mer 5 Lug 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

L’impedimento dell’abitudine

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltando lo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono que­ste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi poté operare nessun prodi­gio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravi­gliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, inse­gnando.

* Imprigionati nelle aspettative religiose

Se avessi un carattere migliore! Se la gente con cui vivo fosse più onesta! Se il mondo andasse meglio! Certamente compirei cose me­ravigliose! Invece tutto va male e non posso farci niente! Con tali espressioni spesso noi scusiamo la nostra indolenza e mediocrità.

Esiste un atteggiamento pretenzioso e illusorio nel cammino re­ligioso: quello di aspettarsi favori o miracoli in cambio della pratica e dei sacrifici che si compiono. Come un trattato commerciale con Dio: io ti sono fedele, ma tu mi devi concedere i tuoi favori! Queste pretese si annidano nel cuore dell’uomo quando questi non accetta la vita e la realtà con cuore umile. L’uomo scontento di sé diviene molto pretenzioso verso gli altri e verso Dio. Molto difficilmente tale uomo può riconoscere la visita di Dio, perché Dio viene all’uomo sotto la veste della croce, mentre l’uomo lo aspetta nella veste di chi concede favori. Anche l’uomo che riconosce Gesù Cristo può sem­pre confondere e invertire la gloria della croce con la croce della glo­ria. Gesù ha affermato che la sua è la gloria della croce: ossia che la croce in se stessa, la vocazione a soffrire per redimere ciò che è per­duto, costituisce la sua gloria. Essere il Logos e portare la croce sono una sola vocazione, sono il modo di amare proprio del Figlio di Dio. La croce è in se stessa gloriosa, è il soggetto della gloria. Ma molti cristiani sostituiscono la gloria della croce con la croce della gloria; ossia Cristo soffre per difendere la sua gloria; la gloria è la causa della croce, inflitta dagli uomini che non riconoscono Dio. Nella glo­ria della croce è Dio che soffre per amore verso gli uomini; nella croce della gloria Dio soffre per amore di se stesso.

Gesù, ormai conosciuto nella regione per i suoi insegnamenti e le sue testimonianze, accompagnato dagli apostoli, fa ritorno a Naza­ret, dove era cresciuto e aveva lavorato fino allora. Là tutti sapevano sia di lui, sia di sua madre, sia dei suoi fratelli e sorelle. Molti ave­vano in casa armadi, o tavoli, o sedie costruiti dal carpentiere Gesù. Ma proprio questo rapporto abitudinario che gli abitanti di Nazaret avevano verso Gesù impedì loro di riconoscerlo. Anzi, si scandaliz­zarono. Pure i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme e i farisei che conoscevano le Scritture a memoria lo rigetteranno. Noi riteniamo quelli di Nazaret e di Gerusalemme i privilegiati davanti a Dio; in­vece resistettero a Dio e condannarono il suo Figlio.

«“Donde gli vengono queste cose?… Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo…!”. E si scandalizzarono di lui». La vita di Gesù e di sua madre Maria era stata del tutto uguale a quella degli altri abitanti di Nazaret, senza nessun raggio speciale sul loro volto, senza alcuna potenza miracolosa nelle loro mani, senza nessuna parola particolarmente sapiente e illuminata sulle loro lab­bra. Niente di speciale e niente di straordinario! Nessuno si era ac­corto che Gesù era il Messia e che sua madre era la Madre del Figlio di Dio. Nel corrispondente brano del Vangelo secondo Luca (4,16-­30) è detto che gli abitanti di Nazaret tentarono persino di ucciderlo, tanta era la loro indignazione e invidia. Pretendevano dei favori, se lui fosse stato il Messia. Indignazione perché Gesù, dopo tutto, era il più ordinario di tutti loro. Lo avrebbero riconosciuto Messia in cam­bio di favori: imprigionati in questo miscuglio di sentimenti, rifiuta­rono di credere.

