* Il dialogo cristiano-buddhista attualità nascosta

Conoscendo e apprezzando «CredereOggi», ho fatto la scelta di impostare questo articolo come riflessione sul dialogo cristiano­buddhista in atto nel nostro momento storico, piuttosto che come trattazione generale che mette a confronto principi in modo astratto. Ciò può deludere chi avrebbe preferito una relazione schematica ed esaustiva sul dialogo fra cristianesimo e buddhismo; tuttavia è di conforto il fatto che ogni fenomeno religioso nasce sempre da un’ e­sperienza storica, il cui significato chiaro e distinto viene sviscerato nei secoli futuri. Sono certo che il senso religioso del dialogo cristia­no-buddhista farà compagnia ai credenti sia del versante cristiano sia di quello buddhista per i prossimi secoli.

Le religioni sono nate trasudando dalle esperienze coinvolgenti di uomini che hanno messo in gioco tutta la loro vita nella ricerca del senso profondo dell’ esistenza e il dialogo interreligioso deve riverbe­rare della stessa serietà. Il dialogo, quindi, comporta anche tensioni, a volte perfino attraversa gelosie e risentimenti, come avviene fra un giovane e una giovane quando la semplice amicizia cede il posto a un rapporto più coinvolgente. Soprattutto chiede il tempo lungo di ogni iniziativa seria. Il dialogo solo di facciata si esaurisce in moine e sorrisi; quello vero conosce la fatica, la croce, la morte e la risurre­zione. Il dialogo «ha proprie motivazioni, esigenze, dignità; è richie­sto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole».[1]

Oggi il buddhismo, soprattutto nella sua essenzialità zen, eserci­ta sull’uomo cristiano dell’Occidente un richiamo che chiamerei esi­stenziale, nel senso che penetra nello scrigno della coscienza dove l’uomo racchiude le convinzioni che riguardano il senso del suo esi­stere. La penetrazione buddhista in atto nella nostra Italia e nell’Eu­ropa evoca il fenomeno di quella cristiana nell’impero romano all’i­nizio del II sec. L’apparato esteriore permaneva tradizionalmente intatto: i riti religiosi che intessevano la vita sociale e politica restavano quelli di un secolo prima, dell’era aurea di Augusto, quando il fale­gname di Nazaret, figlio di Maria e Giuseppe, era ancora infante e il vangelo non era ancora stato pronunciato con le parole storiche del­l’uomo. Tutto sembrava immutato e immutabile. Ma, sotto quella coltre del tutto sempr~ uguale, qualcosa si muoveva. L’imperatore T raiano, interpellato da Plinio il giovane su come trattare i cristiani sempre più numerosi nell’ Anatolia (attuale Turchia), rispose di non far loro caso, a meno che suscitassero qualche problema su cui non si potesse soprassedere. In quel clima d’apparente immutabilità, di fatto il seme cristiano si trasmetteva. da cuore a cuore. Due secoli dopo l’imperatore Costantino, consapevole che tutto era cambiato e che non era più pensabile il ritorno alle antiche tradizioni, pubblicò l’e­ditto di Milano.

La penetrazione buddhista nell’Europa odierna è un fenomeno assai simile. Ormai non c’è villaggio che non sia visitato da qualche richiamo buddhista, forse sotto il nome di un qualsiasi centro di di­scipline orientali. E impressionante come il Buddha o lo zen diventi­no familiari fra i giovani italiani, studenti ma anche lavoratori; basti osservare i tatuaggi che amano praticarsi sul corpo, quasi tutti eco di orientalità. L’ambiente dei gruppi ecologici italiani, di fatto, ha adot­tato il buddhismo quale riferimento religioso principale come si de­duce da una qualsiasi rivista di questo settore. Nella libreria Monda­dori di Corso Vittorio Emmanuele in Milano, una delle maggiori della città, il settore buddhista occupa uno spazio maggiore di quello cristiano. Tutti sappiamo che le librerie seguono il criterio del pro­fitto, il che equivale a dire che i clienti interessati al buddhismo sono più numerosi di quelli del cristianesimo. Mentre ciò avviene, l’appa­rato della chiesa cattolica appare non intaccato dal fenomeno: la chie­sa tende a comportarsi come se tutto fosse immutato e immutabile in un’Italia tradizionalmente cattolica; o, meglio, in un’Italia dal cattolicesimo tradizionale.

[1] GIOVANNI PAOLO lI, Lettera enciclica Redemptoris missio (07.12.1990), n. 56.

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