Gio 21 Dic 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Chi mi parlerà sottovoce di Dio?

E’ la domanda che una bambina fece al suo parroco, lasciandolo sorpreso e senza parola…quel “sottovoce” colpisce anche me e richiede tanta attenzione e coraggio: non sempre è facile spogliarci delle nostre pretese, sicurezze che spesso finiscono con l’appesantire Dio stesso, rivestendolo delle nostre corazze religiose, dei nostri orgogli spirituali…impedendo a Dio di manifestare il suo volto di Padre, la sua tenerezza, la sua compassione.

Oggi spesse volte, soprattutto noi preti e religiosi siamo convinti che alzando forte la nostra voce, riusciamo a farci sentire di più, credendo di fare un buon servizio per la causa di Dio, di fronte ad un mondo che si intestardisce ad escludere Dio dal suo orizzonte…

* Chi mi parlerà sottovoce di Dio?

Forse Dio anche oggi cerca di parlarci sottovoce, ma ci vede così indaffarati a difenderlo che teme di disturbarci troppo nella nostra missione…
Lui sa che una parola detta sottovoce può raggiungere più facilmente le profondità dei nostri cuori, se riusciamo a tenerli aperti e sensibili.

“Tutti quelli che ascoltarono i pastori si meravigliarono delle cose che essi raccontarono.” (Lc. 2,18)

Questi pastori, gente poco ben vista per la loro attività, ai margini della società diventano i portavoce del messaggio di Dio…non vengono scelti i sacerdoti del tempio, o qualche scriba incaricato a far valere la Legge di Dio in terra d’Israele, ma dei “fuori luogo” che si dimostrano capaci di leggere e interpretare le indicazioni degli angeli e quindi degni di raccontare e suscitare meraviglia tra coloro che li ascoltano.

E’ vero, Dio quando si impegna a fare qualcosa si affida a chi sta fuori, a differenza della società che quando progetta qualcosa spesso crea ulteriori esclusioni… o cerca di tenere sotto controllo i “fuori luogo”, spesso visti come una minaccia o un degrado agli occhi dei benpensanti.

Quando ci rivolgiamo a loro alziamo la voce per far valere le nostre ragioni, per rimarcare i loro difetti e carenze, oppure li ammoniamo con le nostre prediche, insegnamenti, correzioni…dopotutto noi siamo i “buoni”, i depositari di verità o di civiltà e sono loro che ci devono ascoltare!
Facciamo fatica a credere che lo Spirito possa visitare e rivelare qualcosa al di fuori di noi, dei nostri “luoghi comuni” o addirittura … senza di noi.

Metterci in sintonia per riuscire ancora a meravigliarci dei loro racconti, e leggere l’azione di Dio dentro la nostra storia, vuol dire abbandonare tante nostre pretese, abbassando i toni delle nostre certezze.

Eppure:

“ Dio ha scelto nel mondo ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessuno possa gloriarsi davanti a Dio.”
(1 Cor.1, 27-28)

Il Dio di Gesù non si mette i guanti per timore di contaminarsi venendo a contatto con il nostro mondo, non sempre ascolta le precauzioni dei dotti e dei sapienti, gli inviti a mantenere le dovute distanze per salvaguardare la propria Santità… si fa carne per assaporare la compagnia di ogni uomo, per scoprire e ricostruire in ogni volto l’immagine originale di Dio.
Attraverso il Mistero dell’Incarnazione Dio sceglie di entrare nella nostra storia con passo silenzioso, sottovoce, normale proprio come ogni essere umano, sceglie la via dell’ordinarietà e non quella della spettacolarità, alla quale noi non poche volte come Chiesa di Cristo ci mostriamo sensibili e plaudenti.

Gesù, il Figlio di Dio nasce sottovoce, lungo la strada, fuori della città di Betlem, la casa del pane, semplice villaggio ai margini dell’Impero e della terra santa d’Israele, cercato e trovato da semplici pastori, dopo aver raccolto quella voce degli angeli, ben strana alle loro orecchie e lasciate le loro greggi cercano l’Atteso delle genti, là in qualche riparo d’emergenza, come anticipo di quella che sarà la sua missione tra gli uomini: pellegrino di Dio della marginalità, pagina vivente di quelle Beatitudini che un giorno rivelerà a tutti in cima ad una montagna.

Con quali parole Augurare un Buon Natale?
Che Dio mangi il tuo pane”, è la benedizione che una donna Rom mi rivolse ad un semaforo della città, sono parole cariche di bontà e di Pace:
Dio e ogni persona possano incontrarsi nello spezzare insieme il pane dell’amicizia.

Ciao, p.Agostino

Coltano, campo Rom, 21 dic.2006

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categorie: Riflessioni

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