Spesso le aspettative religiose che noi nutriamo sono l’ostacolo più difficile da superare in ordine a compiere il vero cammino reli­gioso, perché nascono dalla presunzione, dalla vanità e dalla chiu­sura. Si camuffano di religione, ma scaturiscono dall’egoismo. Per verificare l’autenticità del nostro cammino dobbiamo provare a la­sciare andare tutte le convinzioni religiose a cui siamo attaccati, compresa la nostra devozione a Gesù. Tutto quello che svanisce era vacuo fin da prima. Ciò che svanisce se lasciato andare è ciò che è prefabbricato, precostituito dentro di noi, come un filtro che ci im­pedisce di riconoscere Dio quando ci fa visita sotto una forma a noi non abituale. Ciò invece che rimane costituisce quel nostro cuore re­ligioso che è vero, eterno e che Dio riconoscerà nel suo giudizio. Ma è possibile verificare anche le convinzioni più preziose, compresa la devozione a Gesù Cristo? Basta lasciare che la vita, con le sue prove, ci butti contro il muro del dubbio. In quei momenti si può fingere di non dubitare per ostentare sicurezza. Oppure si può attraversare la prova affidandosi all’opera purificatrice di Dio. Allora muore il no­stro piccolo Gesù e risorge il Cristo che il Padre ci invia dal silenzio. Lo zazen è la pratica che educa ad abbandonare tutto, il bene e il male, e stare lì in silenzio. Abbandonare il bene e il male! Gli abi­tanti di Nazaret e gli ebrei non lo riconobbero e non lo accolsero perché impediti dal loro buon senso.

p.Luciano

* Senza volto

La consequenzialità di questo brano del Vangelo con quello im­mediatamente precedente, che abbiamo letto domenica scorsa, dàveramente la dimensione della vita, di ciò che succede normalmente nella vita. A prima vista sembra violentemente in contraddizione: prima un trionfo, due vittorie della fede una dentro l’altra, poi un fallimento: proprio i più vicini, quelli che lo conoscono, dubitano dell’operare di Gesù e lo ostacolano con la loro incredulità. Ma, se ci pensiamo un attimo, nulla di più ovvio: quante volte sperimentiamo che è la troppa familiarità che ostacola l’autenticità del rapporto, in­vece di favorirla.

Quanto ci riguarla da vicino il Vangelo odierno! Spesso sono proprio le nostre idee fisse, i nostri preconcetti, la nostra eccessiva specializzazione a proiettare sulla realtà un’immagine fissa che si so­vrappone a essa. Un genitore sarà sempre genitore, verso suo figlio. Però, se non è capace di dimenticarsene, se continua a vedere sem­pre quell’essere umano come figlio, finirà per non vedere più quella persona ma solo il suo ruolo di figlio. Non solo: chi è molto calato in una parte, chi è abituato a osservare la realtà sempre dallo stesso punto di osservazione, finirà per applicare ad ogni situazione para­metri e paradigmi che invece sono adatti solo a determinati aspetti. In questo noi religiosi, a qualunque chiesa apparteniamo, cristiani e buddisti, dialoganti e non, siamo fra i meno elastici e duttili. Proprio perché ci nutriamo solo delle nostre convinzioni, proprio perché cre­diamo che le nostre convinzioni abbraccino tutta la realtà, spesso im­pediamo, blocchiamo il movimento incondizionato della realtà e della fede. La familiarità in questo caso inaridisce.

Nel buddismo c’è un’espressione che in giapponese suona: muso, che significa senza volto, senza aspetto. Questo non sta a indicare che la realtà non esiste, che non ha volto, ma piuttosto che il vero volto della realtà non è afferrabile, e che quello che si afferra e si fissa non è il volto vero, ma la maschera che noi proiettiamo. Ogni mattina, quando il monaco indossa la veste che gli compete, recita un breve canto: «La veste che sto indossando è senza forma!». La veste è sem­pre quella, con la sua forma precisa, ma guai se diventa un abito, un’abitudine dentro cui calarsi. Sarebbe come essere gli abitanti di Nazaret, per i quali Gesù sarà sempre e soltanto il figlio del carpen­tiere.

