gio 10 Ago 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

io sono il pane della vita

Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?». Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

* Il Pensiero Divino prende la Carne: l’Inciampo

Gli uomini che mangiarono il pane moltiplicato da Gesù si stupirono del miracolo del pane, ma non compresero la via del pane. Essa è la via in cui Dio ammaestra l’uomo alla sapienza vera ed eterna, giorno dopo giorno, senza assuefazione, senza esaltazione, nell’umiltà. Così come si forma un pezzo di pane. «Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?”».

L’uomo che non coglie nei fatti che accadono il nesso fecondo fra il cielo e la terra, ama recludere Dio nel cielo lontano dove si mangia un pane celeste, etereo: il pane degli angeli. Così, separando il cielo dalla terra, separa anche la terra dal cielo. E sulla terra, separata dal cielo, si mangia un pane materiale che nulla ha in comune con quello celeste. In questo modo l’uomo vive diviso fra due interessi: quello materiale che affida alla ragione e alla cultura del mondo; e quello spirituale che ricerca nei simboli sacri e nei riti che esulano dalla vita di ogni giorno. Se l’uomo spacca il cielo dalla terra, per quell’uomo non c’è più la mensa comune dove cielo e terra banchettano assieme nel regno di Dio.

Il buon pane è l’impasto di tanti elementi e condizioni naturali, dalla farina all’acqua, al fuoco. Tutti gli elementi si fondono e il buon pane emana un profumo di casa e di pace. Lo sa chi passa nelle vicinanze di un forno a legna, quando di buonora al mattino il fornaio sforna il pane. Nel pane c’è un elemento che, più di ogni altro, si scioglie nel tutto mettendo in risalto il sapore originario del pane: è il sale. Gesù disse: «Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,50). La via del pane è la via dell’avere il sapore, la via del sapere. Questa è la via della vita vissuta senza separazioni, senza riserve mentali, senza privilegi. È la via dove il cielo e la terra si fecondano reciprocamente.

Quando i Giudei pregarono Gesù di moltiplicare ancora il pane, lo chiamarono «profeta» e «maestro». Ma come si accorsero che ciò non era la sua intenzione, lo disprezzarono ricordandogli che era il figlio del «carpentiere». L’uomo non sapiente parla spesso di Dio: lo venera o lo rinnega a seconda del tornaconto del momento. L’uomo sapiente invece non contamina Dio con le sue pretese e parole superflue; ma, come il buon pane, si lascia penetrare dal fermento di ciò che accade. Trattiene ogni cosa dentro di sé, finché tutto prenda sapore. Anche i contrasti e gli assurdi della vita.

Il pane, nel processo a divenire buon pane, attraversa molte peripezie. A volte è la natura stessa che si abbatte contro i campi di frumento che aveva fatto crescere con tanta cura; con raffiche di tempeste ne distrugge il raccolto. A volte è l’uomo che, esausto dalla fatica, si disaffeziona dal lavoro della terra. Non c’è più tempo per attendere che i fasci di legna riscaldino il forno, mentre la massa di pasta fermenta gradualmente. Il progresso impone metodi più sbrigativi e il pane è mortificato nel suo sapore.

Il pane, capolavoro della cooperazione fra cielo e terra, è completamente sovvertito dalle ingiustizie sociali della storia umana. Sulle tavole dei pochi ricchi il pane abbonda, ma è continuamente umiliato dai capricci dei padroni. È mangiato per quanto piace, in nome del piacere; per il resto è messo da parte, buttato via. Invece sulle tavole dei poveri scarseggia o manca del tutto. Il capolavoro della madre natura, il pane, è imprigionato e non può più circolare liberamente sulla mensa del mondo. Ritorna la voglia di maledire il pane della terra e ricercare soltanto quello del cielo.
Ma il pane del cielo è disceso sulla terra: è la carne di Cristo e, in Cristo, è la carne di ogni essere esistente. Dio non ha altra carne che la carne delle sue creature. Il creato è la carne di Dio: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

