutto chi ama attribuire al diavolo le cose brutte e a Dio quelle belle, e crede che pensare così sia la vera devozione, alla fine diventa spietato quando a costretto dalla sua logica ad affermare che i cattivi vanno all’inferno. La sua bella idea di Dio partorisce l’infer­no. Chi vede la mano di Dio anche in ciò che chiama male, nella cit­tà che brucia e negli omicidi dei marciapiedi, comprende meglio che l’inferno a questo viaggio della storia e sa che alla fine c’è il Cristo digiunante che attende tutti per aprire, brindando con lo spumante frutto della vite, il banchetto universale. L’eucaristia che celebriamo è il sacramento di questa realistica visione della fede.

p.Luciano

* L’abito fa il monaco

La parabola del banchetto nuziale completa e rende ancora tagliente la parabola precedente. LI i vignaioli, il lavoro nella vigna, la tentazione di appropriarsi dei frutti della vigna, come fosse proprietà esclusiva di qualcuno. Qui l’atmosfera è del tutto gratuita, non c’è problema di lavoro e di retribuzione: c’è solo da rispondere a una chiamata e partecipare a una festa. Non sembra difficile, eppure…

Ogni definizione che Gesù dà per indicare cosa sia il regno dei cieli, sembra fatta apposta per mettere in crisi tutte le definizioni che si possono creare nella visione di chi sente dire: regno dei cieli. Mol­to più che dare delle definizioni descrittive, Gesù sembra interessato a farci smettere di credere che il regno di Dio sia quello che credia­mo che sia. Allora è un seme, quando pensiamo sia infinitamente grande. E lievito, quando pensiamo sia una realtà ben strutturata. E luogo dove lavorare senza pensare al guadagno, quando pensiamo sia un godere i frutti. E festa assolutamente gratuita, quando pensia­mo sia luogo da conquistare con fatica e impegno. La definizione, o meglio, l’insieme delle definizioni di Gesù, a una sottrazione di tutte le definizioni possibili: Gesù afferma togliendo.

Non diversamente avviene per la definizione di nirvana nel bud­dismo. Nel Nehan gyō (Sutra del Nirvana) troviamo la seguente espressione: Nirvana è il nome del significato primario. Il nirvana del nirvana è vuoto (ku), i/ vuoto del vuoto è né sempiterno né caduco. Non è qualche cosa di stabilito, di definibile, ma ciò non vuol dire che non è. Le categorie di essere e di non essere non lo esauriscono. Vuoto in giapponese si dice ku, e si scrive con un ideogramma che dice anche cielo (in questo caso si pronuncia sora).

Il vuoto è forma, la forma è vuoto. Il Sutra del cuore della grande saggezza (Maka Hannya Haramita Shin gyō) ci dice senza perifrasi che non c’è una sostanza separata dalle forme, un vuoto estraneo al pieno. La forma di una cosa non è sostenuta da qualcos’altro dentro di lei, è vuota, e nello stesso tempo quell’esser vuoto è la forma stes­sa della cosa. La forma di una cosa è la cosa stessa, proprio nell’es­ser vuoto consiste la forma che assume. La veste di una cosa a la cosa stessa: non c’è né dentro né fuori, né indossato né indossatore.

Questo punto sembra così difficile e diverso dal nostro modo di sentire. Vorrei fermarmi un attimo a riflettere. Non per creare punti di contatto artificiali fra la sensibilità occidentale e quella orientale, ma per ascoltare echi di voci che si richiamano. Abbiamo visto che regno dei cieli e il nirvana si rimandano l’immagine di vuoto: niente può riempire il cielo, niente lo può scalfire. Ma un problema che sembra invece insolubile per far comunicare l’espressività profonda di oriente e occidente, a il concetto di persona. Se la forma è vuoto, dov’è la persona? Se la forma mutevole a la sostanza stessa della co­sa, e quindi anche dell’essere umano, dov’è la persona the a sempre quella persona, dalla nascita alla morte almeno? L’occidente sembra postulare un nucleo che non muta, nell’idea di persona. Ricordiamo allora che persona è parola non cristiana, e trae origine dal linguag­gio teatrale: persona’ era la maschera che l’attore indossava, il per­sonaggio che egli diventava, la maschera vuota che era la sua forma. In origine persona è il volto dell’attore che diviene ciò che fa.

Amico, come hai potuto entrare qui senza l’abito nuziale? Ed egli ammutolì.

