ven 23 Dic 2005 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

25 Dicembre – 7 Gennaio (Vangelo e commenti in formato PDF – 209kb)

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro

* Questo per voi il segno

La scena del Natale descritta da Luca è vera storia, una pagina della storia dell’umanità. È differente dai presepi con cui noi siamo soliti raffigurare il Natale, in cui prevale l’immaginario e l’idealizzato. Secondo il Vangelo ciò che realmente è, è il luogo ideale perché si manifesti la grazia di Dio. Così il Natale secondo Luca è attuato dalle persone e situazioni reali del suo tempo. Vi compaiono i grandi della terra di allora: Cesare Augusto imperatore romano, Quirino governatore della Siria; nonché si fa memoria del re fatidico degli Ebrei, Davide. Vi compaiono anche i pastori come rappresentanza di tutta la parte umile del mondo. Vi compaiono gli animali e anche gli angeli che cantano nel cielo: angeli però che non cantano canzoni celesti, ma la canzone del cuore di ogni uomo della terra: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». Tutti sono lì, a loro insaputa, per provvedere con la loro parte affinché in una capanna di un luogo semidesertico alle porte di Betlemme nasca un bambino. Anche il cielo con le sue stelle prende parte a questa nascita. Luca descrive come in contemplazione, constatando che tutti e tutto fanno la loro parte affinché si attui il Natale. Non occorre forzare i tempi né gli avvenimenti; ciò che deve accadere certamente accade. Se non avviene come un dono, come una sorpresa, non è Natale.

«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». L’uomo ha sempre aspirato a strappare il velo che nasconde il volto della realtà, per scorgere la mano di Dio che crea la realtà. Capire il senso ultimo dell’esistere! L’uomo si pone tante domande e compie tante verifiche; così, ecco, alla fine il suo occhio diventa limpido, il suo orecchio sveglio e il suo cuore puro. Tuttavia non ha ancora trovato nulla, perché dal cercare non consegue automaticamente il trovare. Finché un giorno, come un dono e una sorpresa, con il suo occhio reso puro dal lungo cercare, l’uomo s’accorge che tutto è presente in un bambino avvolto di fasce, che giace in una mangiatoia. Era già presente, ma lo ignorava, perché la sua presunzione lo trascinava altrove, verso le prospettive di altre manifestazioni di Dio potenti e roboanti. Invece nacque in una notte silenziosa sotto il tetto di una stalla. La verità non è la proiezione della nostra mente; è invece la realtà liberata dalle nostre manipolazioni. Dio non corrisponde alla nostra pia idea di Dio; ma è Dio prima che noi ci facciamo qualsiasi idea di lui. Dio è un bambino avvolto di fasce, che giace in una mangiatoia.

Nessuno può contenere la verità intera; perché la verità non è il contenuto di ciò che esiste, ma il grande vaso che tutto contiene. L’uomo cerca la verità: se è la presunzione che lo guida, se ne allontana; se è la semplicità, si avvicina. Quando, a forza di cercare la verità, l’uomo ha svuotato completamente se stesso al punto da non pensarci più, allora Dio gliene dona un raggio, gratuitamente. Così l’incontro con la verità non alza la polvere della superbia.

Il Vangelo annuncia che Dio, quel Dio che «nessuno mai ha visto» (1 Gv 4,12), è nato in mezzo a noi come un bambino avvolto di fasce, che giace in una mangiatoia. Lo Zen è l’esperienza che ogni momento della vita «canta la verità senza aggiungere nulla»; o, come spesso viene detto, lo Zen è mente di principiante. C’è una profonda comunicazione fra il Natale cristiano e lo Zen, mente di principiante. Occorre osservare la realtà con cuore religioso, osservarla così com’è nella storia, compresi i bambini che muoiono di fame, gli anziani che soffrono di solitudine, i giovani che deviano nella droga, compresi i propri personali peccati dai quali l’uomo non riesce a convertirsi; e contemporaneamente annunciare che Dio è nato proprio in questa realtà: quindi cantare con gli angeli la gloria di Dio e la pace degli uomini. Se tutto questo non è un presepio fatto di statuine, ma è storia che realmente accade; e se tutto questo non è un augurio natalizio che lascia il tempo che trova, ma è qualcosa che di fatto cambia la propria vita, allora sì: è Natale. «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”».