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Che senso ha riconoscere Dio nel pane, mentre tanta gente muore di fame? Che senso ha credere che il Verbo si è fatto carne, mentre il corpo umano è mortificato da droga, prostituzione, emarginazione? Mentre il corpo di madre natura è lacerato dalle esplosioni nucleari? «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Non c’è altra via per ritrovare il sapore del pane che mangiare il pane saporito. Non c’è altra via per attuare il Vangelo di Cristo che mangiare Cristo. Vedere nel pane che nutre la vita il corpo stesso dell’Io sono, Dio, che nutre la vita eterna, è vedere la vera natura del pane, è saldare la frattura fra la vita caduca e la vita eterna, fra il tempo e l’eternità. Qui, nel pane compreso come corpo di Dio vivente, come corpo dell’Io sono, c’è la vera vita del mondo, la vera via del pane.La nostra è l’epoca dei cibi precotti, congelati e riscaldati all’istante. È l’epoca in cui uno conosce solo il piccolo ambito della sua professionalità, ma ignora la globalità del ciclo della vita. Oggi bisogna andare contro corrente per preparare il buon pane, senza fretta, lasciando fermentare la pasta durante la notte. Bisogna andare contro corrente per lasciarsi ammaestrare da Dio attraverso gli avvenimenti, senza accontentarsi di risposte di comodo: perché tutti dicono così, perché tutti fanno così.
Bisogna andare contro corrente per maturare di sapore proprio e naturale. Quando ci capita di mangiare un buon pane, lo assaporiamo in silenzio. Percepire il sapore autentico degli alimenti è la via per comprendere il Vangelo di Gesù: «Io sono il pane disceso dal cielo».

Il sapore più difficile da assaporare è quello dell’umanità con i suoi limiti. I Giudei non inciamparono sulle parole che egli disse, finora inaudite: «Io sono il pane disceso dal cielo»; piuttosto furono impediti a credere dallo scandalo dei suoi limiti umani. Ai loro occhi Gesù altro non era che il figlio di Giuseppe, il falegname di Nazaret. Non aveva alcun titolo di studio; non godeva di alcuna protezione da parte di Pilato, il procuratore romano, o di Erode, figlio di quel re Erode che aveva decretato la strage degli innocenti. Come potevano credere in un uomo del popolo, agli occhi di tutti strano, se non altro per il semplice fatto che a oltre trent’anni era ancora celibe?

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È difficile credere nel Pensiero divino che tutto regge; ma è ancor più difficile credere che questo Pensiero divino abbia la sua dimora nella carne. È difficile credere in Dio; ma è ancor più difficile credere nell’uomo. Perché l’uomo è contrassegnato dal limite, dal difetto, dalla contraddizione. Credere, andando oltre questi limiti che condizionano, scendendo nel profondo, e così ritrovare l’umanità vera che è custodita e fatta vivere dai limiti! Conoscere le cose, se stesso, l’altra persona, Dio stesso: e proprio perché si conosce, sapere che oltre ciò che si conosce, come fosse una radice profonda, c’è un senso e una funzione che non potranno mai essere divelti dalla loro profondità segreta. Non c’è che una via per l’uomo, per non chiudersi nella superficiale conoscenza che ha raggiunto: continuare a ricercare con ulteriore osservazione; finché, posando saldamente i piedi sull’angolo di terra che calpesta, possa alzare gli occhi verso il cielo infinito e contemplarlo, con cuore riconoscente sia verso il cielo che è vivo e vivificante proprio perché infinito, sia verso quell’angolo di terra su cui poggia i piedi, così utile proprio perché concreto e limitato.Chi giunge qui, può riconoscere Cristo nella persona di Gesù di Nazaret: in lui contempla la carità che non ha limiti e tocca con mano la carità che si fa limite dentro i limiti della realtà. «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Alla mente umana appare come una profanazione affermare che il Pensiero divino dimori nella carne come nella sua reggia, la carne che sovente è dimora di malizie e di attaccamenti! E ancor più affermare che quel Pensiero divino è persona unica insieme con la carne che abita. Mistero grande, che è tutto significato e celebrato in un pezzo di pane e in un calice di vino. Il pane e il vino lo significano e lo fanno vivere in noi alla perfezione. Un cibo che non fosse qualcosa di limitato, non sarebbe il cibo. Eppure tutta la vita, ogni vita, è nutrita di qualcosa che ha il prezioso limite di essere qualcosa che ha il limite di lasciarsi mangiare e bere! La carità!