I chiamati non hanno risposto, hanno preferito seguire i loro in­teressi, fare cose che ritenevano più importanti che andare alla fe­sta: chi è andato al campo, chi ai propri affari. Allora gli invitati ven­gono presi senza criterio selettivo, tutti quelli che erano in strada, buoni e cattivi, affaccendati e sfaccendati: non si entra sulla base dei calcoli di merito che elaboriamo per noi stessi. Il nostro compito non è accumulare meriti per entrare: a invece indossare l’abito nuziale alle nozze. Al lavoro con l’abito del lavoro, alle nozze con l’abito delle nozze, al lutto con l’abito del lutto, alla preghiera con l’abito della preghiera, alla festa con l’abito della festa. L’abito é chi lo in­dossa. Solo se l’abito è chi lo indossa a un vero abito, altrimenti a un paravento. Solo se si diventa l’abito che si indossa per l’occasione, si è in armonia con la situazione che si vive. All’invitato non è chiesto di essere degno di partecipare alle nozze: non gli sarebbe possibile. Gli ê richiesto invece di indossare l’abito appropriato, di annullarsi nell’abito, facendo come se fosse degno. In questo senso la pratica religiosa a il come se. Il come se sincero nasce dalla coscienza di non essere degno e dall’accettazione dell’abito, della maschera, della forma giusta per diventare quella forma. Per questo a importante l’abito della nozze, la posizione dello zazen, la forma fisica con cui si prega. Il re punisce la presunzione di chi, immeritatamente invitato, si presenta così, senza conformarsi. Siamo sul filo di un rasoio taglientissimo e qui corre il cammino religioso: lo stesso comporta­mento può essere dettato da ipocrita conformismo o da sincera ac­cettazione. Impariamo a guardare nel nostro cuore e a capire da che parte stiamo.

[1] Latino persona risalente forse al greco prosopon «maschera» attraverso l’etru­sco phersu. DEVOTO, Avviamento alla etimologia italiana, Mondadori 1985.

Jiso

* Spogliarsi dell’abito vecchio

Che cos’è la conversione? Probabilmente ci viene naturale ri­spondere che si tratta di un cambiamento radicale che pub essere improvviso o conseguenza di un travaglio interiore, più o meno lun­go. In ogni caso questa grande trasformazione non appare conse­guenza di una scelta ragionata e consapevole: gli episodi celebri di conversione, basti pensare per tutti a quella di s. Paolo, appaiono suscitati dall’intervento della grazia, quasi fossero parte di un dise­gno divino che si realizza indipendentemente dalla volontà del­l’uomo.

Un secondo aspetto, che potremmo rilevare, a che la conversio­ne presuppone il fatto che si viva una vita non autentica, fuori della verità: in altri termini che la grazia intervenga laddove c’è l’errore, cioè dove i comportamenti e be scelte appaiono volti ad arrecare danno a sé e agli altri. Un ultimo aspetto relativo alla conversione è che questa ci appare come un evento che si realizza una volta per tutte: ossia, semplificando al massimo, potremmo dire che il cattivo, grazie alla conversione, diventa buono ed è a posto per tutta la vita. In conclusione tutte queste riflessioni alimentano in noi la convin­zione che la conversione sia un evento raro e prodigioso che non ci tocca più di tanto visto che, tutto sommato, noi non siamo in fondo tanto cattivi.

La parabola degli invitati al banchetto nuziale che ci viene pre­sentata questa domenica ci aiuta a vedere la conversione in una Luce totalmente diversa e con un atteggiamento meno distaccato. Quella grazia, che sembra dirigersi solo verso alcuni, prodigiosamente chia­mati a rinascere a nuova vita, non opera in realtà una scelta di perso­ne, come è testimoniato dall’invito rivolto a tutti di partecipare al banchetto nuziale. E vero però che alcuni accolgono l’invito, altri no. Ciò significa che a il nostro atteggiamento che rende possibile a quella grazia di operare dentro di noi oppure no. L’impedimento ad accoglierla a l’essere assorbiti da tanti impegni, da tante attività e dai tanti pensieri che a quelle attività sono connessi: «E andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». L’inattività e il silenzio in­teriore cui si accede con la meditazione appaiono la strada per rea­lizzare quel momento di pausa, di interruzione dal nostro frenetico operare, che ci permette di diventare un terreno adatto ad accoglie­re l’intervento della grazia. Ma la parabola elimina anche un altro equivoco: quello cioè di ritenere che la conversione sia un evento che riguardi solo i cattivi. Si legge infatti che il re, rivolgendosi ai ser­vi, disse loro: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali». Se alla grazia è dato spazio chi è carbone diventa diamante; chi è diamante acquista una nuova lucentezza e purezza. Tutti noi, qualunque sia il nostro livello di evoluzione spirituale, abbiamo bisogno di crescere, di trasformarci; dobbiamo essere disposti a spogliarci dell’abito vecchio, perché solo così potremo indossare l’abito nuovo, l’abito nuziale.

Annamaria Tallarico

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