mer 14 Giu 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

* Domenica del Corpo del Signore

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli di­cendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pa­squa con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepa­rarono per la Pasqua. Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Allora comincia­rono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Fi­glio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!». Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

* IL CAMMINO RELIGIOSO DEL CORPO DATO E DEL SANGUE VERSATO

Nella seconda domenica dopo la Pentecoste la Chiesa celebra la festa del corpo dato e del sangue versato del Signore nel sacramento del pane e del vino. Questa festa manifesta il profondo legame che esiste tra il corpo e lo spirito nel cammino cristiano, comunicando con la religiosità dello Zen, che ugualmente fonda la spiritualità sulla posizione del corpo. Le due spiritualità valorizzano il corpo come spazio del cammino religioso, presentando però alcune diffe­renze che nel dialogo divengono feconde di una maggiore vitalità. Nello Zen non si consumano parole in discussioni teoriche sulla ve­rità o sulla illuminazione; ma semplicemente si riversa grande cura sulla posizione del corpo nella pratica dello zazen. La convinzione di fondo è che quando il corpo assume la posizione più conforme alla fisionomia originaria, questa posizione fisica purifica tutto quanto l’uomo e lo armonizza globalmente, corpo e spirito. L’uomo, purifi­cando e armonizzando se stesso, diviene forza che promuove l’armo­nia nell’ambiente che lo circonda e nel mondo intero. La retta posi­zione del corpo quindi è il sacramento che significa e attua la retta posizione di tutta la persona e di tutto l’universo.

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L’importanza del corpo nel cammino religioso trova lo Zen e il Vangelo come fratelli. Infatti il fondamento del Vangelo è il corpo dato e il sangue versato del Signore, cibo e bevanda per l’umanità in­tera. Ciò manifesta in modo perfetto che «Dio è amore» (lGv 4,8). L’uomo che mangia quel corpo e beve quel sangue ha la vocazione a essere esistenza d’amore. La materia del sacramento del corpo e del sangue di Cristo sono il pane e il vino, alimenti quotidiani sulla mensa di ogni famiglia. «Lo diede loro e ne bevvero tutti»: il santo come il peccatore, l’illuminato come lo smarrito. Quel pane, che è il corpo dato di Cristo, quel vino, che è il suo sangue versato, sono il sa­cramento che fa rivivere la dignità originaria di ogni uomo come fi­glio di Dio e fratello di tutte le esistenze. Manifestano la dignità del­l’uomo, la suscitano, la coltivano, la fanno maturare. Il corpo santo di Cristo rende santo il corpo dell’uomo e questo santifica l’universo. Gesù offrì quel sacramento ai suoi discepoli la sera dell’addio e del tradimento, quando i discepoli erano scesi al grado infimo della loro debolezza. È la fame e la sete che danno il diritto a mangiare e a bere. È l’indegnità del peccatore che rende degni di fare la comu­nione con Cristo.«Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”». Il cuore religioso di Cristo si manifesta perfettamente a tavola, nel rapporto fisico che egli mette in azione con il cibo e la bevanda, con coloro che circondano la mensa, con lo spazio e con il tempo dentro cui l’alimento viene formato. La tavola è il luogo di culto più adatto per il cristiano. È l’altare dove accogliere tutto ciò che viene imban­dito dalle cose e dagli avvenimenti, mangiarlo, digerirlo, assumerlo come energia, trasformarlo in servizio, pazienza e amore. È lì che l’esperienza religiosa cristiana si verifica: la casa, la famiglia, la co­munità, le mense della Caritas, le iniziative della giustizia e della so­lidarietà. A questo altare convengono sia coloro che hanno fame, sia coloro che hanno il pane e lo spezzano: chi mangia e chi spezza il pane sono lo stesso Cristo che dà e che riceve.

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I verbi usati dal Vangelo narrando la cena del Signore sono sacri. Prese il pane: prendere significa accoglienza profonda e cordiale della consistenza della vita; pronunziata la benedizione: indica la gioia di esistere, benedicendo la vita senza rimpianti e attaccamenti; lo spezzò: lo spezzare è dato dall’offrire ogni cosa che la vita ci dona vivendola con tutte le forze fino al sacrificio; lo diede loro: è qui espressa la condivisione della nostra vita con gli altri, non come se facessimo un gesto di elemosina dovuto alla nostra virtù, ma come esigenza intima dello stesso nostro essere; questo è il mio corpo: è l’espressione fondamentale del cammino religioso e indica l’offerta consapevole del presente, annuncia la morte e la risurrezione. La ca­rità non è protagonismo di carità, ma anzitutto è il semplice esistere momento dopo momento come corpo dato e sangue versato. Il corpo è lo spazio del ricevere e del dare, è la mensa dell’amore. «In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». Per Cristo attendere tutti è decisione a digiunare finché non arrivino tutti alla tavola. È il corpo di Cristo che digiuna attendendo tutti, che è dato in cibo per il lungo viaggio di tutti.p.Luciano

* IL CIBO DELLA LIBERTÀ

Desidero proporre un pensiero di riflessione che nasce dall’a­scolto della Parola relativa alla cosiddetta istituzione dell’eucaristia. La riunione conviviale della comunità è un episodio ricorrente nella vita della comunità stessa, come ci è attestato ripetutamente nei Vangeli.

