sab 10 Set 2005 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

18:21 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 18:22 E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. 18:23 A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 18:24 Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 18:25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 18:26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 18:27 Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 18:28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 18:29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 18:30 Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. 18:31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 18:32 Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 18:33 Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 18:34 E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 18:35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

* Quando chi calcola va in tilt

«Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». Mentre Pietro rivolgeva questa domanda a Cristo, con la sua mente andava calcolando che cosa comportasse per lui perdonare fino a sette volte. Sette è il numero che dice il ciclo del tempo biblico, suddiviso appunto in settimane. Indica una certa quantità perfetta, tanto da formare un ciclo; ma anche imperfetta: infatti il ciclo si ripete continuamente. Sette quindi è il numero che corrisponde alle misure care all’uomo: fino a un certo punto, ma non troppo. Probabilmente per Pietro perdonare fino a sette volte significava perdonare con buon senso: né poco, né troppo. L’intelligenza umana sostiene questa discrezione delle cose: infatti senza perdonare non si può vivere in pace; ugualmente per sopravvivere bisogna pure farsi valere. Un certo grado di vendetta e di resa dei conti verso chi ci fa del male dà sicurezza. Pietro si rivolgeva a Cristo coi piedi ben poggiati sulla terra del buon senso.

«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Alla risposta di Gesù, che sembra giocare coi numeri, il calcolo di Pietro andò in tilt e i numeri si scompaginarono sul video della sua mente. Quanto fa settanta volte sette? Forse Pietro voleva seguire ulteriormente il calcolo; ma la parola che subito Gesù aggiunse non gliene diede il tempo. Come per un blackout quella pista era stata cancellata. L’uomo è sempre tentato di dosare ciò che è divino allo scopo di farlo combaciare con i parametri umani. Nelle antiche Chiese d’occidente il Vangelo di Cristo, con il passare dei secoli, fu spesso adattato, o meglio sterilizzato, al punto tale da farlo convivere pacificamente con la cultura degli uomini occidentali. Così addomesticato, il Vangelo non dice niente di più di ciò che la coltura occidentale è disposta ad accogliere in fatto di religione. Dice solo i pii pensieri che fanno bella figura sul vestito del capitalismo: insegna a fare l’elemosina ai poveri e questa bell’azione è resa possibile proprio dalla rincorsa al guadagno! Quindi, guadagnare proprio per fare del bene agli altri; o, meglio ancora, fare del bene agli altri per giustificare la propria brama di guadagno. È il calcolo del sette. Finita una settimana ne comincia un’altra.

«Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». Il cammino di fede stabilisce una relazione di profonda somiglianza fra l’uomo e Dio. La parabola narrata da Cristo è una perfetta pedagogia che c rende consapevoli di che cosa significhi essere simili a Dio. Lo fa semplicemente aiutandoci a ricordare il nostro passato. Come a noi è stato perdonato molto, così anche noi dobbiamo perdonare molto. Il perdono perfetto nasce soltanto dall’esperienza che, se noi ora esistiamo e siamo qui, ciò è soltanto grazie al molto perdono che abbiamo ricevuto e che riceviamo continuamente. Nasce come gesto gratuito, del tutto ovvio e consequenziale.

Il perdono è il messaggio che il Vangelo di Cristo ribadisce maggiormente e che piò essere considerato l’essenza della fede Cristiana. È l’ambito che meglio presenta a un buddista lo specifico dell’esperienza cristiana. In un suo libro padre Shigheto Oshida, un domenicano giapponese, narra come la fede dello Zen lo abbia condotto a incontrare Cristo, per cui afferma di sé: io sono cristiano proprio perché buddista. Era ancora giovane, ingaggiato nella guerra russo-giapponese, quando incontrò per caso un vero cristiano, un soldato canadese. Il giorno dopo, sul campo di battaglia, chiese il battesimo cristiano e gli fu conferito.
Il buddismo è quella profonda esperienza religiosa che da oltre due millenni sostiene molti popoli orientali nell’adempiere il dovere della vita con profonda umiltà e compostezza. A fondamento dell’esperienza religiosa buddista sta la convinzione che tutto è inconsistente, compreso quell’io empirico che con le sue illusioni è alla radice del dolore. La via buddista conduce a compiere il cammino della vita nella spiritualità del vuoto, vivendo appieno il momento presente e offrendo completamente nell’attimo stesso in cui lo si vive, senza lasciare strascico alcuno. La spiritualità del vuoto è la base della dedizione concreta della vita e viceversa. Il soldato Shigheto Oshida ricevette il battesimo cristiano come intuì che il perdono testimoniato da Cristo è quel vuoto che guida a vivere la vita offrendo ogni momento, mentre lo si vive con profonda dedizione. Quel perdono altro non è che la risurrezione in atto continuamente. Altro non è che la manifestazione del nostro essere figli del Padre che crea tutto dal puro nulla: creando comunica se stesso e nello stesso tempo eclissa se stesso, affinché la creatura viva la sua libertà e il suo cammino. Padre Shigheto Oshida ha sperimentato che il vuoto insegnato nel buddismo comunica con il Vangelo del perdono; come un’unica vena acquifera sotterranea che in superfici può formare più sorgenti.

