sab 14 Ott 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Adulare Cristo per non convertirsi

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, get­tandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i co­mandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù ri­prese: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». Ma Gesù, guardando li, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».
Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che ab­bia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del V angelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.

* La falsa devozione

Un giovane si accosta a Cristo per porgergli la solenne domanda: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Anche nella letteratura dello Zen spesso compare il discepolo che attra­versa mare e monti per recarsi dal monaco illuminato e rivolgergli l’agognata domanda: «Che cosa devo fare per essere illuminato?». È la domanda che spesso spinge le persone qua e là, alla ricerca di quel maestro o di quella pratica spirituale che liberi dalla sofferenza. I santi monaci dello Zen rispondevano al discepolo bramoso di illumi­nazione: «Ma sù, beviamo una tazza di tè», e così smontavano l’ansia religiosa del sopraggiunto. La risposta di Gesù fu inesorabile: «Per­ché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo».

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Pensiamo che la vera devozione consista nell’esaltare Dio o i suoi santi. Gesù rifiuta energicamente il nostro tentativo di chia­marlo maestro buono. Il cristiano non è colui che passa la vita a chia­mare Gesù maestro buono. Lodare il proprio Dio può essere un en­nesimo modo per mettere in risalto se stessi. Il proprio Dio è il mi­gliore, perché è il proprio Dio! «Nessuno è buono se non Dio solo». Deve essere terribilmente triste per Cristo, venuto per liberare il cuore dell’uomo dai condizionamenti, il fatto di vedersi adulato con bei titoli da parte di persone che così intendono autogratificarsi, an­ziché esporsi al mistero; guadagnare certezze private, anziché offrirsi alla volontà universale del Padre; assicurarsi il proprio posto in para­diso, anziché amare.La vera devozione del vero discepolo è quella di aderire a Cristo, partecipando della sua croce e risurrezione. La vera devozione è mangiare il suo corpo dato e bere il suo sangue versato, affinché Cri­sto sia l’energia del proprio vivere. «Una cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri…, poi vieni e seguimi». La vera pratica religiosa non è qualcosa da fare con cui produrre dei meriti ed eccel­lere sugli altri, grazie al proprio maestro buono. È invece spogliare se stesso anche della smania di fare progressi e raggiungere la vita eterna.

Proprio ciò che continuiamo a possedere è ciò che ci appesanti­sce e non ci permette di volare, come il filo che ingarbuglia l’ala dell’uccellino. Tutti siamo disposti a privarci delle cose grandi e ap­pariscenti; ma tutti abbiamo qualche cosa, forse una cosa quantitati­vamente piccola, che non vorremmo mai abbandonare. È quella cosa che ci ingarbuglia le ali; è quella cosa che dobbiamo offrire! Quindi lasciare casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi ecc. nella situazione di qualcuno significa letteralmente prendere le distanze da queste cose e persone; in altre situazioni invece può si­gnificare il contrario: di averne cura. I modi possono essere gli oppo­sti; ma sempre il significato profondo è quello di verificare se nella vita io sto arraffando per me stesso o offrendomi a Dio e al suo amore.

L’offerta più costosa che siamo chiamati a fare forse non è nem­meno quella della vita, quando dovremo lasciarla al termine del viaggio terreno. È invece quella delle proprie idee religiose, delle proprie prefigurazioni di Dio e di Cristo, della propria appartenenza religiosa. Dopo aver constatato la fatuità di tutto, l’uomo tenta di ag­grapparsi alla sua religione come ultima roccaforte di sicurezza. Ma Cristo ci respinge giù dai baluardi su cui tentiamo di porci al sicuro: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo». E «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi» (1Gv 4,12).

La vera fede è credere in Dio lasciandolo Dio, senza tirarlo dalla propria parte, senza chiamarlo né buono né cattivo. Infatti l’agget­tivo che gli diamo è sempre partendo da noi, è sempre in vista di confrontare la nostra devozione con quella degli altri. Dopo tutto l’uomo incontra Dio soltanto nella fede e la fede si basa sul dono e sulla libertà: le cose più inafferrabili e meno mercificabili per loro natura. Non resta che, riconoscenti, chinare il capo e dire: credo! Vi­vere il dialogo e l’incontro fra il Vangelo e lo Zen in modo serio èuno stimolo salutare a sentirsi poveri in religione. «Quanto difficil­mente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

p.Luciano

* Particolari rilevanti

Di questo Vangelo vorrei lasciare così, senza commento, il grande tema centrale che tratta della via del voto di seguire Gesù, e mettere in rilievo alcuni elementi che paiono di contorno ma che aiutano a comprendere meglio.

Gesù, alla domanda del giovane che ricerca la vita eterna, ri­sponde con un’altra domanda: quante volte ciò avviene nel Vangelo! Chi si rivolge a Gesù per avere risposte ottiene in cambio un’altra domanda da rivolgere a se stesso. È questo l’identico modo di proce­dere di molti koan dello Zen: sostituire la risposta che il discepolo si attende dal maestro con una domanda da porre a se stesso. Questo perché spesso noi facciamo domande di cui crediamo di saper già la risposta, oppure facciamo domande, ma non abbiamo alcuna seria intenzione di ascoltare la risposta. Abbiamo bisogno allora di essere costretti a porci una domanda di cui non crediamo di conoscere in anticipo la risposta, oppure che venga risvegliato il nostro sincero in­teresse. Perché mi chiami buono? Gesù non chiede perché mi chiami maestro?, per dire poi che il solo vero maestro è Dio: non si nega al suo ruolo di guida. È l’appellativo di buono che rifiuta: con questo invita il giovane a interrogarsi su cosa significa buono.

