lun 6 Nov 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Il comandamento dell’amore

Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Si­gnore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è al­tro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amar/o con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vai più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto sag­giamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

* Il primo comandamento del proprio essere così

«Qual è il primo comandamento?». La domanda dello scriba a Gesù è molto importante. Infatti il primo comandamento per ogni uomo è il primo obbligo morale, la prima retta visione, il primo im­pegno, la prima retta conoscenza su cui è fondato il senso della vita. Se la nostra vita spesso è contorta e confusa è perché contorto e con­fuso è il punto chiave del nostro esistere. La domanda dello scriba, quindi, è la domanda sul punto chiave dell’esistere, è la domanda che ogni uomo in ricerca della verità deve porre a se stesso. Senz’al­tro c’è il comandamento di quel modo di comportarsi, di impostare la vita che è in armonia con tutta la verità e mette in armonia con tutta la verità. Quello è il primo comandamento!

Molti hanno insegnato che il primo comandamento è l’econo­mia, il denaro e che a questo dio si deve obbedienza assoluta. Per in­teressi anche le amicizie vengono costruite e poi demolite, come si gonfia e si sgonfia un palloncino. Il primo comandamento del tossi­codipendente è «la roba». Tutto diventa secondario di fronte a quell’imperativo. Quanti primi comandamenti dominano la vita delle persone! Ci sono anche quelli che hanno come primo coman­damento la loro religione o pratica spirituale, oppure il loro maestro o direttore spirituale. Se compiono un atto di carità, lo fanno perché è la loro religione che lo impone: ossia perché è prescritto così, op­pure perché così ha detto il loro direttore spirituale. Ci sono anche persone che fanno gli atti della carità o le pratiche religiose perché prescritte dalla regola dell’associazione di cui fanno parte. Così li pervade un senso di superiorità e di gratificazione. Spesso l’apparte­nenza a un gruppo diviene il primo comandamento reale al posto del primo comandamento dell’amore indicato da Cristo.

«Il primo è: …amerai dunque il Signore Dio tuo». Il primo co­mandamento non è di credere; ma di amare. È l’amore che guida a comprendere il senso ultimo dell’esistenza e che a tale senso rende conformi. Senza l’amore la fede rimane formale e la speranza de­bole. È rivelato che «Dio è amore» (1Gv 4,8.16), perché l’amore è la natura di Dio. L’amore è il primo comandamento anche per Dio. Dio non può non amare, perché questa è la natura che lo costituisce.

«Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi» (1Gv 4,12). Non occorre ve­dere Dio o motivarsi con frasi religiose per amare; ma piuttosto èamando che noi facciamo esperienza di Dio e diventiamo religiosi. L’ateo che dà da mangiare all’affamato, come cosa ovvia che deve compiere per il semplice fatto che lo può, obbedisce al primo coman­damento in modo molto più perfetto del credente che per compiere lo stesso gesto deve motivarsi con frasi religiose. Infatti il,primo co­mandamento è primo proprio perché non ha alcun altro comanda­mento che lo preceda: non c’è rivelazione biblica o illuminazione buddista che lo preceda. Non si abbellisce la carità con il mantello della religione, perché la carità è la bellezza più perfetta che non può essere abbellita da qualcosa d’altro!

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza». L’amore è sempre qualcosa di molto concreto e, come ogni cosa concreta, ha il suo limite: se è una parola, ha il limite che hanno le parole; se è un gesto ha il limite del gesto; se è il silenzio ha il limite del silenzio. L’amore è sempre qualcosa di li­mitato; tuttavia l’anima dell’amore è eterna, perché l’amore altro non è che una cosa limitata vissuta e offerta senza limite, fino in fondo, fino a dare la vita. L’amore è il limite della vita vissuto con il cuore illimitato: «con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza». L’amore è il limite perfetto. Quando uno ama senza puntellarsi su nessun interesse o precetto, allora in lui l’amore è il primo comandamento, da cui scaturisce il senso che permea l’esi­stere, il morire, il credere, il peccare e il convertirsi. L’amore è il vero senso del fatto che la realtà è così com’è e così dev’essere. L’a­more è l’unico senso per cui Dio è Dio. L’amore è l’unico senso per cui io sono io e l’altro è l’altro. «Il secondo è questo: amerai il pros­simo tuo come te stesso».
p.Luciano

