mar 25 Lug 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Come pecore senza pastore

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

* Il riposo del missionario

I discepoli, ritornati dal viaggio missionario, «riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato». Per immaginare l’entusiasmo semplice di questi discepoli dobbiamo abbandonare l’immagine abi­tuale che abbiamo del sacerdote o del missionario e immedesimarci nella scena concreta di quel ritorno. Oggi il sacerdote e il missiona­rio sono persone che hanno alle spalle una carriera di studi e per loro l’apostolato è la professione della vita. Invece nel Vangelo di oggi vediamo delle persone già adulte, chiamate da Gesù inaspetta­tamente, che non avevano alcun titolo accademico e nessun rango ri­conosciuto nella società. Ebbene proprio questi, per la prima volta, inviati da Gesù avevano insegnato e operato segni di Vangelo, ac­colti dalla gente. Erano pieni di meraviglia verso se stessi: così im­preparati, eppure missionari veri!
Gesù, prima di inviarli, aveva raccomandato loro di non portare nulla, se non una profonda convinzione nel loro corpo e nel loro cuore. Ora erano di ritorno pieni di entusiasmo. Gesù un giorno in­segnerà loro che essere missionari del Vangelo comporta molto sa­crificio e difficoltà: comporta portare la croce, morire e risorgere.

Tuttavia in questa prima esperienza entusiasmante egli non disturba la loro gioia. Quando è il momento di gioire bisogna gioire. Tuttavia li conduce in un luogo solitario a riposare (non a pregare, ma a ripo­sare): «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposate un po’». Quanto è pregno di sapienza questo riposare un po’! Noi spesso pen­siamo che il riposo sia il contrario del lavoro: quindi un momento di non produttività, possibilmente da ridurre al minimo. L’uomo forte riposa il meno possibile. Il riposo è dei deboli! Per cui proviamo stima verso chi è sovraccarico di impegni e disistima per coloro che riposano, che riteniamo fannulloni.

La natura ci insegna che il momento del riposo è sacro. Riposa dalla sua crescita quantitativa e visibile ogni frutto e ogni cereale, e solo così matura dentro di sé quel suo sapore e quel suo profumo che apprezziamo tanto! Durante la notte riposano il corpo del lavora­tore e quello del bambino che ha giocato, recuperando il loro vigore. Riposa la donna durante la gravidanza dalle sue attività abituali, per riversare tutta la sua energia nell’opera divina della trasmissione della vita. Riposa il respiro di ogni vivente: all’inspirazione segue la pausa in cui l’ossigeno passa al sangue e l’anidride carbonica all’aria. E così viene perpetuata la vita. Riposò Dio al settimo giorno della creazione e benedisse il riposo.

Quando nei secoli passati i nostri antenati costruirono le citta­dine che ornano gli Appennini, così in armonia con la natura e con la vita, semplicemente lavoravano riposando, verificando i loro pro­getti e correggendo gli errori. Senza alcun piano regolatore, sono sorte le belle cittadine romaniche. Vivono il riposo coloro che sanno dialogare: essi ascoltano le parole dell’altro, le fanno riposare dentro di sé, ne inspirano il significato e solo dopo rispondono. E la loro ri­sposta viene dal cuore. «Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dun­que ad entrare in quel riposo» (Eb 4,10-11). Entrare nel risposo di Dio significa entrare nello Spirito Santo. Lo Spirito infatti è il riposo del Padre e del Figlio: nello Spirito Santo il Padre si dà tutto al Figlio (la creazione), e nello Spirito Santo il Figlio ritorna tutto al Padre (la redenzione). Lo Spirito Santo è spesso significato attraverso l’imma­gine dell’atmosfera, del vento e dell’alito.

