ven 11 Nov 2005 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.

Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque.

Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

* Il viaggio lontano di Dio e il presente dell’uomo

Il vangelo di questa penultima domenica dell’anno liturgico ci annuncia la parabola dei talenti. È grazie a questa parabola che la parola greca talento è entrata nel nostro linguaggio comune con il significato specifico di valore, potenzialità insita in ciascuno. Il talento era la moneta più preziosa in circolazione nei paesi mediterranei al tempo di Cristo.

La natura si va spogliando del suo splendore estivo: cadono le foglie e sugli alberi rimangono gli ultimi frutti. I campi che hanno fruttato il raccolto dei cereali ora stanno spogli e ribaltati dall’aratura ad assorbire le piogge autunnali. Anche i vegetali sempreverdi cessano di crescere e si ritirano in un riserbo inattivo. Nel mese di novembre la Chiesa, per autentica consuetudine, celebra in due giorni di seguito la memoria dei santi e quella di tutti i defunti. È il tempo giusto per riflettere sulla parabola dei talenti.
«Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì». L’uomo che parte per un viaggio è il Padre, il creatore. Creare infatti significa che Dio si ritira e fa spazio alle creature: il viaggio è la creazione. Ogni esistenza creata manifesta la partenza del Padre. Chi afferma di vedere Dio manifesta di non comprendere la sua natura creaturale. Dio partito e noi viviamo nello spazio messoci a disposizione dalla sua assenza.

Il viaggio che il Padre compie è il tempo del Figlio che si incarna nella creazione, assume l’esistenza umana e si offre sull’altare della croce. L’assenza del Padre è il tempo dell’opera del Figlio. Il Figlio è il primogenito di tutti i figli, il fratello grande di un’infinità di fratelli. Ogni figli è chiamato a operare mentre il Padre è assente nel suo viaggio della creazione. Il fratello grande, Cristo, ci redime a questa capacità di operare e portare frutti, restituendo vigore alla nostra esistenza. Il vigore è lo Spirito. Come il vento, lo Spirito comunica con il padre lontano e il Figlio che è all’opera nella storia presente. Noi siamo le membra del Figlio.

Il Vangelo della parabola dei talenti ci indica che la vera fede, in un certo senso, è agire senza soddisfazione di essere visti dal Padre, semplicemente attingendo dentro di noi il vigore divino che il Padre ci ha trasmesso nella creazione. È il Vangelo dell’operosità della fede che crede pur non avendo visto. È il Vangelo che manifesta l’anima laica della fede cristiana, perché tutta affidata a ciascuno, mentre il Padre è lontano nel suo viaggio della creazione.

«Consegnò loro i suoi beni». Questo breve annuncio del Vangelo ci fa comprendere come Dio non abbia più con se i suoi beni, perché li ha affidati a noi. Non dobbiamo cercare Dio e le sue grazie come se fossero conservate fuori di noi, perché Dio dal suo viaggio lontano, nel vento dello Spirito, ci annuncia che egli non ha trattenuto nulla. Ci ha mandato infatti anche il suo unico Figlio, talento tra i talenti. Per questo noi lo chiamiamo Padre: perché ci ha trasmesso tutto condividendoci l’esistenza. Invocarlo come Padre nel modo giusto è quindi professare che noi siamo figli e che la sua eredità è in noi.

«Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò a impiegarli». La gratuità del dono ricevuto esige la massima generosità nel suo impiego. Paolo nella lettera agli Efesini indica con espressioni forti il legame fecondo che intercorre tra la gratuità del dono e la generosità dell’impiego. «Ricordate, è per grazia di Dio che siete stati salvati… la salvezza non viene da voi, ma è un dono di Dio; non è il risultato dei vostri sforzi. Dunque nessuno può vantarsene… Dio ci ha creati e uniti a Cristo Gesù, per farci compiere nella vita quelle opere buone che egli ha preparato fin da principio» (Ef 2,4-10). Fa meraviglia il fatto, contraddittorio ai nostri occhi superficiali, per cui Paolo prima afferma che tutto ci è dato gratuitamente, affinché nessuno monti in superbia, e di seguito, come conseguenza, deduce che dobbiamo fare tutte le opere buone a noi riservate fin dal principio della creazione. Siamo stati creati dal nulla da Dio e nella natura creaturale, dentro cui sbocciava la nostra esistenza, la legge del portare frutti era intrinseca, come un tutt’uno coll’impulso che ci faceva vivere. Come nel germoglio di un’albero è la sua natura di dare frutti. Paolo, grazie alla sua religiosità purificata dall’incontro con il Vangelo, è profondamente consapevole che l’essere creati dal nulla comporta la generosità dei frutti. Generosità che non è ridotta o condizionata da alcun filtro di interesse. Come un albero da frutto produce frutti, sia che l’uomo li valorizzi, oppure li ignori, si l’albero del giardino di casa, sia quello sperduto nel bosco. La vera religiosità infatti non è guadagnare Dio coi propri meriti, ennesima forma dell’egoismo sublimato con forme religiose, ma è essere come Dio. Dio ora è lontano nel lungo viaggio della creazione che lo tiene assente; è la stagione dell’uomo redento dal fratello grande, il Cristo, e vivificato dallo Spirito. «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto».

«A chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Sono parole molto severe che difficilmente immaginiamo in bocca a Gesù. Il Gesù che noi abbiamo abitualmente nella mente è quello a nostro uso e consumo: un Gesù tutto dolcezza anche fuori posto, come certe immaginette dove è raffigurato con il volto languido di un fidanzato deluso. Guardiamo noi stessi e attorno a noi, e constatiamo la verità di questo Vangelo: a chi si impegna nella vita, la vita dischiude sempre di più; a chi invece vive nel disimpegno, eventualmente affidandosi passivamente alle grazie di Dio e all’intervento magico dei santi, prima o poi viene tolto anche quello che aveva. Meglio, il suo stesso disimpegno lo conduce a dissipare anche quanto aveva. Le severe parole di Gesù, dopo tutto, mettono in risalto i talento che è dentro di noi: dentro di noi è l’eredità del Padre, che ci ha creati, mentre ora, nella stagione della creazione, egli è assente nel lontano viaggio. La sua assenza è lo spazio che egli, come Padre, ha fatto per l’operare dei figli, per la loro storia. Nessuno può sostituirsi a nessuno, perché la creazione è sempre originale e mai ripetitiva o sostitutiva. Lo stesso Cristo che ci redime, semplicemente ci riconduce al punto zero, al battesimo da cui ciascuno risuscita nuovamente con l’energia originaria.

Il ruscello riceve tutto gratuitamente dalla fonte e poi scorre indefessamente: per questo è il ruscello. La Chiesa è il ruscello di Cristo. Che non ristagni mai, ma scorra sempre libera e rinnovata dal suo stesso scorrere, mentre lo Spirito vivifica le sue acque.

padre Luciano

* Né risparmio né spreco

Quando ero in monastero in Giappone, venne per un periodo a risiedere con noi un monaco che parlava correttamente inglese. Questo monaco aveva vissuto prima di noi per alcuni anni nello stesso monastero, poi era stato a lungo in un paese occidentale e aveva anche una grande preparazione teorica, avendo frequentato l’università buddista, studiato sanscrito, le scuole del buddismo indiano, la filosofia e la cosiddetta psicologia buddista. Aveva esperienza e preparazione. L’abate del monastero e nostro maestro, Koho Watanabe, decise di cogliere l’occasione favorevole e diede incarico a questo monaco di farci lezione ogni giorno per tutta la mattina, usando come testo il Tenzo Kyokun (La cucina scuola della Via) di Doghen, oltre a darci rudimenti della dottrina buddista. Fu un periodo molto interessante, e devo moltissimo di quel poco che ho capito del buddismo a quelle lezioni. Anni dopo, discorrendo con l’abate Watanabe, mi capitò di riferire una cosa che quel monaco ci aveva detto: parlando delle differenze che lui coglieva fra buddismo e cristianesimo, citò proprio la parabola dei talenti come esempio di diversità: nel buddismo, sosteneva, non si dice che bisogna far fruttare i talenti: non c’è nulla da aggiungere ma solo da lucidare ciò che si è: nel far fruttificare è insita la degenerazione del guadagno, del merito, della discriminazione fra chi rende e chi no. Watanabe mi disse che invece lui considerava la parabola dei talenti una parabola buddista, e che il monaco mio insegnante in quel caso aveva frainteso.

