ven 15 Set 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

l’interrogativo di fondo e la croce

Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti». Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnar loro che il Fi­glio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli an­ziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuoi venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi se­gua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi per­derà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della pro­pria anima?

* Fra Satana e Cristo la distanza di un capello

C’è una presunzione che spesso si annida nel cuore di chi aderi­sce a una religione o segue un maestro spirituale. Se l’uomo religioso cede a questa presunzione, cade molto più in basso di prima, quando non aveva alcun interesse religioso. È la presunzione che l’apparte­nenza religiosa ci dia il diritto a essere i primi davanti Dio e ci renda magicamente migliori degli altri. All’origine di questa presunzione c’è l’errore di pensare che la rettitudine nasca dalla religione, anzi­ché la religione dalla rettitudine.

Questa presunzione si annida facilmente anche nel cuore di chi ha la possibilità di fare un cammino spirituale speciale, come è il cammino religioso nel dialogo Vangelo-Zen. Può prendere l’idea di essere persone speciali. Così pensò Pietro, il più intraprendente dei discepoli di Gesù, quando, ritenendosi il primo, si mise a dare consi­gli a Gesù per convincerlo a non portare la croce. La presunzione si radica nel cuore delle persone religiose che intendono la religione come una via per non soffrire, per autorealizzarsi e per accaparrarsi favori.

Gesù è stato drasticamente severo verso chiunque lo abbia adu­lato per ottenere o vantare privilegi. È molto più vero l’ateo che non si vanta del suo ateismo, ma lo vive semplicemente come la sua via, che il religioso che si vanta della sua religione. La verità non per­mette alcun vanto! Là dove c’è vanto e vanagloria la verità non abita. Il cammino religioso vero non comporta alcuna consapevo­lezza di essere migliori degli altri, perché la vera religione è sempli­cemente quella di essere se stessi e non c’è spazio per guardarsi e compiacersi. Chi gusta la sua consapevolezza è segno che si trattiene e si calcola.

Gesù chiamò Pietro, il primo degli apostoli e il primo papa, «Sa­tana!», perché pensava al modo degli uomini. Il pensiero di Pietro verso Gesù anche a noi sembra del tutto naturale e buono: alla fin dei conti voleva dissuadere Gesù dal soffrire! Eppure Gesù aveva compreso molto bene che l’affetto di Pietro era satanico, che prove­niva dall’attaccamento e dalla comodità. Non è possibile seguire Gesù e cedere al mondo, nemmeno in quel poco che noi diremmo giustificato. La nostra offerta è vera se offriamo anche quel piccolo attaccamento a cui siamo affezionati: è lui il filo che non ci permette di volare. «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi per­derà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Il cammino religioso nello Zen comunica con l’intransigenza del Vangelo. Doghen, all’inizio del Fukanzazenghi (testo fondamentale dello Zen, che indica il significato e la forma dello zazen), afferma:

“Se dai origine anche al minimo scarto, il cielo e la terra si fanno in­commensurabilmente lontani».

Anche il sovvertimento del cielo e della terra ha inizio da un pic­colo scarto, da una piccola presunzione, come l’incendio della fore­sta ha inizio da un mozzicone di sigaretta. Se c’è scarto tra cammino spirituale e la nostra vita, giungeremo a tentare di pervertire anche Cristo, mentre ci diciamo cristiani, come Pietro. Sotto lo stesso nome di religione o di cammino religioso noi generalmente indichiamo due vie opposte: la santa via di essere limpidi come Dio, oppure la satanica via di sporcare Dio come siamo sporchi noi.

p.Luciano

* Interrogare se stessi

Il Vangelo di questa domenica e quello della prossima (Mc 9,30­37) sono intimamente legati. Si tratta in entrambi i casi di un di­scorso di Gesù ai discepoli, un discorso riservato a loro, che contiene l’annuncio della passione. Secondo gli studiosi il secondo annuncio (Mc 9,30-32) è cronologicamente il più antico e quindi precedente al primo (Mc 8,31). In effetti si ha proprio l’impressione che l’ascolto delle parole di Gesù riportate in Mc.9,30-32 colga gli apostoli alla sprovvista, come se non avessero mai inteso prima quella rivela­zione.

