mar 3 Ott 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Carissimi che avete contatto con l’ambito cristiano dell Stella del Mattino, con profonda riconoscenza vi inoltro quanto il mio confratello padre Agostino Rotamartir, che da oltre 10 anni vive nel campo nomadi di Coltano Pisa, presenterà al Convegno della Chiesa Italiana che prossimamente si terrà a Verona. Ringrazio Agostino per la sua fiducia e il suo coraggio, che sgorgano dall’umile convivenza con i nomadi, quasi tutti mussulmani e suoi fratelli di quotidianità. Io mi unisco dal fondo di me stesso a quanto padre Agostino afferma. Ieri notte ho ascoltato il vescovo Melingo – il vescovo africano che si è sposato e ha ordinato altri 4 vescovi sposati, motivo per cui è scomunicato dalla Chiesa – affermare con forza che la Chiesa cattolica oggi non è più madre. Lo diceva partendo dai 155.00 preti (1/4 di tutti i sacredoti) che hanno lasciato il celibato e si sono sposati, di cui la maggioranza vorrebbe continuare a lavorare come ministri della Chiesa ma è loro vietato. Che drammi che hanno attraversato! Altri stanno attraversando gli stessi drammi, ma scelgono di rimanere formalmente fedeli, soffrendo nella contradizione. Se ci fossero dei sacerdoti che rimangono celibi soltanto perché è prescritto, ma non è il voto del loro cuore e del loro corpo, ciò è molto triste. Il seguire Cristo richiede il sacrificio, ma nella libertà e nella naturalezza; mai nella costrinzione. Stamattina sul giornalino gratuito METRO ho letto che un sacerdote in quello dell’Aquila non ha fatto il funerale a un parrocchiano perché era divorziato. Questo comportamento non è affatto il pensiro della Chiesa, ma fa specie che un prete lo abbia pensato. La gente del paese ha assalito il sacerdote che ha dovuto essere protetto dalla polizia. Certamente il modo con cui la Chiesa cattolica oggi tratta i divorziati non è materno: pratiche infinite per avere l’annullamento attraverso un processo nel tribunale ecclesiastico. Lo scrivo anche nella mia lettera all’Amata Chiesa Cattolica nell’ultimo capitolo del libro “Delle onde e del mare”. Oggi milioni di persone soffrono perché la Chiesa li giudica, anziché stendere la mano per aiutarli a risorgere. Sembra la chiesa del giudizio, dei 99 giusti che si vantano di non sbagliare, anziché la chiesa del peccatore che si converte e porta in cielo una gioia grande che i 99 giusti nemmeno conoscono. Detto questo, amo questa Chiesa di cui sono ministro, perché in essa ci sono tante e tante presenze della carità infinita di Dio. Queste devono emergere e assurgere a stendardo della Chiesa! Grazie, padre Agostino, perché hai il santo coraggio di testimoniare ciò davanti all’assemblea nazionale della Chiesa. Il Vangelo è giustizia pace e gioia nello Spirito dell’amore!

p. Luciano

Cari amici, donne e uomini di Pax Christi, ha inizio ottobre, il mese del Convegno ecclesiale cui parteciperò, su indicazioni del Consiglio Nazionale, come uno dei due delegati del movimento (l’altro, come sapete, è il nostro coordinatore don Fabio Corazzina; il nostro presidente don Tommaso vi partecipa di diritto come arcivescovo di Pescara). Troverete molte cose sulla stampa. Da parte mia, cercherò di informare dal mio-nostro punto di vista almeno sull’essenziale.

Per il momento vi mando le brevi risposte alle tre domande rivoltemi, proprio come delegato di Pax Christi, dal giornale diocesano locale “Verona Fedele”; sono state pubblicate qualche giorno fa. Shalom. S.P.

D. Con quale spirito parteciperà al Convegno?

R. Mi appresto a partecipare al Convegno ecclesiale con sereno tormento. La preoccupazione per i tanti problemi irrisolti è grande ma è sempre più piccola dello spirito di fiducia che mi anima, molto simile a quello che provavo in piazza S. Pietro nell’ottobre del 1962 all’apertura del Concilio Vaticano II e, ultimamente, in occasione del Sinodo diocesano (che ritengo un’ottima preparazione al Convegno). Mi sento figlio del Concilio, della “Pacem in terris”di Giovanni XXIII, dell’ “Ecclesiam suam” e della “Populorum progressio” di Paolo VI. Ritengo di grande valore il magistero di pace (inascoltato anche nella Chiesa) di Giovanni Paolo II.

D. Come vede la situazione della Chiesa italiana oggi?

R. Secondo me, l’attuale situazione della Chiesa italiana è problematica. Ci sono molte luci, certo, ma sento che il rischio più grave è l’uso politico della religione e l’uso religioso della politica, il formarsi di “un cristianesimo senza Cristo” declinato come “religione civile”. Ritengo dannosa la scomparsa o la riduzione della tematica della “Chiesa dei-poveri” e della “Chiesa povera”. I limiti ecclesiali per me più evidenti sono: un eccesso di paura e carenza d’ascolto (degli “altri”, dei “diversi”, dei “laici”, delle donne, dei diversamente credenti e dei non credenti), quindi, forme di clericalismo e di settarismo, presunzione di “possedere” la verità, devozionismo, esagerato culto dei santi. Il discernimento gerarchico, anche per responsabilità mediatica, mi sembra troppo sbilanciato nel campo dell’etica sessuale e familiare (dove è assente un ragionamento sulla “paternità”). E’ stato, infine, deleterio dimenticare nei fatti la trilogia episcopale: “Educare alla legalità”(1991),“Educare alla socialità”(1995), “Educare alla pace”(1998).

D. Quali proposte-iniziative vede necessarie?

R. Penso che la Chiesa debba annunciare-vivere la pace come Vangelo del nostro tempo, principio etico permanente, sostanza della “convivialità delle differenze”, ragione della nostra speranza. Il mio sogno è la proclamazione della nonviolenza come unico annuncio cristiano e la costruzione di una “diaconia” della pace come agire evangelico permanente. Ritengo necessario portare a maturazione un magistero di grande spessore e, quindi, affermare la nonviolenza come “articolo di fede” da costruire ogni giorno con nuovi stili di vita, nuovi modi di produrre e di consumare, nuovi itinerari educativi, una forte spiritualità, una contemplazione liberatrice.

Mi piacerebbe che la Chiesa cattolica preparasse un Concilio ecumenico per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato.

A mio parere, nel vivo dei problemi che stanno sconvolgendo le famiglie e tutta la famiglia umana, occorre testimoniare che la pace è possibile. Ritengo, quindi, decisivo coltivare la nonviolenza non solo come grande ideale (“soffio dello spirito”) ma anche come metodo e stile di vita, concreto realismo, progetto formativo, gestione positiva dei conflitti personali e collettivi, politici ed economici, sociali e istituzionali (“polvere della storia”).

La comunità cristiana può diventare un laboratorio trinitario di pace. In sintonia col Sinodo diocesano, sento il bisogno di una chiesa discepola del suo fondatore, pasquale, sinodale, compagna di viaggio, estroversa e solidale. A tal fine, sento che devo “convertirmi” ogni giorno vivendo, con paziente speranza, la sconvolgente bellezza della fede nel Risorto “nostra pace”.

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