ven 28 Ott 2005 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo.
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio;
le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!

Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici!
Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

* Brillare di luce propria

Oggi, epoca del look, in cui il valore di una persona o di una cosa dipende da come fa colpo sugli spettatori e da quanta attrattiva suscita, il Vangelo della parabola delle cinque vergini sagge e delle cinque stolte è straordinariamente attuale. Anche nella Chiesa il numero dei fedeli, le attività che si svolgono, i documenti che si pubblicano sembrano occupare gran parte della cura pastorale: pastorale che stanca proprio perché sostenuta con sforzi esteriori più che dalla firza interiore di un autentico cammino delle comunità.

«Le cinque stolte presero con sé le lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi». Ci domandiamo: qual è la differenza che costituisce sagge le prime e stolte le seconde? Cos’è che dopo tutto costituisce una persona saggia o, al contrario, stolta? La differenza è una sola: le stolte si erano accontentate delle lampade, forse con dentro poco olio, oppure senza del tutto; comunque senza la provvista di riserva. Probabilmente e le une e le altre convivono dentro ciascuno di noi, nella Chiesa e nella società.

Le cinque vergini stolte sono ciascuno di noi quando riversiamo l’attenzione sulla nostra parte appariscente e dimentichiamo la parte nascosta. C’è in noi una parte che appaga l’occhio e suscita negli altri consenso e ammirazione , forse anche invidia. Ci rende importanti e fortunati agli occhi degli altri. Senza gli occhi degli altri riversati su di noi, non troviamo significato nella vita; non ci sentiamo noi stessi; non conosciamo altra libertà che quella di essere condizionati. Confondiamo libertà con conformità. Ci pensiamo liberi perché siamo piacevoli. La sera, quando siamo soli, ci può prendere un senso di smarrimento e perfino di paura. Allora bisogna accendere la televisione o lo stereo per avere l’impressione della presenza degli altri; oppure sentiamo il bisogno di interminabili telefonate. Lo stare da solo con se stesso ci incute paura. Paura di chi, di che cosa? Ovviamente di se stesso: un se stesso mai scoperto, mai conosciuto, mai amato. Mi faccio paura! Forse sono una lampada dorata, al punto da suscitare invidia; ma non brillo di luce propria. Si spegne, perché non è alimentata dall’olio che è al suo interno.

Sono le cinque vergini stolte molti aspetti della nostra cultura: la moda e l’allineamento a copiare i gesti degli idoli sportivi o della canzone, l’omertà per cui preferisce fingere di non aver visto anziché collaborare per il rinnovamento sociale, il dare sempre la colpa di tutto a tutti senza mai coinvolgersi in una riflessione di cambiamento, la violenza di gruppo negli stadi. In questa cultura il pensare in proprio genera fastidio e impopolarità. In questa cultura si applaude di più a chi nei quiz televisivi guadagna somme ingenti di denaro attraverso colpi di fortuna che a chi suda, goccia dopo goccia, lo stipendio con cui nutre la sua famiglia. Si applaude di più a chi adorna la sua vita di cose, che a chi trasmette la vita e la fa crescere nei propri figli. Si applaude di più a chi appare di essere, che a chi è veramente.

Sono le cinque vergini stolte anche la dipendenza dei laici dal prete, quasi a gustare la sicurezza che proviene dal non decidere in proprio; la ricerca di visioni e di segni miracolosi che incantano e suscitano emozione, ma di certo non alimentano la fede di coloro che Gesù proclama beati, che credono pur non avendo visto. Molti nel cammino religioso, anziché mettere in atto l’energia dello Spirito che è stata alitata dentro di loro nella creazione e nella redenzione, cercano ciò che invece può fare da surrogato al loro personale sforzo nella grazia. Anche la Chiesa si trasforma in vergine stolta, quando trascura ciò che non si vede nel cammino cristiano: il silenzio, il digiuno, la conversione, la domanda di perdono, il sapersi ritirare con dignità e volentieri dopo aver dato il meglio di sé lasciando ad altri il ruolo di guida della Chiesa. La Chiesa si trasforma nella vergine stolta quando si lascia prendere dalla mania di farsi vedere, primeggiare, dire la sua a tutti i costi: quando vuole occupare un posto tutto suo, anziché essere fermento di tutti i posti senza chiamare suo alcuno.

Oltre alle cinque vergini stolte, la parabola ci annuncia la reale esistenza delle cinque vergini sagge e anche queste abitano dentro di noi, dentro la nostra Chiesa, dentro la nostra società. C’è saggezza dove la luce che guida nella vita non è presa a prestito, per sentito dire, ma scaturisce dall’olio che è la propria convinzione nella fede, sostenuta dall’esperienza reale. L’olio è ricavato spremendo le bacche dell’olivo. Così la saggezza non può essere teoria appresa dai libri, non può essere la ripetizione dell’esperienza di un altro. Essa è la propria vita quando ricerca, fatica, sudore, sofferenza la torchiano e la vita si lascia torchiare spremendo olio e non aceto. Una torchiatura reale, ma soave!
«Signore, Signore, aprici! Ma egli rispose: in verità vi dico: non vi conosco». Si può apparire come se fossimo, mentre non siamo, e questo per tutta la vita. Si possono guadagnare tutte le simpatie delle persone, tutte le cose che piacciono, e al termine della vita accorgersi che è stata persa una sola simpatia, una sola cosa: se stesso. Allora Dio ci rifiuterà. Abbiamo trascurato l’immagine divina che creandoci aveva impresso in noi: non l’abbiamo scoperta, né conosciuta, né messa in azione. Abbiamo ignorato la missione in cui e per cui ci è stata donata l’esistenza. Non abbiamo portato frutto maturato dalla nostra linfa.

