sab 7 Ott 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Il pensiero originario di Dio

E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?». Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’i­nizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non se­pari ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interro­garono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.

* Rimpianto dell’Eden o risurrezione alla novità di vita?

Il Vangelo spesso si riferisce all’inizio della creazione, oppure alla fondazione del mondo, come momento in cui tutto è nella forma originaria e perfetta. Gesù afferma che il matrimonio fra l’uomo e la donna è parte della forma originaria e perfetta fin dall’inizio della creazione, mentre il ripudio è sopraggiunto come retaggio della sto­ria umana. Come erano l’uomo e la donna all’inizio della creazione? È possibile far ritorno all’Eden? «All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo…».

Lo stato d’innocenza primordiale nel quale l’uomo e la donna fu­rono creati è andato perduto a causa del peccato. È scritto che Dio pose i cherubini con una spada di fuoco all’ingresso dell’Eden dell’i­nizio della creazione, affinché gli uomini peccatori non vi facciano più ritorno (Gen 3,24). Eppure il Vangelo indica la via di ritornare a essere come bambini, la via di essere redenti dal peccato, la via di ri­nascere e di risuscitare! I verbi che manifestano l’essenza del Van­gelo sono preceduti dalla particella ri o re, indicando qualcosa che c’era, è stato perduto e ora viene ritrovato. Quella particella è il cuore del Vangelo. Ma per ritrovare bisogna anzitutto non rimpian­gere di aver perduto. Chi rimpiange l’Eden, non può risorgere, per­ché non cerca, ma soltanto rimpiange. L’uomo e la donna si uni­scono perché hanno cessato di rimpiangere l’Eden della propria li­bertà privata, e si sono incamminati a risorgere alla novitàdell’amore. Così la vita, morendo a se stessa, risorge e si moltiplica. L’Eden del paradiso terrestre, quello stato di innocenza primor­diale che rimpiangiamo sognando un mondo dove non c’è difficoltà, croce o morte, è rigorosamente custodito dalla spada infuocata dei cherubini, affinché nessun nostalgico vi faccia ritorno. Il matrimonio come continua luna di miele è severamente vietato. Il Vangelo, la bella notizia, è quella di dimenticare il paradiso terrestre e di buttarsi nella realtà attuale, perché lì abita Dio. È quella di accogliere la croce, la morte, perché Dio porta la croce, su essa muore, attuando la risurrezione. La vera fede non consiste nel rimpiangere il passato, ma nell’abbracciare il presente. Risorgere! La Pasqua! L’amore at­traverso la croce è più santo dell’innocenza primordiale, dove tutto era puro in sé, ma non per amore.

«Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». Il frutto del matrimonio è nuovamente divino: l’amore frutta l’amore. Il bambino nel Vangelo è il grande esempio, il grande maestro, più grande del grande asceta, il più grande tra i nati di donna, Giovanni il Battista.

Un detto buddista dice: Il grande saggio e il vegliardo non lo sanno, ma l’infante lo sa. Gesù dice: I sapienti e gli intelligenti non lo sanno, ma i bambini sì: infatti giocano! A pensarci bene le grandi de­cisioni della vita come il matrimonio, come i voti religiosi sono un gioco. Non c’è alcun perché che spieghi; è solo la voglia di giocare della vita che è dentro di noi. Sediamo in zazen e celebriamo l’euca­ristia domandando perdono ai bambini che muoiono di fame. Finchénel mondo c’è un bambino che muore per incuria e per fame, il vero cammino religioso deve ancora iniziare.

p.Luciano

* Poveri i grandi, beati i piccoli

Il Vangelo odierno ha un aspetto di attualità, umana e sociale, che lo rende particolarmente difficile da leggere con occhio sereno. Forte infatti è la tentazione di leggerlo come puntello di una tesi: ma questo tipo di lettura, quale che sia la tesi, contiene il germe di una possibile deviazione, perché lo spirito con cui leggere il Vangelo è quello dell’assenza di tesi preconcette, è quello dell’apertura mas­sima possibile, in modo da essere letti dal Vangelo, nel momento stesso in cui lo si legge.