Luciano

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* Normalità della nascita, unicità di ogni vita

Il Natale cristiano è probabilmente la festa più popolare del mondo, in questo particolare momento storico. Anche in quelle vaste zone del nostro pianeta in cui il cristianesimo non è la religione maggioritaria, pure vi è almeno un eco di questa festività. Ciò è dovuto in parte a motivi del tutto estranei alla natura stessa di questa festività, a motivi commerciali, ma in parte anche, credo, alla tenerezza che essa ispira e alla universalità dell’esperienza cui si riferisce: il Natale è, in parole povere, la festa della vita indifesa che nasce. Nella celebrazione ripetuta ogni anno di quel bambino che nasce in condizioni così precarie, non c’è solo e, direi, neppure soprattutto la memoria della nascita di Gesù di Nazaret: c’è l’inchino alla nascita di ogni vita, che è sempre indifesa e precaria, completamente dipendente e in balia di fattori che non può influenzare, eppure episodio assolutamente necessario alla continuità della vita stessa. La nascita è forse la metafora più completa della vita: in ogni singolo esserino che nasce, e che senza la cura e l’attenzione di chi gli è vicino non potrebbe vivere che poche ore, si ricapitola l’insondabile realtà dell’esistenza, così fragile e così potente, così inesorabilmente destinata a perire e così irrestistibilmente votata a durare, così niente e così tutto. Di fronte a un bambino, a una bambina appena nata, la contraddizione spaventosa e straordinaria che è la vita appare in tutta la sua evidenza: ed è struggente pensare che è tutta racchiusa lì, in quei pochi centimentri di carne che respira. E ognuno di noi ha cominciato così.

Noi siamo soliti pensare che ogni bambino che nasce viene al mondo nel mondo che è già preparato per lui: nell’anno tale, nel paese tal’altro, in questo o quell’ambiente, in una certa famiglia… tutto già predisposto, e in più arriva un nuovo essere. In questa visione, per noi ovvia, la nascita è il più normale degli eventi: è la specie che si riproduce, possiamo quasi dire che un essere vale un altro, siamo tutti uguali e le condizioni contingenti sono solo le variabili di uno stesso gioco. Un nuovo essere nasce, va a occupare un posto che prima nessuno occupava, e ognuno occupa il proprio posto nell’insieme. C’è poi un altro modo di vedere, che il buddismo in particolare propone, apparentemente antitetico ma non meno verosimile: ogni volta che un bambino nasce, nasce un mondo unico, che prima non c’era, il mondo di quel bambino, il mondo vissuto da quel bambino. Quel mondo che morirà con lui, e che nessuno mai più rivivrà. Ogni volta che un essere nasce, è il mondo intero che nasce, è ogni cosa del mondo nasce allora con lui. Nel mondo del bambino che in questo momento nasce, io prima non c’ero: comincio ad esserci ora con lui, anche se mai mi incontrerà faccia a faccia. Quando quel bambino che ora nasce morrà, domani o fra cent’anni, anche io nel suo mondo morirò con lui. Nella totale solitudine di ciascuno ci siamo tutti, c’è tutto. Credo che questa visione conduca alla soglia della salvezza e della risurrezione, per ognuno e per tutti. Nessuna vita è sprecata, nessuna vita è inutile: ciò che è stato una volta è per sempre, e nella visione eterna in cui ogni essere è l’essere, un attimo non dura né meno né più di mille anni.

Credo che la coscienza della vita che ispira le visioni auteticamente religiose vada affinandosi in questa direzione: nel riconoscere il senso della vita non tanto nella realizzazione individuale della propria vita, quantificabile come appagamento, realizzazione sempre aleatoria, intrinsecamente ingiusta, di incerta valutazione e in balia della più arbitraria casualità; quanto piuttosto nel riconoscere il senso della vita nell’essere vita, nel fatto stesso che la vita è.

Gesù di Nazaret, Siddarta Gotama, in tante cose fra loro diversi, a cominciare dai natali, hanno riconosciuto il valore assoluto della vita nel fatto stesso di essere vivi: il loro annuncio di salvezza non può che cominciare da qui. Esso è universale proprio perché riconosce l’identico valore di ogni vita. Solo se riconosciamo nella nostra nascita, in ogni nascita, il preludio della salvezza, possiamo prendere sul serio la nostra vita, e con essa ogni vita.

Questo mistero così evidente ci richiama il Natale: per questo non ci lascia indifferenti.

Jiso

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