* Zero in condotta

si sente dire, a volte, che il cristianesimo è la religione che scende sull’uomo dall’alto, mentre il buddismo è la religione che sale dall’uomo verso l’alto: il cristianesimo sarebbe raffigurabile come un triangolo con la base in cielo, mentre il buddismo come un triangolo con la base in terra. Come tutte le schematizzazioni, anche questa ha il suo aspetto suggestivo e la sua porzione di inadeguatezza: è un’immagine che possiamo tenere presente, sapendo che è verosimile, e che si può sostenere anche il contrario. Nel caso del perdono, verifichiamo proprio il contrario di quell’immagine che ho tratteggiato.

Si sente dire, spesso, che il concetto di perdono non è famigliare al buddismo. Ciò è vero fino ad un certo punto: io direi piuttosto che la cosa che nel cristianesimo è chiamata perdono, nel buddismo è detta in altro modo, e per questo può capitare di non riconoscerla. È detta in tutt’altro modo perché è guardata da un punto di osservazione diverso: così come la stessa montagna si chiama cervino o Matthorn, secondo da dove la si guarda e di come parla chi la guarda. Nel cristianesimo il perdono si chiama perdono, perché è guardato da un punto di vista umano. La domanda di Pietro, la risposta di Gesù, la parabola che egli narra, tutto riporta a una problematica umana: che fare, come comportarsi, di fronte all’errore, alla reiterazione dell’errore, al muro apparentemente invalicabile cui la nostra stessa natura sembra porci di fronte. La soluzione indicata da Gesù è il perdono all’infinito. È un’indicazione operativa, di comportamento: non contare le volte, non applicare tariffe, ma capire che, siccome non c’è fine all’errore, altrettanto non ci può essere fine al perdono. Se ci fosse un limite, nessuno sfuggirebbe: il debito si accumulerebbe al debito e la via di salvezza sarebbe preclusa a chiunque. Gesù affronta il problema dal punto di vista umano e dice che l’unica salvezza possibile è il perdono continuo.

Il buddismo affronta lo stesso problema ma da tutt’altra angolazione: lo considera dalla parte della soluzione, dall’alto, per usare i termini che ho introdotto all’inizio. Invece di descriverci il problema ci descrive la soluzione: capiamo così perché Gesù ha ragione, perché la sua indicazione funziona. L’equivalente buddista del perdono è lo zero. Si può perdonare, nel senso che perdonare non è solo un atto generoso della volontà, ma funzione davvero, annulla l’errore, perché c’è lo zero. Perdonare vuol dire buttare nel vuoto, e ciò è possibile solo perché il vuoto c’è. Il buddismo ci indica e ci insegna una realtà, che è lo zero, il cristianesimo ci indica e ci insegna una condotta, che è il perdono.

È stupendo che sia proprio il buddismo a rivelarci il vuoto. È la religione che ci parla della causalità, della concatenazione, della interdipendenza di tutto con tutto. Se non ci fosse il vuoto non ci sarebbe liberazione possibile, la catena sarebbe un groviglio di anelli ogni attimo più pesante e più ingarbugliato. Il buddismo non sarebbe religione, via di libertà, ma una descrizione dell’eterna schiavitù. Senza il vuoto il buddismo sarebbe una filosofia nichilista. Ma proprio osservando la catena, l’occhio di Budda vede che essa si genera e si annulla istante per istante. La liberazione non è un’invenzione, un trucco, un frutto della bravura: nasce invece dalla struttura stessa della realtà. Forse il buddismo non ci parla direttamente del perdono, ma certo ci dice che è possibile.

Non è mano stupendo che sia proprio il cristianesimo a indicarci il perdono, come norma di condotta. Il cristianesimo è la religione che ci parla del giudizio finale, della resa dei conti, dell’esame di ogni atto, di ogni intenzione, di ogni pensiero. Se non ci fosse il perdono, reciproco fra gli uomini e divino, nessuno sfuggirebbe alla condanna. Senza il perdono il cristianesimo sancirebbe il trionfo dell’inferno. Ma grazie al perdono una piuma di bene può pesare di più di una tonnellata di male. E ciò è possibile perché è vero.

Lo zero rende vero il perdono; il perdono arricchisce lo zero. Lo arricchisce, nel senso che ogni istante si riparte da zero, ma azzerare non vuol dire annullare, così come dimenticare non vuol dire obliare. Differenze che non sono sofismi. Se lo zero non è solo il volto della realtà, ma diviene condotta, allora non c’è bisogno di troppe spiegazioni per capire come opera la forza che rigenera.

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