Per me è particolarmente difficile leggere con occhio non velato da nubi, perché nella mia vita c’è l’esperienza di un matrimonio in­terrotto: essendo personalmente in causa, mi trovo a combattere con la tentazione di giustificarmi, dando un’interpretazione del testo a me favorevole. Ma così come è errato questo atteggiamento, altret­tanto lo è, credo, quello di chi vuole utilizzare queste parole di Gesùper legiferare in materia di matrimonio e di divorzio. Seguiamo con attenzione il dialogo con i farisei, la cui domanda è maliziosa, con­tiene cioè un trabocchetto perché è ispirata non da un sincero desi­derio di avere lumi su di un argomento così coinvolgente per molti, ma dal desiderio di dimostrare una tesi precostituita. Gesù risponde alla domanda con una domanda, e si mette sul piano degli interlocu­tori riferendosi a quella legge mosaica che tanto essi invocavano sempre. In questo caso la legge è permissiva: assolve a una funzione che di solito noi non associamo all’immagine della legge. In questo caso non è coercitiva o correttiva, ma va incontro alla debolezza dell’uomo. Per la durezza del vostro cuore: se il cuore si irrigidisce troppo, la legge si deve ammorbidire, in modo che a contatto con essa anche il nodo del cuore si sciolga. Ma Gesù non si accontenta della legge, o meglio, della sua enunciazione: non è venuto a negare, o a sovvertire, o a mutare la legge, bensì a indicarne il fondamento, il criterio. Il ritorno all’inizio della creazione è il ritorno al fondamento della legge, al fondamento della vita stessa. Lì, l’attrazione di ma­schile e femminile non è l’istinto o il sentimento di singoli individui, è il movimento stesso della vita. Ciò che congiunge non è tanto la vo­lontà, la scelta, il desiderio dei singoli individui, quanto il funziona­mento intrinseco originario della vita: senza di esso nessuna con­giunzione sarebbe possibile, e i due non diventerebbero uno. Gesù ci indica il fondamento, là dove non c’è separazione. La separazione è una vicissitudine del piano umano: uno strappo, che la legge può an­che consentire, perché lo strappo non si allarghi ancora di più. Ma Gesù non legifera: parla del fondamento e dal fondamento, non può parlare di separazioni. Gesù non legifera, e quindi non condanna e non sanziona: dice semplicemente le cose come sono all’inizio della creazione. Cioè ora, quando ora non è un infinitesimo lasso di tempo fra prima é poi, ma il movimento incessante della vita che si genera e rigenera senza sosta. È come se Gesù dicesse: la legge non sia il vo­stro alibi né il vostro spauracchio: chiamate le cose con il loro nome; chi strappa ha strappato: occupatevi a sapere questo, e non solo a giustificarvi in base ai motivi o a preoccuparvi per le conseguenze. Senza la cognizione dello strappo non è possibile cucire.

La seconda parte del testo (vv. 13-16) ci risolleva dalla fatica di un argomento pesante alla leggerezza di una scena radiosa. Il colle­gamento sono proprio quei bambini piccoli, che gli vengono presen­tati perché li accarezzasse. Questa volta non sono malati da risanare, sono solo bambini da accarezzare. Questi piccoli sono il segno visi­bile, fisico del regno di Dio: sono la freschezza di chi è sempre se stesso, di chi non lascia sedimentare nulla di tutto ciò che affatica la nostra vita di persone cresciute, i cosiddetti grandi. Il regno di Dio deve essere un mondo di persone adulte (mature, responsabili, com­pie te) che hanno il cuore giovane e la mente elastica di un bambino che momento per momento ricomincia tutto daccapo.

jiso

* Tutto è sacro, tutto è profano

Come sempre Cristo si muove su una lunghezza d’onda ben più alta rispetto a quella dei farisei, che non sono in grado di levare lo sguardo dalla legge verso più ampi orizzonti. Cristo non dà precetti, ma ci stimola ad avere un diverso atteggiamento di fondo. Urge così, oggi più che mai in cui è tutto un prendere e lasciare, riportare la no­stra vita nella sfera del sacro. Se, come crediamo, la nostra vita ha il suo fondamento in Dio, ne consegue che siamo immersi nel sacro e nel mistero. È a partire da questa consapevolezza, che possiamo im­postare i nostri rapporti, a cominciare da quello con noi stessi, nel segno della fedeltà e del rispetto. Sottolineo a partire dal rapporto con noi stessi, al nostro profilo più autentico, alla nostra intima voca­zione, alla nostra storia. Filo rosso che attraversa tutti i giorni della nostra vita. Allo stesso modo il rispetto dell’altro come persona sa­cra e inviolabile, nasce dal rispetto per la nostra persona, per il no­stro corpo. Qualcuno ha detto che bisogna fermarsi sulla soglia della camera da letto degli sposi. Sono d’accordo, e ritengo che sia più im­portante sottolineare la sacralità di tutti i nostri gesti, piuttosto che dare regole di comportamento. «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre…». È strano che Cristo parli dell’uomo e non anche della donna. Come se la donna, essendo portatrice della vita, sia più pronta al distacco dal passato, a lanciarsi verso il nuovo e l’inedito. Perché il lasciare il padre e la madre significa appunto costruire qualcosa di diverso, di dirompente rispetto ai modelli appresi dai ge­nitori. Ci si chiede sempre di andare oltre, di uscire dal caro, vecchio recinto, verso nuove e più ampie possibilità. Non dice forse Cristo: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»? (Ap 21,5).

(O.B.)

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