sab 19 Nov 2005 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.

Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.

E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

* L’escaton regale

Escaton è parola greca che indica l’aspetto ultimo e perfetto della realtà. Escaton è il Vangelo che annuncia che in tutto ciò che esiste c’è un ideale da raggiungere, non come qualcosa da conquistare da fuori, ma da conseguire da dentro, attraverso il cammino dell’esistenza che noi suddividiamo in passato, presente e futuro. Il comprendere la natura della realtà come escatologica non deriva affatto dal nostro modo di accostarci ad essa. Noi amiamo separare la realtà in tre steccati: il passato, che in genere reputiamo sorpassato, il presente che ci fa tanto litigare perché lo vogliamo possedere, il futuro cui demandiamo tutto ciò a cui aspiriamo. La mente divisa dell’uomo pretende di profanare anche il tempo con le sue divisioni.

La realtà è escatologica in se stessa e sempre. Tutto esiste e, esistendo, esprime la tensione della sua perfezione. Questa dinamica tensione è la perfezione in movimento, come il frutto che produce è la perfezione diventata frutto. L’albero spoglio dell’inverno, quello dai fiori e dai teneri germogli della primavera, quello ricco di foglie vivide dell’estate e quello carico di frutti dell’autunno è sempre lo stesso albero. In ogni istante del suo esistere è costituito e mosso dalla tensione della sua natura.

Il Vangelo ci annuncia che il movente della tensione escatologica, per cui ogni realtà sempre tende a perfezionarsi attraverso le varie forme che assume, è l’amore. Ciò si manifesta in senso particolarmente pieno nella storia umana. Le ideologie umane, dal capitalismo al marxismo, hanno preteso, il primo attraverso il libero mercato, il secondo attraverso la rivoluzione proletaria, di raggiungere nella storia presente l’agognata meta. Hanno ripetuto quanto gli imperi del passato avevano già tentato. Ma ogni tentativo si stanca e si corrompe proprio mentre sembra che abbia raggiunto la meta. L’unica via in cui il cammino verso la perfezione si attua in modo reale è quello dell’amore.

«E saranno riunite davanti al Figlio dell’uomo tutte le genti, ed egli separerà gli uno dagli altri». Il Vangelo indica che tutti gli uomini saranno convocati davanti al figlio dell’uomo e nessuno sarà dimenticato, perché ognuno ha ricevuto una missione per il bene di tutti. Il Figlio dell’uomo, Cristo, separerà gli uni dagli altri. Ossia rivelerà a ciascuno il valore della vita che ha vissuto. Allora non ci sarà spazio a nessun titolo, a nessun privilegio, a nessuna appartenenza religiosa. Nessuno sarà più di un altro per privilegio. Che è vissuto in aree geografiche dove il nome di Cristo non è conosciuto, e quindi non ha ricevuto il battesimo nel suo nome, non avrà niente in meno del battezzato. Cristo spoglierà tutti anche della loro religione e metterà in evidenza ciò che ciascuno è in se stesso e non per la sua appartenenza. L’ultimo criterio, l’escaton che rimane togliendo tutto, è l’amore.

«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e siete venuti a trovarmi». L’amore che è l’ultima meta del nostro esistere è concreto, operoso, reale e non teorico o sentimentale. L’amore che non ha corpo e che non produce i suoi frutti a sua volta non è amore escatologico, ma stagnante e pigro, è illusione. È nella legge di questo amore che hanno significato le nostre pratiche religiose; perché l’amore non è funzionale ai gesti di amore, altrimenti rimarrebbe un calcolo. La pratica religiosa è già questo amore quando scaturisce dalla nostra vita insieme con i gesti dell’amore, come obbedienza a un unico impulso interiore. Tuttavia nessuno compie gesti di amore perché è perfetto: sarebbe un compiacimento. «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4-7). L’amore agisce nel bel mezzo della realtà così com’è, resistendo all’ira, all’invidia, offrendo tutti i sacrifici che ciò comporta. L’amore, l’escaton dell’esistenza, porta frutti perfetti nel bel mezzo della realtà imperfetta. Non è la realtà che rende perfetto l’amore, ma l’amore è perfetto in se stesso. Ovunque c’è amore, c’è perfezione.