Dobbiamo avere il coraggio (l’umiltà) di credere in un Gesù senza volto. Solo così egli può assumere il suo vero volto. Altrimenti, se continuiamo a sovrapporre il volto noto e consueto, sia esso quello che ci viene proposto da altri o sia esso quello che ci suggeri­sce il nostro bisogno di sicurezze, non faremo che applicare ma­schere. E non potremo così riconoscere l’aspetto che si presenta sempre fresco e rinnovato. Dobbiamo lasciarci scandalizzare dalla novità: in greco il verbo skanda/izo ha un senso più sottile che in ita­liano: vuoI dire dar fastidio, e a nessuno piace essere infastidito.

Vorrei fare un piccolo esempio basato sullo zazen. Se c’è qual­cosa che sembra sempre uguale, questa è proprio lo zazen. Ci si siede sempre nello stesso modo, sempre nello stesso posto, sempre alla stessa ora. Le indicazioni sull’atteggiamento del corpo e dello spirito sono sempre le stesse, da centinaia di anni. Nulla più dello za­zen proietta un’immagine statica, fissa, un volto familiare. Eppure basta una piccola esperienza per far comprendere cosa vuoI dire senza volto, cosa vuoI dire che quella forma sempre identica non è mai ripetitiva. Mi siedo tutte le mattine alla stessa ora nello stesso posto, con il sole alle spalle. Se mi limito a star lì col cuore aperto, mi accorgo che basta lo spostamento quotidiano del sole, per modifi­care completamente il mio rapporto con la realtà, dentro e fuori di me. Quella forma sempre uguale è ogni volta diversa, nuova, rinata. La forma è senza forma, il volto è senza volto. L’incredulità di cui Gesù parla nasce invece dalla nostra pretesa di conoscere già la forma definitiva del credere.

jiso

* il cuore abitudinario e il cuore limpido

Gesù visita la sua città, ma non trova che disprezzo, così che non opera neppure il bene grande che avveniva altrove. Tanto da dire: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria». Perché?
Il bene oltre che donarlo bisogna anche desiderarlo, accettarlo: Gesù, abbi pietà di me, guarisci la figlia mia, guarisci il mio servo! Bi­sogna desiderarlo il bene, allora avviene un processo di speranza, compassione, misericordia, giustizia, carità, tutti ingredienti di sal­vezza e guarigione. Non vi poté operare nessun prodigio, eppure Gesù è sempre lo stesso Signore che guarisce, ma sono le persone che non accettano, sono bloccate dal negativo, hanno preconcetti, ri­sentimenti, disprezzo, invidia, orgoglio.

C’è qualcosa di negativo che impedisce al bene di scorrere come un fiume in piena che lava e purifica. Cos’è? La malattia? No! Per­ché i malati trovarono la guarigione proprio attraverso la malattia. Il peccato? Nemmeno! Infatti il peccatore che si pente è colui che porta più gioia nel paradiso. «Si meravigliava della loro incredulità».

«Non è costui il carpentiere?». Allora, per essere creduto, doveva avere un padre importante, magari ricco o un sacerdote del tempio. Mentre è sempre più facile che creda colui che non si fa domande, ma va all’essenziale, ragiona per quello che lui sente e vede: è facile che il messaggio sia accolto dove trova una pagina bianca su cui im­primersi, l’anima dei semplici, degli umili. Maria crede alla parola dell’angelo; e dove l’angelo dice: «Andate, troverete un bimbo av­volto in fasce, adoratelo perché egli è il Messia», e i pastori, poveri, rozzi ed emarginati, credono, e vanno solleciti e convinti. Tutto ciò che non fecero gli abitanti di Nazaret. Perché?

(L. P.)

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