sab 28 Ott 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Il desiderio struggente della luce

E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, co­minciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiama­telaI». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

* L’audacia della sofferenza che tocca il limite

Più volte ho pensato che il Vangelo scorrerebbe in modo più fluido e convincente se non raccontasse miracoli. Il miracolo mi ap­pare come qualcosa che disturba l’immagine essenziale, semplice, sobria dell’opera di Dio, fomentando invece quell’aspettativa ma­gica per cui non pochi quando parlano di religione intendono le cose prodigiose e straordinarie impossibili all’uomo comune. Di fatto, mentre il Cristo povero e crocifisso mi affascina, il Cristo osannato dopo il miracolo mi dice poco o nulla. Spesso mi sono chiesto qual è il rapporto fra il Gesù che fa miracoli e il Gesù che muore spoglio, debole, vilipeso sulla croce.
Nella mia ricerca mi sono dato questa ragione: Gesù ha fatto mi­racoli per poi superarli. Infatti ha fatto miracoli per destare l’atten­zione della gente e poi, quando la gente cominciò a seguirlo, ha an­nunciato che la beatitudine è riservata a coloro che credono senza aver veduto (Gv. 20,29). In conclusione, per Gesù i miracoli sareb­bero un mezzo psicologico e pedagogico: cose che fa per arrivare a un certo effetto. Questa interpretazione era cara anche a Martin Lutero.

Oggi sono molto insoddisfatto di tale spiegazione. Mi dico: se così fosse, perché Gesù, dopo aver compiuto la guarigione di un ma­lato, imponeva di non raccontare il fatto a nessuno? Sembrava che i miracoli gli facessero paura. Temeva che la gente sviasse. È evidente che compiendo il miracolo Gesù non mirava a nessun effetto peda­gogico; infatti comandava il silenzio. Probabilmente per Gesù il mi­racolo era semplicemente mettere in atto una forza che lui aveva, come l’ebbero altri santi, a beneficio di chi soffriva. Chi assiste una persona gravemente malata e sofferente mette in opera tutto quanto può, tutta la sua intelligenza e la sua forza, per alleviare il dolore della persona malata. Come anche chi soffre spesso nasconde le la­crime per non impressionare o rattristare chi lo assiste, gridando sol­tanto quando il dolore tocca il limite.

Forse non riesco a capire il significato semplice dei miracoli di Gesù, perché io non ho sperimentato il dolore della malattia giunto al suo limite. Davanti a chi soffre intensamente non c’è eucaristia da celebrare, non c’è zazen da compiere, non c’è canzone sacra da can­tare, non c’è preghiera da elevare; semplicemente bisogna fare tutto il possibile per alleviare il dolore perché è al culmine. Gesù ha sem­plicemente fatto questo, riversandovi tutta la sua formidabile ener­gia. Non aveva minimamente in mente: lo faccio per far vedere che sono Dio! Sarebbe forse Vangelo, ossia susciterebbe in noi gioia, se Dio guarisse la nostra sofferenza non tanto per amore verso di noi, ma per magnificare la sua gloria divina? Il fatto che Gesù imponeva di non dirlo a nessuno rivela che quanto egli ha fatto fu semplice­mente in ordine ad aiutare quel malato e non perché noi gridassimo al miracolo.

La gloria di Dio è il bene. Il miracolo non è qualcosa di magico, impossibile ai comuni mortali, ma è l’applicazione fino al limite della propria energia per aiutare il fratello che è al limite del bisogno. Il miracolo è dare tutto se stesso senza farsi propaganda. Il miracolo sommo di Cristo è il suo corpo dato e il suo sangue versato che noi mangiamo e beviamo nel pane e nel vino, gli alimenti più ordinari delle nostre tavole. Che abisso separa il miracolo dalla magia! An­che nelle conseguenze: il miracolo dà tutto e non chiede nulla; la ma­gia incanta e cerca il guadagno! C’è molta magia sulla terra e poco miracolo. Il miracolo esige che si dia tutto, esige l’amore. Il miracolo nel Vangelo è chiamato segno della venuta del regno di Dio. Infatti è il segno della potenza di ogni totalità donata. Dove è dato tutto, il regno di Dio è già manifesto.