«In verità io vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Finché esiste un motivo per amare, non c’è l’amore puro dell’escaton: siamo ancora nelle penultime cose, ancora fuori della perfetta somiglianza con Dio. Se un povero bussa alla porta e chiede un pezzo di pane e una persona religiosa deve ricordarsi del precetto del Vangelo per dare, non ha l’amore perfetto. Perfetto è chi dà semplicemente perché è nella situazione di poter dare e l’altro è nella situazione di aver veramente bisogno. L’amore non è sacro, ma laico, spoglio di qualsiasi motivazione aggiunta. Il più piccolo di cui parla il Vangelo non è questione della persona che riceve, se sia di rango inferiore o altro. Se si riflette così, l’amore è inquinato. Il più piccolo è la persona che riceve il nostro amore e sulla quale noi non riversiamo alcun calcolo. Può essere benissimo anche il grande ricco, quando noi vediamo in lui la sua essenza di creatura nel bisogno e nient’altro. L’amore dell’escaton è perfettamente religioso, legato direttamente alla nostra ultima natura, e non si limita alle visioni escatologiche. Ci aiuti anche il nostro stato di perpetui peccatori a dare senza calcolare. I nostri limiti ci trattengono umili, capaci di amare con riconoscenza nel cuore.

Il Vangelo dell’amore dell’escaton termina annunciando il supplizio eterno per chi non ha dato da mangiare, da bere, da vestire ai più piccoli. È così l’annuncio del Vangelo, da cui non dobbiamo togliere nulla, ma solo comprendere nella fede. Ciò che non è amore non può essere chiamato, per finzione benevola, amore. Noi non siamo chiamati a sembrare di essere, ma a essere realmente. È qui che si innalza tra cielo e terra la croce del fratello grande e con lui di tutti i fratelli piccoli. La croce non è una finzione, è vera e risponde alla necessità reale: ci sono molti peccatori da redimere; anzi, tutti siamo peccatori di fronte alla nostra vocazione originaria, di fronte alla nostra somiglianza con Dio. «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Siamo chiesa per testimoniare questo amore. «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore suo è perfetto in noi» (1Gv 4,12).

padre Luciano

* Vola perché è leggero

Nei tempi antichi viveva un terribile bandito, che non aveva mai fatto tutt’altro che il male. Intenzionalmente, con gusto, tutte le volte che si era trovato di fronte a due possibilità, sempre aveva scelto quella più malvagia. Le sofferenze che aveva inflitto a esseri umani, animali, cose, erano senza numero. Solo una volta, forse più per stanchezza che per altro, aveva compiuto un gesto non dico di bene, ma almeno di non voluto male. Mentre stava per spiaccicare, per puro gusto di uccidere, un ragnetto che si calava dal tetto della stalla dove il bandito teneva il cavallo, aveva cambiato idea prima di colpire e lo aveva graziato. A parte quell’unico gesto di non malevolenza, aveva poi continuato le sue odiose scorrerie fino alla morte.

Morto, era finito nel più profondo e orrendo degli inferni. Dire le pene cui era sottoposto, senza possibile remissione, non è alla portata del linguaggio umano. Nel frattempo anche il ragnetto era morto, e se ne stava tranquillo in paradiso. Guardando giù, vide in fondo in fondo il bandito che pativa all’inferno, lo riconobbe e ne ebbe compassione. Cominciò a calare il suo filo. Giù, giù, giù, il filo scendeva e scendeva, fino a raggiungere il fondo, là dove cera il bandito. Visto il filo, il disgraziato lo acchiappò e cominciò a issarsi. Sali, sali, sali, uscì dall’inferno e continuò a salire. Era quasi arrivato in paradiso, quando guardò giù: tutti i dannati si erano aggrappati al filo, e salivano uno dopo l’altro. Era una fila infinita: il bandito era nel fondo del più profondo inferno, e quindi anche tutti gli altri, ma proprio tutti, avevano potuto usufruire del filo del ragnetto. Ma il bandito non era cambiato: gridò Solo io! E cominciò a dimenarsi e a scuotere il filo per spezzarlo sotto i suoi piedi e far cadere tutti gli altri di nuovo di sotto. Il filo si spezzò, ma non sotto: proprio sopra le sue mani avvinghiate, e lui e tutti gli altri piombarono giù.