Altrettanto normale è la cena pasquale, nell’ambiente ebraico, così come il fatto che il padre (in questo caso Gesù) spezzasse il pane, lo benedicesse e lo distribuisse, levasse il calice del vino, ren­desse grazie e lo desse da bere a tutti i con vita ti: con variazioni mi­nime era questa la prassi della cena pasquale in ogni famiglia ebraica.

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E pure non inconsueta era la formula di offerta della propria vita a espiazione dei peccati, per chi sapeva di star per morire. Non è questa la sede per esaminare la questione nei particolari, ma è fatto risaputo che dal condannato a morte fino al sommo sacerdote era pratica comune, nell’imminenza della fine, pronunciare una formula per dare alla propria morte carattere di espiazione: nel caso del con­dannato a morte soltanto dei propri peccati, e poi via via allargando l’ambito, fino ai peccati di tutto Israele nel caso del sommo sacer­dote (più è innocente il morituro, più l’effetto espiatorio della sua morte è ampio). L’idea di una morte vicaria era tutt’altro che ignota ai discepoli presenti alla Cena: infatti nessuno mostra stupore alle parole e ai gesti di Gesù.In cosa consiste, allora, la particolarità dell’ultima Cena? Gesù, offrendo la propria vita per tutti (quel molti ha il senso di la moltitu­dine, cioè la totalità) manifesta una volta di più la coscienza di essere il figlio dell’uomo e insieme uno col Padre. Di essere cioè un ele­mento della storia, soggetto ai casi della vita, e contemporanea­mente tutt’uno con la Vita stessa, di essere la forza che fa accadere la storia e i casi. La sua è quindi un’offerta del tutto libera, non perché frutto di una scelta personale, ma perché egli, in quanto Vita libera da ogni condizionamento, aderisce perfettamente agli eventi esatta­mente come se li avesse decisi lui, anzi ancor più. Questa assoluta mancanza di barriere, di frattura fra sé e la Vita è ciò che rende illi­mitato anche l’effetto della sua morte. Così Gesù riassume la sua vita come vita del mondo intero, e contemporaneamente apre una via che ognuno può seguire, a partire dai suoi discepoli cui diretta­mente distribuisce se stesso (l’adesione alla vita) nella forma sem­plice del pane e del vino. La strada è appunto quella di risvegliare la coscienza di essere contemporaneamente figli dell’uomo e figli di Dio. In tal caso ognuno è liberamente compartecipe del proprio de­stino, quale che sia, anche se non ha fatto nulla per sceglierselo, e la morte diviene un’offerta, come è stata la nascita. Di solito pensiamo solo al fatto che non abbiamo chiesto di nascere e ci ritroviamo qui. In realtà, se ci risvegliamo alla vita come è e approfondiamo la com­penetrazione di noi stessi con la vita, ci rendiamo conto che io e la vita siamo un’unità inseparabile, e allora dovremmo essere portati a concludere che la libertà più profonda non sta nella gamma delle possibilità di scelta o nel seguire il proprio arbitrio, ma nell’usare la propria volontà ed energia per aderire ed essere in armonia con la volontà che liberamente mi ha fatto nascere e mi farà morire. Li­bertà significa sapere che è la vita che vive in me, è la morte che muore in me. In Gesù questa adesione è totale. In me, forse, è ap­pena agli inizi. Ma non si tratta di due realtà separate. La via èaperta, procedere dipende solo dalla mia libertà.

Jiso

* PREGHIERA

o passione di Cristo che si eterna,
che ha fame negli affamati, sete negli assetati, freddo negli ignudi.
Passione di Cristo che si oscura negli ignoranti, che si angoscia nei dubbiosi,
si fa spasimo nei peccatori,
agonia d’anima negli afflitti.
Passione di Cristo che fa perdonare le offese,
che fa vedere nella persona molesta il fratello più caro, che intercede giorno e notte per i vivi e per i morti. Passione di Cristo presente sempre,
perché ogni dolore è dolore di Cristo,
non un filo d’erba divelto,
non un animale torturato resta senza eco davanti a lui.
o Gesù, fa che ti sentiamo sempre immanente in noi e nelle tue creature:
nell’assassino e nell’assassinato,
nell’oppresso e nell’oppressore,
nel fuoco e nel gelo,
come presenza liberatrice e guida alla vita.
(Anonimo)

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