mer 12 Ott 2005 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: É lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

* Dio e Cesare, la dualità e l’uno

Il vangelo d’oggi evangelizza un nodo importante della retta comprensione della vita umana. Il nome di questo nodo è la relazione vitale degli opposti, che possiamo chiamare anche il principio vitale della dualità che forma l’uno. Questo vangelo focalizza un ambito molto attuale e vivace: la relazione degli opposti che sono Dio e Cesare. Ovviamente Dio e Cesare corrispondono alla religione e alla politica, comprendendo queste due valenze nel loro aspetto primordiale ed elementare che coinvolge tutti, anche coloro che si dichiarano atei, oppure anarchici. L’aspetto primordiale della religione è il rapporto esistenziale che ogni uomo, in modo cosciente o no, vive con il mistero della vita, con ciò della vita che è oltre l’aspetto fenomenico. Una casa è composta dalla sua parte visibile, fatta di muri, balconi e molte altre componenti che tutti possono ammirare coi loro occhi. Ma è composta pure dalla parte che non si vede e che per sua natura non si deve vedere, le fondamenta. Così la vita di ogni uomo, anche dell’ateo, è sempre a tu per tu con Dio, anche se gli da altri nomi quali: mistero, la natura originaria, la perfezione, il caso, oppure semplicemente non so.

Ogni uomo, anche il più restio al discorso politico, nella sua vita è sempre condizionato da Cesare. Se, sdegnato dalla realtà politica, si ritira a vivere in un eremo del deserto, oppure sceglie di fare il barbone o si toglie la vita, è pur vero che tutto ciò consegue dalla realtà da cui vuole fuggire.

«È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». È la stessa domanda che ciascuno di noi pone ogni qualvolta pretende di trovare per sé la via senza opposti, senza dualità, senza conflittualità. È la stessa domanda che ciascuno di noi pone quando amoreggia con una qualsiasi impostazione totalitaria o assolutistica, Dio compreso, Cesare compreso. Dio e Cesare, per la principalità che il primo rappresenta nell’ambito invisibile dell’esistenza e il secondo il quello visibile, costituiscono per l’uomo il principale rischio di devianza; tuttavia la comprensione del loro retto rapporto è la chiave che apre alla vita realisticamente vera. Fuori dalla retta comprensione del loro rapporto, Dio diventa fondamentalismo religioso e Cesare dittatura; anche se Dio, per l’ateo, si chiama senza Dio, e Cesare, per l’anarchico, si chiama senza Cesare.

A porre la domanda a Cristo con l’intento di coglierlo in fallo nei suoi discorsi furono i discepoli dei farisei, coloro che assolutizzavano il ruolo della religione nella vita, e gli erodiani, i partigiani del re Erode, che invece assolutizzavano quello della politica. La domanda se è lecito pagare il tributo a Cesare, nel cuore di chi ha una precisa appartenenza religiosa, si pone anche in questi termini: è lecito a chi appartiene a una religione pagare il tributo alle altre religioni? È lecito alla Chiesa imparare la vita attraverso le religioni non cristiane? Non è sufficiente il tributo pagato a Cristo, il figlio di Dio? L’uomo per sbarazzarsi di ciò che, lungo il percorso della vita e della storia, costituisce per lui una sfida alle sue abitudini mentali e sociali, è sempre tentato di dare nomi spregiativi alle sfide che lo disturbano: compromesso, infedeltà, ambiguità, eclettismo, dualismo, per camuffare la propria incapacità di confronto e di dialogo. In questa atmosfera anche il dialogo interreligioso può scendere in monologo.

«Rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». È profondamente vero che l’uomo pellegrina nella precarietà del tempo, portando dentro di sé l’autentica immagine di Dio e il costante richiamo all’eterno. La grandezza di questo richiamo sembra contraddire con la limitatezza del piccolo passo che può compiere di volta in volta. Perfezione e imperfezione si intrecciano nella vita. L’uomo è chiamato a vivere due fedeltà: quella religiosa in dialogo con Dio e quella temporale in dialogo con la terra e le sue autorità. Cristo è morto per la volontà del Padre celeste e per la condanna del rappresentante del re della terra. Morì obbedendo a due autorità che in quel momento erano l’una contro l’altra, ma che egli percepiva unite dal fatto che entrambe sono necessarie.