Questa storia buddista ci dice che il bene è leggero. Proprio perché è leggero vola lontano, su un soffio di vento. Un unico gesto leggero va più lontano di milioni di gesti pesanti. Una piuma di bene solleva tonnellate di male, sconfigge tutti quanti gli inferni. Come l’offerta di un bicchiere d’acqua a chi ha sete è offerta fatta a Dio, e disseta la sete del mondo.

«Nel buddismo si parla di paradiso e inferno; nel cristianesimo di regno dei cieli e inferno; nella nostra vita ordinaria di fortuna e sfortuna, di circostanze favorevoli e avverse. È per noi del tutto ovvio considerare un bene il paradiso, il regno dei cieli, la fortuna e le circostanze favorevoli e un male i loro opposti. Questo tipo di divisione discriminativi è nient’altro che una distinzione che dipende dalla nostra mente, che è del tutto separata dalla vita come è in realtà. Proprio in conseguenza di questo modo di discriminare la realtà, noi ci agitiamo per fare sì che le cose vadano per il verso che ci aggrada e per evitare che vadano in modo che non ci piace, e in questa dimensione va perduta la pace completa. Ad esempio se cadiamo all’inferno o in condizioni avverse, ci convinciamo che è intollerabile e cerchiamo di fuggire, di uscire da quella situazione per andare in paradiso o per trovare condizioni favorevoli; è allora che i diavoli dell’inferno si divertono a giocare con noi come il gatto con il topo. Quanto più cerchiamo di fuggire, tanto più i demoni giocano con noi, diventando sempre più crudeli.

La cosa importante dal punto di vista della realtà del sé non è scartare il tanto spiacevole, l’inferno, la sfortuna, le circostanze avverse per dirigersi verso il lato buono, cioè il paradiso, il regno dei cieli, la fortuna, le circostanze favorevoli, il tutto in virtù di una discriminazione che è solo nelle nostre teste. Anzi, l’importante è l’atteggiamento del proprio comportamento di vivere in modo diretto ciò che ora io incontro come la realtà della vita stessa. Se cado all’inferno, proprio l’inferno è ora la mia vita, e io vivo l’inferno in modo diretto, per quello che è: se vado in paradiso, proprio il paradiso è ora la mia vita, e io vivo il paradiso in modo diretto, per quello che è; questo è l’atteggiamento.

Se il nostro atteggiamento nei confronti della vita è deciso nei termini in cui il sé vive la realtà della vita del sé, ciò non significa che paradiso e inferno, felicità e infelicità, cessano del tutto di esistere, ma piuttosto che appare chiaro come tutte queste cose altro non sono che la scena della mia vita. Nella vita del sé hanno luogo e si svolgono svariate scene. Però in definitiva la realtà assoluta, il fatto assoluto è soltanto che il sé vive il sé che è solo il sé qualunque cosa capiti» (Kosho Uchiyama, La realtà della vita)

Ci dice anche, la storia, che il male è pesante, un unico pensiero di male, un pensiero egoista, è più pesante di tutti i dannati del mondo: trascina giù tutti, non solo chi ha formulato quel pensiero. Un bicchier d’acqua negato a chi ha sete è negazione a Dio, aumenta la sete del mondo.

L’anno liturgico si chiude con una visione di supplizio eterno e di vita eterna. L’eternità non è un tempo infinito che comincia quando finisce il tempo l’eternità non comincia e non finisce, è sempre.

I sensi sono ombre di nuvole vaganti nel cielo
E ciò che li avvelena, l’avidità, l’ira, l’ignoranza,
false bolle di schiuma
che appaiono e scompaiono.
Verificata la vera forma,
nulla vi è all’infuori:
l’effetto dell’inferno all’improvviso è distrutto.

(Shodoka, Canto del risveglio alla via composto da Yung Chia)

Jiso

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