sab 17 Feb 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Come Dio

«Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra;a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio»

* Perdonare è creare il bene dal nulla

Nella fede cristiana affermiamo che siamo creati da Dio a sua immagine e somiglianza. Nello Zen si afferma che tutto ciò che esiste è perfetto. Tuttavia la realtà sembra contraddire crudelmente: l’uomo odia l’uomo e le cose spesso diventano ostacoli alla vera felicità. Immagine di Dio o peccato? Perfezione o illusione? Il Vangelo di questa domenica ci fa scoprire un altro punto di vista: è proprio nella notte buia che le stelle brillano maggiormente; è proprio nell’oscurità che possiamo comprendere la bontà della luce!

«A voi che mi ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono… A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra». Come può maturare il frutto più perfetto dell’esistenza, che è l’amore, se lungo la strada della vita non fanno la loro comparsa i nemici? Nemici esterni; ma ancor più nemici interni che si chiamano passioni, difetti, peccati, invidie.

Immàginati di essere uno scrittore di canovacci per il teatro. Senz’altro descriveresti la trama dei fatti in modo realistico, ricalcando la vita così com’è. Sicuramente una storia complicata e avventurosa sceneggiata sul palcoscenico entusiasma gli spettatori. Nessuno di noi comporrebbe un’opera teatrale senza intrecciare situazioni facili e difficili, episodi di odio e di amore, momenti brutti e belli. Siamo ricchi di fantasia nel rappresentare la vita agli altri; siamo invece molto monotoni nel desiderare la vita per noi: vorremmo che fosse composta soltanto di mi piace.

La fantasia di Dio è senza limiti: la realtà che scorre guidata dalla sua provvidenza è una sorpresa continua. L’unico modo per viverla con dignità e affetto è scoprire come la vede Dio. «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28). Il ricordo che ci porteremo dietro lasciando questo mondo è proprio quello di essere stati amati così come siamo e a nostra volta di avere amato gli altri così come sono. Il nome più perfetto dell’amore è il perdono. Sì, perché amando noi balziamo al di là di tutto ciò che ci trattiene al di qua nelle nostre vedute interessate. Balziamo al di là, nella somiglianza con Dio dove tutto è perfetto. Infatti anche noi, nel perdono, diventiamo creatori del bene dal nulla. Diventiamo simili a Dio e capaci di perdonare come lui perdona, perché anche noi siamo sempre perdonati da Dio e dai fratelli.

È il nostro peccato che urge Dio a riversare in noi la sua grazia. «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Il nostro pentimento non avviene senza la sua grazia che lo previene. Come una madre che prima lava e veste il suo bambino e poi, incantata, lo bacia.

«Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». In altre parole siate creatori come Dio è creatore. La misericordia infatti è la forza divina di amare qualcuno o qualcosa prima ancora che sia amabile; anzi mentre è ancora non amabile. Amare: ossia cominciare col lavare via il male, poi rivestire a festa e quindi dare un bel bacio. La forza creativa dell’amore ha portato Cristo sulla croce. Egli sta là, appeso al legno e sospeso nel vuoto. Non si vede traccia alcuna del Padre al quale Gesù ha gridato aiuto, né all’orizzonte si intravede l’alba del mondo nuovo per cui aveva tutto scommesso. Tutto è ancora nulla, è notte. Egli lava quel nulla con il suo sangue, lo nutre con il suo corpo e poi lo bacia con la risurrezione.

La trama della storia del mondo e di ogni uomo così com’è, con il suo peccato, è la più eletta. È infatti nata dalla fantasia di Dio che ha creato Adamo ed Eva perfetti sì, ma di quella perfezione per cui sarebbero caduti alla prima tentazione. Proprio come siamo noi: perfetti un momento prima, e poi subito confusi e distorti. Così l’avventura dell’incontro con la misericordia di Dio ricomincia.

p.Luciano

* Incommensurabile misura

Credo si tratti di una storia ebraica. Racconta di un uomo che
non riusciva a darsi ragione dell’esistenza della. sofferenza nel mondo. Aveva interrogato il suo cuore, letto tutto illeggibile e ora peregrinava da tutti i saggi del mondo, di tutte le culture, le religioni, L le filosofie, per avere una risposta soddisfacente. Ma nessuno sapeva rispondergli. Chi dava una risposta dogmatica, chi taceva, chi inventava sofismi: ma nessuno sapeva davvero, tramite la propria esperienza vissuta, e quindi nessuno era per lui convincente. Vagava così, da uno all’altro, sempre tormentato da quell’interrogativo: perché soffriamo, perché esiste il dolore? Finché un giorno giunse in un villaggio e chiese al vecchio del paese, che gli disse: «lo non ti so rispondere, ma forse può farlo l’eremita che vive in cima alla montagna. È un uomo che ha sofferto tanto: ogni sorta di lutto, di sventura e di malasorte si è abbattuta su di lui che era buono e giusto e senza colpa. Rimasto solo si è ritirato in montagna. Da tanti anni non è più sceso, e forse ha trovato la pace». L’uomo allora salì al monte e giunto in presenza dell’eremita gli chiese: «Vecchio saggio, tu che nella vita hai tanto sofferto, mi sai dire perché c’è al mondo la sofferenza?». «Hai sbagliato persona, rispose sorridente il vecchio. Non so nulla del perché del dolore: so solo di essere l’uomo più fortunato dell’universo!».

Quando sentiamo parlare di misura siamo subito portati a intenderla come un termine di paragone: come un metro da applicare a varie situazioni omogenee in modo da avere una valutazione univoca. L’unità di misura più grande è la velocità della luce, con cui possiamo calcolare distanze enormi come quelle delle stelle: è una misura immensa, ma è pur sempre misurabile. Invece la misura di cui oggi parla il Vangelo non è qualche cosa del genere. È una misura incommensurabile, una misura senza dimensioni. Le parole di Gesù scardinano qualunque metro di valutazione: in altri termini si potrebbero riassumere dicendo: ogni volta parti da zero. Partire da zero è la misura con cui misurare. Dimenticare, non nel senso morto di non ricordare più, ma nel senso vivo e profondo di iniziare ogni volta da capo, senza strascichi, senza retaggi: «essere una creatura nuova» (Gai 6,15). La creazione parte da zero, dal nulla, e una creatura nuova è una creatura che prima era nulla. Solo così è possibile amare senza tornaconto, indiscriminatamente. E l’amore è il segno del rinnovamento.che nasce dall’essere creatura nuova, dal ripartire da zero: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Così opera Dio, «benevolo verso gli ingrati e i malvagi»: non è il Dio giudice, che tiene il conto del bene e del male e poi tira le somme (e chi si salverebbe?), ma il Dio d’amore, che per amore ha creato e crea, sempre da zero, sempre azzerando, per amore puro.

jiso

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