mer 12 Apr 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con in­ganno, per ucciderlo. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».
 
Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sde­gnarono fra di loro: «Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’ olio a più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.

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Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto».
 
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. Quelli all’udirlo si rallegrarono e promi­sero di dargli denaro. Ed egli cercava l’occasione opportuna per con­segnarlo.

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli di­cendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pa­squa con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepa­rarono per la Pasqua.
Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che man­gia con me, mi tradirà». Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Do­dici, colui che in tinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio del­l’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».
 
Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel regno di Dio».
 
E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuo­terò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurre­zione, vi precederò in Galilea».
 
Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò». Gesù gli disse: «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi mo­rire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri. Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e ve­gliate». Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: «Abbà, Padre!
Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu». Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Allontanatosi di nuovo, pregava di­cendo le medesime parole. Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne la terza volta e disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vi­cino».
 
E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò. Essi gli mi­sero addosso le mani e lo arrestarono. Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l’orecchio. Al­lora Gesù disse loro: «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scrit­ture!». Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto peròlo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.
 
Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il si­nedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. Ma alcuni si al­zarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Noi lo ab­biamo udito mentre diceva: lo distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo». Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde.
 
Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio del­l’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? A vete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte.
 
Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: «Indovina». I servi intanto lo percuotevano. Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacer­dote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: «An­che tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò: «Non so e non capisco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. E la serva, vedendo lo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli». Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo». Ma egli co­minciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo che voi dite». Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte». E scoppiò in pianto.
 
Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sine­drio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condus­sero e lo consegnarono a Pilato. Allora Pilato prese a interrogarlo: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I sommi sacer­doti frattanto gli muovevano molte accuse. Pilato lo interrogò di nuovo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato.
 
Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta. Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio. La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva. Allora Pilato rispose loro: «Volete che vi rilasci il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Ba­rabba. Pilato replicò: «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Ma Pi­lato diceva loro: «Che male ha fatto? ». Allora essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
 
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e con­vocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver in­trecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostra­vano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
 
Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio, e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna di­ceva: Il re dei Giudei. Con lui crociflSsero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra.
 
I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scen­dendo dalla croce!». Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non può sal­vare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
 
Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del po­meriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabac­tàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.
 
Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».
 
C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Infor­mato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, com­prato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltoio nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Màgdala e Maria ma­dre di Joses stavano ad osservare doye veniva deposto.

* Il velo del tempio si squarciò

Questo testo del Vangelo secondo Marco è probabilmente il rac­conto più antico della passione di Cristo. Trasmette fino a noi in modo vivido l’enorme impressione che la passione del Signore ha esercitato sulla prima comunità cristiana, suscitando anche in noi profonda commozione. Marco semplicemente narra, senza aggiun­gere nulla alla sequenza dei fatti, nessuna interpretazione delle Scrit­ture, nessun particolare che riabiliti Cristo dalla umiliazione della condanna a morte. Soltanto quando Gesù esalò lo spirito emet­tendo un forte urlo, Marco ricorda che avvenne un terremoto e che «il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso». Davanti a tutto ciò il centurione romano esclamò: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio».

Nel racconto della passione Marco osserva molto diligentemente il comportamento dei discepoli verso Cristo. Come gli altri evangeli sti parla di Giuda che tradisce; ma parla anche di un giovinetto ­- forse Marco stesso! – che indossava sul corpo un lenzuolo e come fuggì nudo dalla paura quando i soldati posero le mani su di lui. Marco ci narra il rinnegamento di Pietro in modo dettagliato: è l’u­nico che ci riferisce che Gesù aveva predetto a Pietro che l’avrebbe rinnegato tre volte prima che il gallo canti due volte. Quel due volte del canto del gallo è solo qui. Marco ci tramanda anche che l’uomo di Cirene che aiutò Gesù a portare la croce fece quel gesto di bontà soltanto perché costretto: «Allora costrinsero un tale che passava…». I due ladroni crocifissi uno alla sua destra e uno alla sua sinistra con­tinuano a insultarlo fino alla fine. Nessun accenno all’episodio cosìedificante del ladrone che si pente e diventa buono. I soldati agi­scono in modo impersonale, amorfo, scandendo gli interventi come viene loro ordinato. La folla grida «Crocifiggilo», dimentica dell’o­sanna di alcuni giorni prima. La passione è il momento in cui la gra­cilità dell’uomo viene a galla senza veli. Il velo della devozione sotto cui spesso l’uomo cela le sue pecche si squarcia da cima a fondo.

La passione è il tempo in cui Gesù manifesta il limite della sua umanità. Nel Getsemani «cominciò a sentire paura e angoscia» e sentì il bisogno del conforto degli amici: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate»; «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!». Gesù stava attonito di fronte alla sorte che si era abbattuta su di lui in modo così violento. Nel silenzio buio del dolore andava comprendendo se stesso e il suo ruolo, come ogni uomo quando è nel turbine degli eventi. «I passanti lo insulta­vano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Eh i, tu che distruggi il tem­pio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!”». Il racconto di Marco ci presenta Cristo come uno di noi. Non ci dice che soffriva per redimere i nostri peccati. Ci dice che tre­mava come noi, era schiacciato dalla croce come noi, imprecava con­tro Dio come noi: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Il Gesù sulla croce del Vangelo secondo Marco non proferisce al­cuna parola da Messia per la redenzione del peccato degli uomini, o per affidare se stesso nelle mani del Padre. Ma «dando un forte grido, spirò».

«Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso». Il velo del tempio sono l’istituzione, le pratiche, le teorie religiose, le devo­zioni: tutte quelle cose con cui l’uomo suole velarsi davanti a Dio per celare la sua debolezza, oppure per abbellirsi di virtù. La morte di Cristo in croce aveva squarciato tutto: il velo aveva dimostrato la sua inconsistenza e vacuità. I sommi sacerdoti lo deridevano; ma il cen­turione romano, l’uomo che non apparteneva a nessuna religione e pagano agli occhi degli ebrei, chinò il capo ed esclamò: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

Il Vangelo di Marco è un invito forte a non vanificare la passione di Cristo riducendola a racconto devozionale per commuovere i fe­deli. È una testimonianza potente contro la tendenza di abbellire con motivazioni teologiche la sofferenza di Cristo separandola da quella di tutti gli esseri che soffrono. La vera devozione è, davanti a ogni esistenza che soffre, chinare il capo ed esclamare: era veramente Figlio di Dio! Il centurione pagano non conosceva le profezie, ma vide negli occhi di quel condannato a morte il dolore di tutte le esi­stenze e chinò il capo davanti al Figlio di Dio che è in tutti.

p.Luciano

* Ama la vita l’uomo della via

Il resoconto della passione di Gesù contiene tanti episodi e tanti elementi che non è possibile considerarli tutti in un unico com­mento. Ma c’è un filo che unisce tutti gli elementi e li mette in comu­nicazione. Fatta eccezione per il momento della Cena in cui Gesù ce­lebra l’eucaristia, che è un momento di comunione fraterna, tutti gli altri episodi, dall’unzione a Betania alla croce, sono percorsi dalla solitudine sempre più completa di Gesù. .

Marco, come è suo costume, si limita a fotografare gli eventi e poi ci lascia con quelle fotografie in bianco e nero fra le mani. Rac­colgo quella che ritrae l’episodio del Getsemani. Se la croce è il sim­bolo che ognuno deve raccogliere e accettare, perché rappresenta la morte inevitabile per tutti, ma di cui in fondo niente si può dire per­ché la morte in sé è impensabile e indicibile, il Getsemani è quell’es­sere di fronte alla fine, quell’arrivare da vivi fin sulla soglia, che ognuno sperimenta e di cui si può parlare. Forse il Getsemani è ciò che rende l’uomo Gesù più vicino a me, uomo, di qualunque altra cosa. Arrivati a questo punto, siamo davvero oltre ogni forma este­riore: è come essere dietro le quinte del palcoscenico della vita, làdove non ci sono più le parti e i ruoli, le maschere e i costumi di scena. Qui ognuno è solo con la sua vita, di fronte alla sua morte. Se il Vangelo non decrivesse Gesù in questo momento, mancherebbe il passo fondamentale che conduce alla croce. E la sincerità spoglia di Gesù è più grande di ogni trionfalismo.

Gesù, al Getsemani, ci comunica soprattutto un sentimento che deve animare il cammino di ognuno: l’amore per la vita. Prendendo con sé gli amici più cari per averli vicini, parlando loro della sua tri­stezza sconfinata, pregando faccia a terra contro ogni evidenza, Gesù dichiara con ogni sua fibra di amare la vita. La offre, e la sua offerta è vera e grande proprio perché grande è il suo amore per lei. Chi offre ciò che non ama non offre niente, si disfa solo di qualcosa che gli pesa. L’offerta di Gesù si espande senza limiti perché è l’of­ferta della cosa più amata.

È nell’amore alla vita, anche se espresso solo in maniera sen­suale e confusa, che peccatori e prostitute sono vicini al regno di Dio. È nel disprezzo per la vita vissuta, con le sue debolezze e con­traddizioni, che i puri farisei ne sono lontani. «Quello a cui si per­dona poco, ama poco» (Lc 7,48). Veramente la persona della via, che è in cammino verso la verità più profonda, buddista o cristiano, credente o non credente, si riconosce dal suo amore per la vita, per la propria vita, per il proprio essere vivo. Offrire la vita è una neces­sità: non è un merito dover morire. Aderire con la mente e col cuore a questa necessità è segno di maturità e di consapevolezza, segno di umiltà di fronte a qualcosa di più grande che ci avvolge. Ma accen­dere d’amore quell’offerta e quell’adesione, amore per ciò che si of­fre e si deve lasciare, solo questo dà vero valore all’offerta, la rende viva e palpitante.

Nel buddismo diciamo che la via è oltre la distinzione fra ciò che piace e ciò che non piace. Lo dicono le scritture, i saggi di ieri e di oggi, ed è senz’altro una parola vera. Attenzione, però, a come la comprendiamo e la mettiamo in atto: se conduce all’indifferenza, a uno stato di distacco in cui la vita la vediamo dal di sopra, come spet­tatori, saremo pure oltre ciò che piace e ciò che non piace, ma non siamo più sulla via. Senza la vita, infatti, non c’è nessuna via, e una vita vista da fuori è una vita da morto. Ecco perché tanti religiosi sembrano come morti, chiusi nel sarcofago della loro piccola perfe­zione che tiene a distanza la passione per la vita. Il bodisattva, in­vece, l’uomo la cui via è la sua vita e che vive la vita come una via, ama la vita e non ama la morte, come Gesù nel Getsemani. La vita si ama col corpo e col cuore, la morte si può amare solo concettual­mente: ma la via si percorre con il corpo e il cuore, non solo ideal­mente.

Jiso

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