Dunque Gesù, reduce dall’incontro con le folle (siamo poco dopo la seconda moltiplicazione dei pani) trovandosi solo con i suoi discepoli chiede: «Chi dice la gente che io sia?». Sembra una do­manda strana, perché viene da pensare come mai Gesù sia interes­sato a sapere cosa pensa di lui la gente. Dalla risposta capiamo che la gente credeva le cose più curiose: che fosse il Battista risorto, o Elia ridisceso dal cielo, o uno degli antichi profeti redivivi. Ma Gesù non mostra il minimo interesse per queste risposte e dalla sua successiva domanda comprendiamo che quello che realmente gli interessa sa­pere è cosa pensino di lui (o meglio, chi pensino che egli sia) i suoi discepoli, quelli che gli sono vicini ogni giorno. Se anche loro condi­vidono le strane teorie della gente, se ne sono influenzati, oppure se cercano di comprendere attraverso la propria personale esperienza, con il loro cuore e la loro testa. Risponde Pietro, per tutti: «Tu sei il Cristo»  («Il Cristo di Dio» in Luca, «Il Cristo, il figlio del Dio vi­vente» in Matteo). Pietro e i discepoli hanno compreso chiaramente che Gesù non è la reincarnazione di qualcun altro, non è un perso­naggio magico speciale, è qualcosa di molto più semplice e di molto di più. Gesù non è qualcun altro: Gesù è Gesù.

Perché allora egli impone loro severamente di non parlare, e di lasciare piuttosto che la gente creda quelle cose sul suo conto? Ognuno deve comprendere per conto proprio, tramite la propria esperienza, chiedendosi da sé a sé: cosa vuoI dire «Tu sei il Cristo?». Ogni risposta suggerita, anche la più illuminata, anche la più veri­tiera, ha il limite di non affondare nella propria convinzione e quindi è, per ciò stesso, incompleta. È più fecondo un dubbio vissuto in pro­fondità in prima persona, che una certezza presa a prestito. Ne ab­biamo una riprova immediata nel prosieguo del testo del Vangelo.

Udita la risposta di Pietro, Gesù inizia a parlare liberamente. Dice in tutta libertà il proprio pensiero e la propria visione. Faceva questo discorso apertamente in greco suona: Pronunciava il discorso in piena libertà. Non parla in parabole, dice direttamente ciò che ha nel cuore: questa intimità con i discepoli deriva dal fatto che si sente ri­conosciuto da loro. Ma dura poco. Pietro, pure avendolo indicato come Cristo, ha evidentemente un’idea di Cristo del tutto diversa da quanto Gesù gli sta indicando. Quanto Pietro c’è in ognuno di noi! Come ce la costruiamo la nostra idea di Cristo, o come lasciamo che ce la costruiscano altri, e come poi la difendiamo questa nostra idea (magari contro Cristo stesso) invece di lasciare che ci si riveli, a cia­scuno di noi, nell’intimità del nostro rapporto con la nostra vita! Ab­biamo fretta di correre alla risposta, invece di soffermarci in silenzio di fronte alla domanda: a chi diciamo «Tu sei il Cristo»? Cosa vuol dire Cristo per me? Abbiamo fretta di definirei cristiani (o buddisti o persone della via) senza fermarci a chiederei il senso profondo di queste affermazioni. Gesù è durissimo con Pietro, perché si rende conto che gli ha risposto con leggerezza. «Vai lontano da me, Satana, perché tu non pensi le cose di Dio ma le cose degli uomini». Pietro non vede il Cristo che ha di fronte a sé, vede quello che lui si imma­gina: finché continuiamo ad immaginarcelo, non sarà mai Cristo quello che incontriamo, ma un idolo fatto con i nostri pensieri, ribal­tando così, come Satana, il rapporto fra la realtà e immagine.

jiso

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