«Sbarcando vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore». Gesù vuole condurre i discepoli in un luogo solitario per un momento di riposo. Eppure la gente scopre la sua intenzione e li precede. Così Gesù si trova di nuovo di fronte alla gente. Tutti abbiamo esperienze simili: le persone, gli impegni ci ru­bano il riposo! Quando mai può riposare una mamma che ha dei bambini piccoli? Il riposo, prima di essere un fenomeno fisico, è un fenomeno spirituale. Gesù conduceva la sua vita impegnatissima fa­cendola riposare nel riposo della volontà di Dio. Spesso si recava solo sul monte a pregare, di buon mattino. Durante il giorno si dava tutto alla gente. Ciò che affatica sono gli attaccamenti, le paure, gli interessi, le indecisioni; praticamente è quel cuore che non si dà tutto: un po’ sì, un po’ no. Quanto spreco! Quanto scarto!
Nel cammino cristiano manca una pratica religiosa quotidiana che educhi alla spiritualità del riposo. Le preghiere del mattino e della sera, il digiuno, qualche fioretto, la messa della domenica: sono tutte pratiche in cui noi facciamo; ci manca la pratica spirituale del non fare, non pensare. Manca lo zazen, il silenzio del corpo e dello spirito. Durante lo zazen tutto è nulla: «Chi è entrato nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie» (Eb 4,10). Dopo il riposo della notte la luce è la più limpida!

p.Luciano

* Il riposo che genera

Ecco che i discepoli tornano dal loro primo viaggio di missione, e raccontano tutto quello che avevano fatto. Il Vangelo di oggi e quello di domenica scorsa vanno letti a seguire, senza tener conto del fatto che in mezzo è inserito il resoconto della morte di Giovanni il Battista. Quello stÌìèro ci dà l’idea che in mezzo è trascorso un pe­riodo, in cui i discepoli sono andati in giro a predicare mentre non sappiamo cosa ha fatto Gesù.

Tornano e sono stanchi. Dopo un periodo in cui hanno vissuto a stretto quotidiano contatto col Maestro, ascoltandone continua­mente l’inaudita predicazione, sono stati da lui rimandati per un pe­riodo nel mondo, in quel mondo da cui provenivano. Chissà quante sollecitazioni, quanti pensieri e anche quanta confusione! Ecco al­lora che l’invito di Gesù rivela tutta la profondità della sua umanis­sima comprensione: riposatevi un po’ (in greco anapausaste oligon). Il verbo anapauo vuoI dire smettere, cessare, sospendere in modo molto drastico, fino a significare, oltre al riposo e il sonno, anche la morte. È il riposo che rigenera, l’abbandono di tutto, anche dell’atti­vità missionaria. Lo stesso Gesù che li ha inviati, con indicazioni cosìsevere, è quello che poi li invita al riposo, a deporre ogni preoccupa­zione. Chi fa zazen vede in questo riposo una metafora del nostro stare seduti davanti al muro. È difficile descrivere lo zazen con una parola migliore di questa: anapausaste – fate una pausa. Pausa da tutto. Chi fa zazen pensando che sia un mezzo per ottenere benefici spirituali, illuminazioni o sapienze, risvegli o conferme, dovrebbe ri­flettere su questo: non è altro che un momento di pausa. Il riposo da tutto.

Ma è davvero fifficile il riposo autentico. Innanzitutto è possibile solo se si è davvero stanchi, se si è arrivati all’esaurimento delle proprie energie. Così come la fede funziona quando si è giunti al limite delle umane risorse, il vero riposo si dischiude quando si sono esaurite le proprie forze: come gli uccelli che si posano sul ponte della nave in una pausa della traversata del mare. Inoltre il riposo di cui parliamo non è un’attività alternativa: non è uno svago, seppure di natura spirituale. E’ una specie di morte durante la vita. E’ – se posso esprimermi così – l’altra faccia della fede operante. Mentre la fede che produce le opere, di cui abbiamo visto gli esempi nei Vangeli delle scorse domeniche, è abbandono totale di sé per lasciare che si manifesti quella forza della fede che opera, il riposo che chiamiamo zazen è abbandono totale di sé che non produce nulla. Da quel nulla tutto rinasce.

Nel Vangelo non si trovano mai altro che vaghi accenni a questi momenti di riposo, a questi ritiri nel silenzio, anche di Gesù stesso, perchè in fondo non si può dire nulla in proposito: che dire dell’abbandono che è solo abbandono ? La nostra sfida nel dare indicazioni sullo zazen non deve mai scadere nella pretesa di definirlo.

Gesù ha cura del proprio riposo e protegge con cura il riposo dei suoi: nell’ultima immagine di questo brano lo vediamo intento ad accudire alla folla da solo, lasciando ai discepoli il momento della paura.

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