ven 21 Ott 2005 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti»

* Il primo comandamento: l’amore e la dignità

«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Conoscere il più grande comandamento della legge equivale a conoscere l’aspetto più intimo della realtà. Infatti la legge di Dio ordina alle creature il comportamento che più intimamente si confà alla loro natura specifica. Anzi non c’è altro modo per conoscere la legge, se non quello do conoscere le esigenze più profonde di ogni realtà. La legge comanda all’uccello di volare, al pesce di nuotare, alle stelle di brillare, al sassolino di giacere sul ciglio della strada: a ogni creatura comanda di essere se stessa. Creando: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1,31). La legge divina comanda alle cose di spremere la loro bontà originaria. Il primo comandamento della legge comanda quindi all’uomo di mostrare il suo volto primordiale, quello ricevuto nella creazione. Il Vangelo, rivelando all’uomo il più grande comandamento, di fatto non fa altro che risvegliare nell’uomo il ricordo della sua origine. Conviene all’uomo di ascoltarlo nel più profondo silenzio.

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande dei comandamenti». Nessuno sa che cosa significhi amare il Signore Dio, perché «nessuno ha mai visto Dio» (1Gv 4,12). Però ogni uomo può fare esperienza di che cosa significhi amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Il cuore è l’affetto, l’anima è lo spirito e la mente è la ragione. Quando tutto ciò che è affetto, spirito e ragione viene offerto a Dio che nessuno ha mai visto, allora il più grande comandamento della legge è adempiuto. L’uomo offre tutto il suo cuore, lo spirito e la mente quando non trattiene nel proprio cuore, spirito e mente alcuna immaginazione di Dio da lui costruita; quando il suo rapporto con Dio è spoglio da presunzioni. È il vuoto l’atmosfera del cammino religioso. Il vuoto è un termine molto usato nello Zen e indica libertà interiore. Nel Vangelo prende il nome di amore.

Amare Dio con tutto il cuore, lo spirito e la mente significa quindi non materializzare Dio a oggetto del nostro amore. Dobbiamo amarlo senza possederlo, senza mercificarlo in sensazioni a nostro uso e consumo. Dio va amato lasciandolo nella sua invisibilità. L’invisibile non è meno reale di ciò che è visibile; ma se lo si trasforma in realtà visibile, cessa di essere se stesso. Così Dio cessa di essere Dio e diventa una nostra proiezione, quando lo riduciamo a oggetto del nostro amore. A Tommaso, che voleva credere solo dopo averlo toccato, Cristo rispose: «Perché hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20,29). Non dobbiamo dare nessuna forma a Dio, ma amarlo lasciandolo Dio.

Amare Dio con tutto il cuore , spirito e mente diviene in noi anzitutto capacità di stare davanti a lui in perfetto silenzio. Nello Zen è stata custodita e trasmessa la pratica dello zazen, in cui l’uomo siede immobile e sacrifica ogni attività del corpo e della mente. Lo zazen, come un sacramento, mette in atto in chi lo pratica la posizione dello stare con cuore sveglio davanti a ciò che non si può prefigurare, credendo senza vedere nulla. La pratica dello zazen mette in atto nel cristiano la capacità di stare in silenzio di fronte a ciò che si crede senza vedere. Il silenzio attento o l’attenzione silenziosa è il veicolo che la scia scorrere l’amore autentico. L’amore vero esige purezza di intenzione, rispetto, donazione , distacco, libertà, umiltà: sono le virtù che germogliano dal silenzio vissuto con gli occhi aperti e il cuore attento. Nello zazen ci si siede di fronte al muro; nell’amore verso Dio si sta di fronte al mistero della vita e della storia. «Nessuno mi ha mai visto», ma quando uno ama Dio sta di fronte al suo mistero e, senza vedere, tiene gli occhi aperti, si coinvolge, agisce.

Amare Dio con tutto il cuore, spirito e mente è pregarlo senza avere qualcosa da chiedergli, è gridare il suo nome tacendo, è adorarlo in ginocchio stando in piedi. Allora l’uomo ama come Dio ama, il quale continuamente tutto crea senza mai essere visto dalle sue creature, senza mai lasciare traccia. Rimanendo invisibile, rende tutto visibile; dandosi tutto, rimane sempre trascendente.

«E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso». Amare Dio con tutto il cuore in sintesi e scoprire l’immagine di Dio dentro di sé e averne cura. Amare il prossimo come se stesso è amare negli altri la stessa immagine divina che constatiamo in noi. È un’unica bellezza divina che circola da Dio alle creature e dalle creature ritorna a Dio. Così in un solo cuore l’uomo ama Dio, il prossimo e se stesso.

Oggi nel mondo l’amore verso il prossimo è raro. Il Vangelo indica la via per crescere in questo amore: avere cura di se stesso. Come può amare il prossimo come se stesso chi non ama se stesso? L’uomo non ama se stesso, perché preferisce il quieto vivere che è garantito proprio dal non amare se stesso. I devozionalismi, gli oroscopi, i fanatismi sportivi e politici, la pubblicità commerciale sono un mercato in voga dove si svende il proprio pensiero, la propria unicità. Si svende se stesso per pochi soldi. Ma chi non sa difendere l’amore e la cura verso se stesso può amare gli altri come se stesso? Gli manca il parametro di come si ama.