La visione diviene più ampia se uno vola alto nel cielo. Paradossalmente una profonda fede religiosa genera nell’uomo un più profondo affetto verso le cose fenomeniche del tempo e dello spazio dell’uomo. Un uomo politico col cuore religioso sa dedicarsi generosamente ai suoi impegni pubblici senza essere frastornato dagli interessi privati o partitici, perché non assolutezza alcuna ideologia. Infatti vede ampio e conosce il limite di ogni cosa e anche la sua armonia nel tutto. Sa sorridere anche sui propri errori e chiedere scusa a chi di dovere. Sa perfino ritirarsi al momento opportuno, senza lamentele e malauguri. Avvicinandosi all’assoluto cresce la capacità di relativizzare.
«Date a Cesare quello che è di cesare e a Dio quello che è di Dio». Significa quindi non costruire alcun partito cristiano, perché la mediazione tra l’eterno e il temporale non può essere demandata ad alcun sistema, ma deve continuamente svolgersi nel santuario della coscienza in dialogo con gli opposti che costituiscono l’unico cammino della realtà. La Chiesa è nata dal costato dell’uomo-Dio che morì sulla croce dal ramo verticale e dal ramo orizzontale, amandola fino alla morte.

Padre Luciano

* Gli ambiti dell’indivisibile

La struttura del dialogo fra gli erodiani e Gesù è ancora una volta quella tipica del Koan, se non si considera la malafede intenzionale di coloro che pongono la domanda. Ma ignorando questo aspetto che non mi pare essenziale, la situazione è comune. Quante volte facciamo una domanda non per metterci poi in condizione di ascolto, ma per avere conferma della risposta che abbiamo già in testa, o per la semplice curiosità di sentire cosa dirà chi deve rispondere! Comunque questo dialogo si presenta con la struttura del koan nel senso che è posto un quesito che apparentemente richiede una risposta netta, o sì o no, ma che in realtà non può essere esaurito da una risposta del genere: tanto che l’affermazione che la negazione sarebbero risposte sbagliate o insufficienti, che lascerebbero irrisolta una parte del problema. Come tutti i koan, è affrontata una questione la cui soluzione non può essere convenzionale, ma deve nascere dalla profondità dell’esperienza che trascende affermazione e negazione.

Ho erroneamente pensato, riflettendo su questo dialogo, che siccome alla fin fine anche Cesare è di Dio, perché tutto è di Dio, non si può separare quello che è di Cesare da quello che è di Dio. La risposta di Gesù, in questo caso, non sarebbe risolutiva, ma un’indicazione contingente, per smascherare l’ipocrisia dei suoi interlocutori. Questo è un errore non grave, ma gravissimo. Un ragionamento del genere è alla base del totalitarismo religioso, con tutte le tragedie che ne conseguono. Qui Gesù sta facendo ben di più che smascherare e rendere impotente una malizia: sta dando un’indicazione che, se fosse seguita e compresa, toglierebbe ogni legittimità a tutti i fondamentalismi religiosi, a quelle visioni che intendono la religione come sistemi chiusi e onnicomprensivi che devono spiegare, regolare, incanalare ogni aspetto della vita dell’individuo. Qui Gesù delimita degli ambiti: afferma senza possibilità di fraintendimento che c’è un ambito di Cesare e c’è un ambito di Dio.