Far fruttificare i talenti non è un esercizio di bravura, in cui chi è capace riesce e chi è incapace soccombe. Far fruttificare i talenti è il gran funzionamento della vita. Non va assolutamente ostacolato, ciò significherebbe soffocare la vita. Ma non va neanche inteso come uno scopo da conseguire con la forza della volontà. L’albero che da frutti non sa che e quanti frutti dà, non sa neppure che specie di albero è: dare frutti fa parte naturalmente del suo essere albero: non lo fa apposta. Così è della vita: seguire la Via vuol dire far fruttificare i talenti ricevuti perché naturalmente danno frutti. L’uomo partito per il viaggio della parabola, non ha consegnato ai servi i suoi beni perché li facessero fruttificare. Ma nella consegna dei talenti e nel riceverli è insita la necessità che diano frutto. Quale frutto, non è dato sapere in anticipo. La Via porta in luoghi dove mai ci saremmo aspettati di andare: se invece ci attacchiamo a un’idea di cammino che ci porta la dove vogliamo andare, allora inizia la paura di sprecare i talenti. Uno dei più antichi e venerati testi dello Zen cinese, lo Shin jin mei (L’epigrafe del cuore della fede) messo inversi dal terzo Patriarca cinese Kanchi Sosan (seng Tsan – 606) canta così:

Se cerchi di afferrarla (la Grande Via) perdi equilibrio
di sicuro entri nella via sbagliata
se la lasci andare sei in accordo con ciò che è
e l’essenziale non va e non sosta.

I servi buoni e fedeli non si attaccano ai talenti ricevuti ma l’impiegano subito: li rischiano, li mettono in gioco e in circolazione. Li ricevono quando sono da ricevere, li usano come propri quando sono da usare, li restituiscono quando sono da restituire. Sono fedeli nel poco: non fanno niente di speciale, niente di più di quello che la situazione richiede. L’altro invece si fa portare via dai suoi ragionamenti: si estrania dalla situazione, ha paura di perdere e mira solo a conservare. Così facendo spezza il ritmo, fa ristagnare la vita. Quel talento sotterraneo sa di muffa. Il servo malvagio e infingardo forse è quello che più e stato a pensare che fare: poi ha deciso di restituire come gli è stato dato. Ma questo non è possibile. Ciò che è stato dato è la vita, e la vita, soltanto vissuta, fa fruttare la vita. Sono gli altri due che hanno sostituito esattamente ciò che gli era stato dato: la vita ricevuta e la vita vissuta. Infatti cinque e cinque, due e due. La colpa dell’altro è non aver vissuto per eccesso di calcolo. Non restituisce quello che gli è stato dato, ma molto di meno, anzi nulla: ha ricevuto talento vivo e lo ha soffocato.

Questa parabola fa piazza pulita del moralismo conservatore. L’essenziale non va e non sosta. La vita non risparmia e non spreca. Cinque talenti sono come due e come no: un albero dai grandi rami fa tanti frutti, un albero dai piccoli rami ne farà pochi. L’equilibrio non consiste nel ripartire i frutti secondo un’equità percentuale: consiste nel dare, ciascuno, i frutti che ha da dare.

Jiso

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