«Vegliate dunque». Nello Zen è stata custodita per millenni la pratica dello zazen, in cui l’uomo si siede in modo armonico e dignitoso di fronte al muro e rimane immobile per un tempo anche di ore, offrendo ogni attività della mente, del cuore e del corpo. Semplicemente sta, senza appoggiarsi a nulla di ciò che è sua attività. Sembra il Cristo eucaristico nell’ostia conservata nel tabernacolo. Non fa nulla; solo è. Questo solo essere, senza nostre aggiunte, è quell’olio.

padre Luciano

* Il tempo opportuno

Tutta questa parte del Vangelo, che avvia alla conclusione dell’anno, induce alla riflessione sul tempo, proprio come è avvenuto all’inizio dell’anno.

«Per tutto c’è un momento e un tempo per ogni azione, sotto il sole. C’è tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per raccogliere. C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per separarsi. C’è un tempo per guadagnare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per gettare via. C’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. C’è un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace» (Qoèlet 3,1-8).

Così ci ammonisce il Qoelet, grande testo della religione universale.
Essere tempo: con questo modo di esprimere la natura inseparabile di essere e tempo abbiamo iniziato questo nostro percorso annuale. Ora cogliamo l’invito a essere pronti al tempo che viene. Proprio perché essere è tempo, certamente il tempo è ciò che è, e, altrettanto certamente, c’è un tempo che viene. Essere non è statico, ha tutto il dinamismo della vita. Il tempo che viene c’è quando è venuto: non prima, non dopo. Essere pronti vuol dire sapere che ogni tempo viene. Vuol dire vivere il tempo che c’è, e non quello che pensiamo che sia, che temiamo che sia. Vuol dire aspettare, non solo nel senso di prepararsi a, ma soprattutto nel senso di essere in sintonia con. Certo, il contadino deve prepararsi alla primavera, anche se c’è l’inverno. Sa che la primavera viene. Ma non sa che primavera viene, né esattamente quando viene. Prepararsi a deve comportare una grande flessibilità: se c’è rigidità, schematismo, ogni imprevisto significa rovina. Un proverbio giapponese dice: «La preparazione è l’ottanta per cento del lavoro». L’altro venti per cento è flessibilità, e non vale di meno. Essere pronti al tempo che viene non ha niente a che fare con forzare i tempi. Il violento cerca di forzare i tempi; la persona forte è pronta a qualsiasi tempo. Si farà forza, per non essere influenzato dal tempo. Questo tipo di forza è rigido, conduce all’estremo di mi spezzo ma non mi piego. Chi è in sintonia con il tempo che viene, lo vive fino in fondo, si consuma in esso: piange quando è il tempo di piangere, ride quando è il tempo di ridere: non si guarda piangere, non si osserva ridere: piange e basta, ride e basta. Così si diviene il pianto e il riso, che naturalmente si esauriscono. Nello Zen si dice «il freddo uccide il freddo, il caldo uccide il caldo». Chi si spezza non si rialza, chi sa piegarsi restando se stesso torna su da solo quando il vento cessa.

Quando il tempo viene si manifesta con la forza della inevitabile naturalezza. Abbiamo nei nostri giorni esempi evidenti di questo: il muro di Berlino che cade senza sforzo, nel momento in cui sembrava dovesse durare per sempre. L’apartheid in Sud Africa che si dissolve, o comunque si inclina in modo irreversibile, mentre sembrava connaturato senza scampo con la natura di quel paese. Nella nostra vita abbiamo tutti esempi simili, io credo: le cose succedono quando è il momento che succedano, oltre i nostri sforzi. Non dobbiamo pensare che sia solo il risultato dei nostri sforzi, del nostro impegno: se quel tempo non viene, non c’è nulla da fare. Questo non vuol dire che non ci si debba impegnare: ma l’impegno va animato non dalla rigidità volontaristica, ma dalla flessibilità dell’attesa.

Zazen è la forma più pura di attesa del tempo che viene. È prendere anche dell’olio in piccoli vasi. È tenere la spada nel fodero sempre affilata. Quella presenza ridesta non indirizzata a nulla, è la forma semplice della vita che vive attendendo la vita. Vegliare vuol dire essere pronti, nel senso di vivere il tempo che è. Non potremo mai sapere se siamo pronti, finché il tempo non viene. Non esiste una formula che ci permetta di sapere prima se saremo o non saremo pronti. Sappiamo tutti di dovere morire, senza l’ombra del minimo dubbio, eppure non è possibile prepararsi a morire la propria morte: nessuno sa il come e il quando.

«Questo zazen non consiste nell’imparare a meditare. Semplicemente è la porta reale della pace e della gioia, è la pratica del risveglio che esaurisce l’essenza della via. Il presente si fa presente con evidente profondità, qui non arriva la ragnatela dei condizionamenti e delle illusioni. Se trovi dimora in questa direzione dello spirito, è come il drago che trova la sua dimora nell’acqua, assomiglia alla tigre che si sdraia in montagna. Occorre conoscere con correttezza che la realtà autentica si manifesta e si fa avanti per forza sua e che distrugge innanzitutto l’intontimento e la dissipazione. […] Andare oltre il mediocre e andare oltre il santo, perfino morire in zazen o morire in piedi: tutte queste cose, da sempre tenute in grande considerazione, affidale completamente a questa forza» (Doghen, Fukan zazen ghi – La forma dello zazen che è invito universale).

Jiso

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