* Arduo perché vicino

Nel lessico abituale che utilizziamo o che udiamo normalmente, le parole dio e amore ricorrono con una frequenza sconcert!nte. Se si ha la ventura di trascorrere un periodo in un ambito culturale dove invece non si usano quasi mai, senza che per questo manchi il senso del divino o siano assenti comportamenti dettati esclusiva­mente dall’amore, si ha l’opportunità di osservare quanto spesso usiamo quelle parole con troppa leggerezza: quanto manchiamo di pudore nel servirei di parole che andrebbero pronunciate con inten­sità e raccoglimento. Nei Vangeli, invece, non c’è alcun abuso di queste due parole: vengono usate con parsimonia, perché il fatto che siano inesauribili non comporta che se ne possa abusare. Abusando, banalizzando, non si sa più cosa si dice. Nel buddismo Zen c’è una bella espressione che ammonisce:

Chi sa non parla, chi parla non sa.

Proviamo allora a tenerla a mente nell’ascoltare le parole del Van­gelo di Marco: proviamo ad ascoltarlo come se non sapessimo di cosa sta parlando: sapendo che non so cos’è Dio, che non so cos’è l’amore.

L’uomo che interroga Gesù è uno studioso. Lo scriba è l’inter­prete della legge, il dotto che conosce la Scrittura e ne è il deposita­rio e il custode. Per lui la parola di Dio si esprime in forma di legge, quindi di comandamento e, con la sua domanda: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» è come se chiedesse: «Qual è l’essenza di tutta la Scrittura?». Gesù risponde (traduco letteralmente): «Il primo è: ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è il Signore unico, e amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua facoltà intellettuale e con tutta la tua forza». Gesù sta dicendo non solo che il Signore Dio d’Israele è l’unico Dio, ma anche che c’è un Dio solo, siccome è l’unico, che è Dio di tutti e di tutto.

Io credo che non ci si possa rendere conto di cosa voglia dire «amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua mente e con tutta la tua forza»; credo che non si possa capire tutto il significato di questa espressione. Lasciamoci aiutare dalle parole pronunciate da Gesù, seguendole passo passo, nella speranza di avvicinarci un po’. L’espressione che egli usa per dire il primo comandamento non è di sua invenzione: riprende esat­tamente l’identica espressione dell’Antico Testamento (Dt 6,4-5). È il modo di dire antichissimo: sappiamo da sempre che è così, ma an­cora non sappiamo cosa vuoI dire. Allora Gesù ci viene in aiuto. Non limita a questo la sua risposta, aggiunge il secondo comandamento: «Amerai il vicino tuo come te stesso». È come se ci desse una misura per misurare l’incommensurabile. Amare il vicino come se stesso: questo si capisce bene. Il vicino è proprio quello che ho qui, fisica­mente vicino a me. Come è facile amare il lontano, come è difficile amare il vicino! Come è facile convincersi di star amando ciò che non si conosce, come è difficile amare ciò che si conosce fin troppo bene! Abbinando i due comandamenti, facendone uno solo, Gesù ci riporta qui, dove siamo, alla nostra vita quotidiana. Ci fa scendere dai sublimi paradisi dell’incomprensibile fino alla terra reale dell’im­mediato possibile. Gesù sa di cosa parla, per questo con poche pa­role descrive l’indescrivibile, spiega come si fa a fare ciò che appare infattibile. Questo insegnamento è assoluto e universale perché è sempre valido, in ogni momento e in ogni luogo. È un punto a cui è sempre possibile ritornare, punto di arrivo e di partenza. Coinvolge tutto me stesso, corpo e cuore, in un modo di essere e in un modo di fàre. Non è qualcosa che si impara, ogni volta è sempre nuovo e sem­pre la prima volta.