Solo chi ha il cuore libero può amare. Solo chi ha scoperto l’immagine di Dio dentro di sé ama la libertà. Il più grande dei comandamenti ci ordina di amare: quindi ci comanda di essere liberi, di essere noi stessi. E poi offrire questa libertà pura all’amore.

Padre Luciano

* Niente di nuovo, tutto rinnovato

La nostra mentalità individualista e presuntuosa ci porta a pensare che un grande maestro sia colui che inventa qualcosa di nuovo, che apre strade che mai sono state aperte, che si svincola dai legami tradizionali. Invece, gli esempi di tutti i veri maestri, a cominciare dai più grandi, ci dimostrano esattamente il contrario: la loro preoccupazione di testimoniare per mezzo della tradizione antica veridicità delle loro affermazioni. Dimostrare di non avere inventato nulla, di non aver aggiunto arbitrariamente nulla, e contemporaneamente rivitalizzare tramite la propria esperienza e il rinnovamento dell’espressività quanto di fondamentalmente vero è da sempre affermato: questa si potrebbe dire la caratteristica distintiva di un maestro autentico.

Budda non ha inventato nulla, ha semplicemente ridato freschezza alla verità contenuta nella tradizione indiana, tramite la freschezza della sua vivacità. Così facendo ha rivoluzionato completamente la tradizione e contemporaneamente l’ha protetta e tramandata nel suo fondamento. Di freschezza in freschezza, rinnovando completamente la forma espressiva, quello che chiamiamo per comodità buddismo ha traversato i secoli e i continenti restando inalterato nel fondamento: ciò può succedere solo perché chi tramanda per esperienza vissuta, preserva e rinnova nello stesso momento.

Non diversamente Gesù: il comandamento più grande di tutti, il fondamento del cristianesimo, non è certo una sua invenzione, né una sua originale formulazione. Anzi: Gesù si preoccupa di usare esattamente le stesse parole dei libri antichi, perché sia chiaro che non vuole inventare nulla di nuovo, ma dar pieno valore e applicazione alla verità della tradizione. Il dottore della legge lo sa bene, e, nello stesso episodio narrato da Marco (12,32), approva senza riserve. Le parole che Gesù usa «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, e con tutta la tua forza vitale» e «Ama il prossimo tuo come te stesso» si trovano, identiche, rispettivamente nel libro del Deteronomio 6,4 e nel libro Levitio 19,18, dette da Dio a Mosè. Niente di nuovo. Ma Gesù le rinnova completamente, rivendicandole come fulcro di tutto. «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». L’amore non è il risultato, il prodotto, è il fondamento, il sostegno: non è la legge e la rivelazione dei profeti che promuove e sostiene l’amore, ma viceversa è l’amore che sostiene e promuove la struttura della legge e l’azione dei Profeti.

In campo buddista, non è la Norma (Darma) e la discendenza di maestri e discepoli, di Budda e Patriarchi che costruisce la Via, ma è la via che sostiene la norma e concatena la discendenza di coloro che la Via stessa percorrono e proteggono.

Nelle parole di Gesù il comandamento più grande si struttura come una trinità-unità nell’amore. Dio-io-tu: ama Dio, ama il prossimo, ama te stesso. È l’amore che stabilisce l’identità: la anima, fa circolare in essa la vita. Amore vuol dire essere in ciò che si ama. Senza amore Dio non c’è: non ha alcun senso ragionare sull’esistenza di Dio: Dio c’è solo se lo si ama, se si è in Dio. «Con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza vitale». Senza amore tu non ci sei: se tu sei solo un oggetto fuori di me, se io non sono in te, questo non è amore, e tu in realtà non ci sei: sei solo un gingillo della mia mente e dei miei sensi, che potrò anche trattar bene ma sempre per interesse, per calcolo, per mediata compassione. Senza amore io non ci sono: se non mi amo, se non sono in me con tutto me stesso, comunque io sia, allora quel che chiamo io è un’immagine di me, è io come mi vedo, mi voglio, non mi voglio: ma questa è una caricatura dell’more. L’amore annulla l’identità dei tre di questa trinità, e nello stesso tempo ne rende reale la fisionomia.

Dell’amore bisogna parlare poco: non va nominato invano.
Sentite cosa dice Doghen, senza nominare amore, del pesce, dell’uccello, dell’acqua, del cielo, della vita.

«Il pesce nuota nell’acqua, e se nuota non c’è limite all’acqua; l’uccello vola nel cielo, e per quanto voli non c’è limite al cielo. Tuttavia né il pesce né l’uccello da mai ancora si sono separati dell’acqua o dal cielo. Semplicemente quando serve un uso grande usano in grande. Quando serve un uso piccolo usano in piccolo. Stando così le cose, né succede che uno per uno non impieghino tutto il loro ambito, né avviene che non vadano in giro per ogni dove; però se l’uccello uscisse fuori dal cielo subito morirebbe, come il pesce se uscisse fuori dall’acqua. Essendoci l’acqua c’è la vita, essendoci il cielo c’è la vita. Essendoci l’uccello c’è la vita, essendoci il pesce c’è la vita. Essendoci la vita c’è l’uccello, essendoci la vita c’è il pesce. Eppure bisogna ancora andare oltre. Così c’è la testimonianza vissuta, così c’è l’adempimento della vita» (Shoboghenzo Ghenjokoan –La profondità evidente del presente che si fa presente).

Jiso

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