Segue poi un’affermazione sconvolgente: nessuno è buono. Dun­que neppure Gesù. Solo Dio è buono, e la bontà di Dio è incommen­surabile, non si può certo valutare in base ai nostri criteri. Ma se nes­suno è buono (completamente buono) allora nessuno è cattivo (completamente cattivo): da un’affermazione che turba, ne scaturi­sce un’altra che consola.

Un altro particolare, poi, ci colpisce: Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse… Gesù amò (riconobbe affinità e provò trasporto) verso quel giovane dopo averlo ascoltato e guardato, non prima. Siamo abituati allo stereotipo di un Gesù che ama a priori: qui ci si mostra Gesù che ama chi si fa amare, chi si fa ascoltare e guardare.

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Guardandolo Gesù lo vede e vede cosa gli manca (o meglio, co­s’ha di troppo). Il mio maestro Watanabe faceva un esempio: è come una nave che si appresta a salpare; tutto è pronto: carburante, prov­viste, mappe nautiche, scialuppe… ma la nave non parte: hanno di­menticato di sciogliere la gomena che la lega alla banchina. Una sola cosa ti manca: e quella cosa la scompone in cinque azioni differen­ziate: va’ – vendi – dài – vieni – seguimi. Le prime tre sono come stac­cate dalle ultime due da quel «e avrai un tesoro in cielo». Il giovane ha chiesto all’inizio: «Cosa devo fare per avere la vita eterna?». Sem­bra che Gesù risponda: la vita eterna non è soltanto una ricompensa come un tesoro in cielo. È necessario ma non sufficente che tu vada, venda quello che hai e lo dia a chi non ha, procurandoti così la tua ri­compensa; devi andare oltre, alla vita eterna che è subito e sempre, prima e oltre il tesoro in cielo, qui. Devi partire da zero, ora, con me. Ma il giovane sembra preferire un tesoro in terra: a malincuore, però, e in quel rattristatosi c’è la speranza dell’adesione futura.Il passo successivo lo abbiamo sentito tante volte che l’atten­zione si posa a fatica: sembrano cose ovvie. Invece i discepoli sono stupefatti, sono sbigottiti. Credo che dovremmo recuperare quel sen­timento di sbigottimento. Parliamo tanto di non attaccamento (se siamo buddisti) di povertà (se siamo cristiani) come se fossimo dav­vero, noi, non attaccati, poveri, o come se non attaccamento e po­vertà riguardassero qualcun altro e non noi. Se ci accorgessimo di quanto siamo attaccati e ricchi, allora forse proveremmo un po’ di quello sbigottimento dei discepoli, un po’ di quella tristezza del gio­vane ricco, che sono il segno della sincerità, di fronte al discorso del non attaccamento, della povertà. Capiremmo che è impossibile presso di noi essere non attaccati, essere poveri, capiremmo che nes­suno è buono: e saremmo un po’ meno sentenziosi nei nostri discorsi sul non attaccamento e sulla povertà. Impossibile presso gli uomini: non dice «impossibile agli uo­mini», ma presso gli uomini. Quel presso indica un luogo, che è un ambito, un mondo e una mentalità. Possibile presso Dio: non dice «possibile a Dio» ma presso Dio. Anche quel presso indica un luogo che è abbandono di un ambito, di un mondo e di una mentalità.

En­trambi i luoghi sono qui, presso.

jiso

* Tutto è possibile a Dio

Da quando vivo in campagna ho realizzato un desiderio di tutta la vita: poter vivere con la natura a portata di mano, e ogni giorno, soprattutto con l’arrivo della primavera, mi piace fare una breve pas­seggiata in giardino e sorprendermi dei germogli appena spuntati, dei boccioli che ieri non si vedevano, dei fiori già aperti e profumati, del verde tenero dell’erba… ogni giorno c’è qualcosa di cui stupirsi e nuovi amici da incontrare.

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Mi dà piacere curare le piante e gli alberi del giardino con la stessa cura con cui mi dedico ai figli e alla casa, ma mi accorgo alle volte che dietro la gioia che sembra gratuita e innocente, si nasconde il seme dell’attaccamento. Penso con tenerezza alle mie rose, ai miei gerani, alle mie piante di pomodori, invece di guardare la natura per quello che è semplicemente. È un modo di guardare un po’ rigido, come por­tandosi sempre addosso un carico pesante sulle spalle. Mi accorgo della differenza dopo un ritiro di meditazione. Quando ci si è disin­tossicati il cuore e la mente, anche solo per pochi giorni, il modo di guardare è un po’ più leggero e libero: i fiori e le piante sono sempli­cemente fiori e piante come l’aria e la luce del sole, che appartengono a tutti. Avere l’opportunità di prenderci cura di qualcuno o di qual­cosa non significa inevitabilmente possedere o dover condizionare. E si gode allora molto di più della loro esistenza e presenza. Ma è così difficile. Spesso il fardello dell’attaccamento è un’abitudine alla quale non ci sentiamo di rinunciare; fa parte del nostro modo di vedere le cose. Questo succede al giovane ricco del Vangelo.Ma è così bello quel «perché tutto è possibile presso Dio». Mi fa respirare la grande libertà che è a nostra disposizione. Può accadere infatti che proprio nel bel mezzo di un momento di cecità e attacca­mento, in cui non riusciamo a vedere più in là del nostro naso, ci si allarghi il cuore e molliamo allora la presa dolorosa con ciò che ci appartiene. Quello che noi possiamo fare è coltivare l’umiltà del cuore, sapendo che la grande libertà è possibile e in alcuni brevi mo­menti ci è anche dato di sperimentarla.

(G.L.)

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