Un’ultima parola resta da dire su quello scriba, quel dotto stu­dioso che comprende immediatamente il valore delle parole di Gesù. Lo scriba fa parte di quelle grandi figure di non cristiani che sono uomini di verità e di fede, che stanno come sullo sfondo del Vangelo, e partecipano della sua luce con la loro luminosità. Le ri­troviamo spesso: il centurione, la prostituta, la donna negra siro­fenicia… Sono gli amici senza nome di Gesù. Sono non lontani dal re­gno di Dio. Gesù non dice di più a Pietro, a Giovanni, ai suoi diretti discepoli. Gesù non insegna a discriminare fra cristiani e non cri­stiani: ma a distinguere il grano dall’oglio, sì, dovunque li si trovi. Lo scriba, come chiunque altro, è non lontano dal regno di Dio non per­ché sia bravo o meritevole, ma perché il regno di Dio è vicino e lui, sapendolo, si lascia accostare. La presenza del regno di Dio non è statica; essere nel regno di Dio non è uno stato, né mentale, né spiri­tuale, né d’animo. È un modo di essere vivi, e quindi una continua tensione che ha luogo nel presente. Il regno di Dio è vicino esatta­mente come il nostro prossimo: nessuno pensa che il nostro pros­simo, in quanto vicino, non è già raggiunto e quindi è fuori della no­stra portata: se così fosse come potremmo amarlo?

Quanto detto per il regno di Dio vale esattamente per il nirvana buddista, per il mondo del risveglio che è la buona novella insegnata da Budda. La buona notizia, in questo caso, consiste nel fatto che il nirvana è vicino: è nel luogo del nostro essere vivi ora, nell’orienta­mento del nostro modo di essere ora vivi qui. Non è un luogo beato da raggiungere, altrove, ma sboccia nella nostra attuale vita attimo per attimo. Perciò il buddismo insegna che la pratica e il risveglio non sono due realtà separate. Il nostro sforzo non è teso al consegui­mento di un risultato, ma a lasciare che si evidenzi nel nostro essere vivi (pratica) la verità incontaminata dell’essere (risveglio).

jiso

* Il regno di Dio è avere un cuore straripante d’amore

Mi viene in mente sant’Agostino quando dice: «Ama e fa ciò che vuoi». Se si prova amore nel proprio cuore, esso guida le nostre azioni e permette di risolvere conflitti che con la sola ragione non riusciremo mai a risolvere. Si potrebbe obiettare che l’amore è un dono che viene liberamente e non possiamo imporci di amare Tizio o Caio, decisamente antipatici o peggio. Ma in realtà l’amore può es­sere coltivato, aiutato, e per me è stato e continua a essere molto proficua la pratica della gentilezza amorevole (metta) o com-pas­sione (karuna) che nel buddismo vengono qualificate come dimore divine. Queste pratiche consistono nell’invio di pensieri positivi verso persone o anche animali; non importa sentire dentro di sé un particolare sentimento positivo mentre ripetiamo mentalmente un augurio affettuoso verso Tizio o Caio. L’importante è non ripetere le frasi meccanicamente, ma sempre consapevolmente. In effetti se il nostro cuore è aperto e disponibile ci si sente bene e in pace. L’a­more è una porta verso la pace. Spesso tuttavia ci sentiamo chiusi, stanchi, con il cuore arido e incapace di dare. In quei momenti in­vece di sentirci in colpa, potremmo chiederci qual è una piccola cosa che possiamo dare. Se si guarda con attenzione in fondo al proprio cuore c’è spesso, anche nei momenti più bui, un piccolo, spesso pic­colissimo, seme d’amore. Per esempio mio figlio più grande reclama la mia attenzione e chiede insistentemente di coinvolgermi in un gioco con lui che richiederebbe tutta la mia energia e io sento di non farcela. Invece di mostrarci scontrosi e svogliati possiamo trovare una controproposta più rilassante e breve rispettando così sia la sua voglia di gioco che la nostra stanchezza.

Se poi ci troviamo in uno di quei momenti in cui ci sentiamo un po’ perduti nella fatica di una lunga giornata contrassegnata da con­flitti e ferite possiamo sempre tentare di dare a noi stessi un briciolo di amore, regalandoci qualche momento di silenzio, cercando di ab­bracciare teneramente la nostra tristezza anziché buttarci via o ar­rabbiarci contro noi stessi e il mondo. Il maestro ti indica la via in questi momenti particolarmente dolorosi e difficili. E la vita è sem­pre pronta ad aiutare e a corrispondere chi l’aiuta. Possiamo aiutare la vita trovando nel nostro cuore quell’amore, anche poco, che sta lì e non vede l’ora di uscir fuori e riversarsi su chi ci sta accanto o su noi stessi. Il primo comandamento è trovare questo amore e dargli la possibilità di esprimersi. Tutto il resto viene dopo.
(G.L.)

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