Certo, la realtà nella sua totalità è indivisibile. Certo, Dio è questa indivisibile totalità. Ma questo non ha niente a che fare con la soppressione degli ambiti e con la confusione delle parti: rendere a Cesare quel che è di Cesare, ottemperare ai propri doveri sociali, non ha niente a che fare con rendere a Dio quel che è di Dio, che è la funzione specificatamente religiosa. Rendendo a Cesare quel che è di Cesare, nell’ambito di Cesare, si ottempera anche a un dovere verso Dio, nel senso che si fa la propria parte come si deve, e questo è sempre un atto religioso. Ma pensare che fare la propria parte in campo sociale sia la funzione religiosa, vuol dire negare a Dio quel che è di Dio. La religione ha un suo ambito che va vissuto come tale, valorizzato, non confuso con altri ambiti. Nel nostro paese, invece, questa confusione è totale.

Si sente per esempio dibattere il problema se chi confessa una fede religiosa debba avere in quanto credente un ruolo politico e sociale specifico. Solo pensare che esista un problema del genere è la negazione della risposta di Gesù. Recentemente ho sentito, in televisione, dire che i credento possono scegliersi liberamente la formazione politica in cui militare, ma hanno come credenti, due doveri: quello della solidarietà e quello della difesa della vita. Ma viene da chiedersi: cosa centra il cristianesimo, o il buddismo, la religione in genere, con la solidarietà e il rispetto della vita? Confondere problemi del genere con la religione è negare alla religione ogni valore specifico. È negare la parte di Dio. Solidarietà, rispetto della vita, sono valori minimi, che riguardano ogni uomo, religioso o meno che sia. La religione comincia dove questi problemi finiscono. Sarebbe come dire che il compito di un saltatore in alto è di sollevare i piedi; ma questo è quello che devono fare tutti quelli che camminano, il salto in alto è quello che viene dopo. Una persona che ha un animo religioso si sente avvilita nel sentirsi di dire che tutto quel che deve fare è comportarsi bene: questo si dice ai bambini. Questo è come dire che è sufficiente rendere a Cesare quel che è di Cesare. A Dio ci penserà qualcun altro.

Questo atteggiamento è tipico dei religiosi (cristiani, buddisti, o quel che siano) che pretendono che la religione deve occuparsi di tutto. Nel migliore dei casi si vanifica il senso vero della religione, che diventa un oggetto misterioso o un minestrone insapore; nel peggiore dei casi si comincia a tagliare le mani ai ladri: ma sono due facce della stessa medaglia.

Gesù invece ci dà questo grande insegnamento a non confondere, a distinguere per valorizzare ogni aspetto della vita. Un cittadino dello stato è un cittadino di quello stato: non è né cristiano, né buddista, né altro. Deve solo essere un buon cittadino: così facendo ottempera del tutto ai suoi doveri, senza bisogno di aggiungere nulla. Va da sé che, fra i suoi doveri, c’è quello di fare in modo, per ciò che gli compete, che lo stato di cui è cittadino sia uno stato giusto. La stessa persona che è cittadino nel momento in cui fa il cittadino (rende a Cesare), nel momento e nell’atto in cui rende a Dio, non è né cittadino, né operaio, né professionista, né disoccupato, né padre, né madre, né uomo, né donna… quando preghiamo, quando facciamo l’eucaristia, quando sediamo in zazen, non siamo niente di tutto ciò che le relazioni ci fanno essere: in termini cristiani, semplicemente siamo figli di Dio che rendono a Dio, in termini buddisti siamo semplicemente il sé che fa il sé in sé. In questo senso, anche l’appartenenza religiosa, il riconoscersi in una identità religiosa, fa parte dell’ambito di Cesare. Rendere a Dio quel che è di Dio è qualcosa di assolutamente unico e universale che non è caratterizzato da null’altro: se non si arriva a questo punto, va perso il fondamento stesso della religione: dal mirare a quel fondamento può poi venir luce a tutto il resto, a tutti gli altri ambiti della vita. Ma proprio noi, i religiosi, troppo spesso dimentichiamo di rendere a Dio quel che è di Dio, occupandoci solo di fare la voce della coscienza di Cesare o addirittura i suoi consiglieri.

Jiso

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