Gesù non mostra la coscienza di avere fatto un miracolo, perché Dio semplicemente risponde generosamente a chi lo invoca con tutte le forze. Doghen, parlando su come trasmettere l’insegna­mento da una persona che l’ha a un’altra che non l’ha, dice così: «Ècome versare tutta l’acqua di un recipiente così com’è in un altro».! Il miracolo è l’opera dinamica che si attua quando il pieno e il vuoto comunicano e fra loro non rimane più alcun diaframma. Il pieno è miracolo per il vuoto e il vuoto è miracolo per il pieno. Meglio, non è alcun miracolo, perché comunicare è la loro natura.

«Va’, la tua fede ti ha salvato». Quando il vaso è vuotato scatta la fede che mette all’opera Dio. Vuotato anche dell’aspettativa del mi­racolo!
p.Luciano

* Strada di polvere, via di luce

«E giunsero a Gerico…». Abbiamo letto, domenica scorsa, il Vangelo che descrive il rapporto fra maestro e discepolo, lo spirito che deve animare chi aspira a essere grande sulla via che conduce al regno di Dio. Ed ecco subito che, nel prosieguo del testo, la via si fa luogo concreto, strada di polvere e sassi, nomi di città, suoni di mer­cato e molta folla. Il Vangelo è straordinario per questo, per l’intrec­cio inscindibile fra la strada di polvere e la via della luce. C’è questo cieco, seduto lungo la strada a mendicare. Lo conoscono tutti, per nome e patronimico, è come fosse lì da sempre, fa parte del paesag­gio. Oggigiorno non è più frequente, come fino a pochi anni fa, tro­vare sulla propria strada un cieco che chiede l’elemosina, seduto, magari suonando l’armonica, sempre nello stesso posto: altri que­stuanti li hanno sostituiti, più irrequieti, in sintonia con i tempi. Quando ero bambino c’era un cieco che stava sempre seduto sul suo sgabello a suonare: si sentiva il suono della fisarmonica da lontano; ricordo quella seggiola, quel cappello per terra con le monete den­tro, quel volto pallido con gli occhi vuoti. Le rare volte che non era là, si provava un senso di stupore come a non trovare più un pezzo della strada, come se si fosse mossa un’edicola o una statua. Il cieco che mendica fa corpo unico con la strada.

Ma questo, Bartimeo, d’improvviso si sveglia. Sente che c’è Gesù e d’improvviso si sveglia. Non è più un pezzo di paesaggio, non è più il cieco che mendica. È Bartimeo, e basta. Comincia a chiamare: «Gesù, abbi pietà di me!». Sentire che c’è Gesù, ridestarsi dal tor­pore, invocare: è tutt’uno, ed è il vero miracolo.
Eihei DOGHEN, Bendowa – Il cammino religioso, Marietti, 25.

Alla gente non piace questo cieco che improvvisamente si agita. Molti lo sgridano, perché rompe la consuetudine, turba il panorama. Lui è il cieco che mendica, sta bene lì dove è, serve a noi che gli diamo l’elemosina. Un cieco che si alza e abbandona il suo posto apre un buco nel paesaggio, nello scenario delle nostre abitudini: siamo messi a disagio da questi buchi, che permettono di guardare cosa c’è dietro lo scenario. Ma Gesù si ferma e lo fa chiamare: ormai non lo possono più zittire. «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Che balzo!

Immagino Gesù sorridere fra sé, mentre dice al cieco che corre: «Che vuoi che io ti faccia?». Il miracolo c’era già stato: quando «sentì Gesù e cominciò a gridare: “Abbi pietà di me!”» tutto era già successo. «La tua fede ti ha salvato»: fra il tua e il ti non c’è altro che fede.

Però, anche se è vero che tutto è già successo nel momento del ri­sveglio e dell’invocazione, non bisogna pensare che il resto sia super­fluo. La fede è tutto, ma non basta: deve sviscerarsi nella dichiara­zione, nella richiesta, nell’abbandono. Nel contatto. Nel seme c’è giàtutto, tutta l’energia della vita, e non solo in potenza: ma cos’è il seme senza la terra, l’acqua, l’aria, il sole, senza la rottura del guscio?
jiso

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