p.Luciano

* Uno Solo e Tutti

Nel Vangelo odierno, in cui il discorso del pane della vita prosegue e si precisa, Gesù mette in fila tre affermazioni che contengono ognuna una contraddizione che ci obbliga a riflettere. Credo che qui ci troviamo di fronte a un punto che potrebbe scavare un solco di separazione fra chi si dice cristiano e chi non si dice cristiano: e siccome credo anche che le differenze, preziose quando arricchiscono la scena della vita, siano molto pericolose se creano solchi di separazione, propongo le seguenti riflessioni. La prima espressione di Gesù che contiene un’apparente contraddizione è:

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio».

Qui è affermato che solo se il Padre attira l’uomo questi può giungere a Cristo e che è Cristo che risuscita nel giorno ultimo: poi subito dopo è affermato che tutti saranno ammaestrati direttamente da Dio. Si afferma contemporaneamente la necessità assoluta del passaggio attraverso Cristo e il rapporto diretto di ciascuno con Dio. Che cos’è allora il Cristo cui bisogna giungere, che fa risorgere, per essere ammaestrati direttamente da Dio? Il Padre attira come la calamita attira il ferro: attira perché chi attira e chi è attirato partecipano della stessa natura. Cristo è la natura identica di Dio e dell’uomo, che non è suscitata dall’uomo per sua bravura, ma gratuitamente da Dio, che è l’origine. L’ultimo giorno non è un’espressione cronologica, per cui è quello cui non seguono più altri giorni: è il giorno estremo, quello in cui il tempo rivela il suo volto, che è l’eternità, il giorno in cui tempo e eternità coincidono: è l’oggi eterno, prima che il tempo venga calcolato come scorrimento. In quell’ora, prima della creazione, si genera la vita che è oltre nascita e morte. Allora, ognuno è ammaestrato direttamente da Dio: Cristo si rivela non come riferimento esterno, se così si può dire, ma come realtà intima, perché natura umana e natura divina non sono altro l’una dall’altra.

La seconda espressione è la seguente:

«Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna».

Anche qui si afferma l’unicità di Cristo e l’universalità della vita eterna. Ripartendo da dove ci ha lasciato la prima espressione, tutti saranno ammaestrati da Dio, comprendiamo che imparare direttamente da Dio vuol dire venire a me, a Cristo. Dio indicato come Padre non ha natura umana: Dio in quanto Dio è Dio e ha natura di Dio. Dio indicato come Figlio ha natura di Figlio, Figlio di Dio/Figlio dell’uomo: ha natura divina in quanto uomo, perché viene da Dio, ha natura umana in quanto Dio, perché si incarna come uomo. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. Colui che viene da Dio non vede Dio come un oggetto della sua vista: vede il Padre da dentro il Padre, ancora più da dentro di un feto nella pancia della madre. Lo vede con l’occhio della fede, che non vede oggetti ma solo se stessa. Fede non in Dio oggetto di fede, ma in Dio unione di soggetto/oggetto. E chi crede, chiunque che crede, ha vita eterna. L’unicità di Cristo figlio di Dio è l’universalità della vita eterna.
La terza espressione è:

«Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

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Cristo, pane della vita. Io sono, pane della vita. Più oltre Gesù afferma: «In verità in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono» (Gv 8,58). Dio nomina se stesso come l’Io Sono (Esodo 3,14). Cristo identico a Dio è Io sono. Io sono è vero nell’identità con Dio, non nell’affermazione della propria individualità. Il pane vivo che è Io sono discende dal cielo non perché si tratta di magia miracolosa, ma perché il cielo è l’ovunque di Dio, l’ovunque dell’Io sono. Vedere nel pane che nutre la vita il corpo stesso dell’Io sono che nutre la vita eterna è vedere la vera natura del pane, è saldare la frattura fra la vita caduca e la vita eterna, fra il tempo e l’eternità. Qui, nel pane compreso come corpo di Dio vivente, come corpo dell’Io sono, c’è la vera vita del mondo, la vera vita del pane.Così comprendo, ora, l’unicità di Cristo non come motivo di separazione fra cristiani e non cristiani ma come l’origine della vita eterna universale.

Jiso

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