ven 30 Mar 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
In croce

Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione». […] Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani:.«Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre». Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso là fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei dei loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delleparole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito, pianse amaramente. Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?». E molti altri insulti dicevano contro di lui.

Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re». Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». […] Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati. Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.

Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest’uomo era giusto». Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.

C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

* Dio soffre da Dio

La Crocefissione di Raffaello

Il Vangelo della passione del Signore occupa uno spazio molto rilevante nel testo evangelico e ciò denota come l’avvenimento della croce fosse decisivo nella fede dei primi discepoli di Cristo. Fa contrasto con la sobrietà e la brevità delle pagine dedicate alla risurrezione.

Cristo è entrato in Gerusalemme, luogo geografico della sua passione, accogliendo l’osanna della gente e soprattutto dei fanciulli. Va verso la sua passione come un vincitore. La sua adesione alla volontà del Padre che lo chiama alla morte è cosi profonda, al punto da essere gloriosa! «“È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo… Per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò”» (Gv 12,23-28). La sofferenza altro non è che l’attrito di una potente convinzione che preme per diventare realtà. Quando nel cuore c’è una potente convinzione, soffrire è semplicemente la via da percorrere con riconoscenza e gloria.

«Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocefissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Dopo essersi poi divise le vesti, le tiravano a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio, il suo eletto!”». I passanti non riuscivano a sintonizzarsi con la potente onda della carità che si rifrangeva dal cuore di Cristo. Non capivano cosa stesse succedendo. Per loro Cristo era un fallito figlio di Dio, oppure il figlio di un Dio fallito. Cosi pensavano e, pensando così, semplicemente ragionavano secondo quel buon senso comune che immagina Dio tutto felice e senza la sofferenza, la quale sarebbe retaggio dell’uomo. In altre parole, per il nostro senso comune non illuminato dalla fede, Dio è quell’essere fortunato che noi bramiamo essere, ma che non riusciamo a essere. Così fra Dio e l’uomo si perpetua il divario dualistico che permea l’esistenza di una tristezza nascosta. Ciò nonostante un Dio lontano da noi, pieno di fortuna, continua ad allettarci nella speranza di poterlo commuovere con i nostri meriti, affinché condivida con noi un pizzico della sua felicità.

Sotto la croce di Cristo i sommi sacerdoti del tempio di Gerusalemme, rappresentanti di tutte le religioni, lo bestemmiavano e lo deridevano, perché non rispondeva a queste loro aspettative. Il Vangelo della croce è il più rivoluzionario dei messaggi evangelici perché capovolge completamente la nostra idea di Dio e quindi il nostro rapporto con lui. Dio porta la croce e muore sopra di essa. Il Dio da noi pensato onnipotente è invece impotente: non scende dalla croce per dimostrare la sua forza e per ricevere la nostra adorazione. «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso»: questa è la vocazione di Dio, la sua natura. Infatti Dio è amore e non opera nulla per se stesso.

Dio soffre e soffre da Dio: non perché vittima di altri, non per brama di miglioramento, non per salvare gli uomini, come se ‘Dio soffrisse a causa dell’incidente del peccato commesso dagli uomini. Infatti il nostro peccato, occasione della croce di Dio, a sua volta esiste soltanto perché Dio lo permette e lo vuole. Dio è all’origine della croce che lo fa soffrire. Cristo che muore sulla croce e i peccatori che ne beneficiano costituiscono l’unico progetto che il Padre da sempre custodisce nel suo cuore: «Ed era ben giusto che colui, per il quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza. Infatti colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti dalla stessa origine» (Eb 2,10-11).

La sofferenza ha reso perfetto Cristo. È la natura stessa di Dio che richiede a Dio di soffrire: è l’amore. Così la sua sofferenza è gloriosa, di natura divina. Gli antichi ebrei morsicati dai serpenti velenosi del deserto fissavano il serpente di bronzo issato su un palo ed erano salvi. Cristo afferma: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che lo sono» (Gv 8,27). È sulla croce che il Figlio si manifesta come Figlio. Sotto la croce Maria stava in piedi, dignitosa, partecipe del dolore e della speranza del figlio. Semplicemente, fissando il mistero che stava attuandosi, vi partecipava con tutta se stessa; né cercava consolazioni, né imprecava: modello perfetto della Chiesa!

p.Luciano

  • L’evoluzione della passione

L

Leggiamo oggi, nel lungo brano del Vangelo secondo Luca, tutte le tappe della passione di Gesù. È una lettura che emoziona ogni volta, potente per la sua capacità di calarci nell’atmosfera che evoca. È questa una delle grandi forze del Vangelo: la sua caratteristica di farci sentire, anche solo tramite il racconto, cosa vuoi dire che religione è l’eterno che si incarna nel tempo e nei luoghi del mondo, e come questa incarnazione non sia pacifica e beatifica, ma sia anche lotta, sofferenza, fatica: passione.

Abbiamo già fatto notare come questo sia forse il lato debole del buddismo: pur essendo verità fondamentale ed evidente nel buddismo che l’eterno e il tempo si manifestano nell’identità dell’attimo presente, nel momento per momento che è la realtà quotidiana, e che quindi non vi è un altrove da ricercare, la carica potenziale di questa affermazione non si è estrinsecata come sarebbe stato lecito attendersi. Viceversa, mentre il richiamo evangelico al regno di Dio come tutt’altro («Il mio regno non è di questo mondo») potrebbe far pensare a una svalorizzazione della storia umana, il calarsi del cristianesimo nella storia è parte costitutiva del suo carattere essenziale.

Così, l’interagire di cristianesimo e buddismo può essere benefico per entrambi: per il buddismo, in modo da recuperare il carattere di affermazione dell’immanenza dell’assoluto, per essere nel mondo con meno distacco; per il cristianesimo, per affinare la visione della storia, che è scenario inseparabile dalla vicenda di ogni essere, prima che luogo di vicende sociali.

La passione di Gesù, la crocifissione di Dio nella persona di Gesù di Nazaret ci indica in modo evidente che la Pasqua passa nella vita di ciascun essere. È questa nuova comprensione, che Gesù testimonia con gli atti della sua vita, il vero dono che riceviamo, che dobbiamo accogliere e testimoniare a nostra volta. La Pasqua, che nell’Antico Testamento era la rievocazione di un massacro, del genocidio dei primogeniti degli egiziani da parte di Dio, inteso come un vendicatore signore degli eserciti, si evolve in Gesù in una visione di offerta di sé, grazie alla concezione di Dio come Emmanuele, Dio con noi: Dio che vive e muore con noi. La memoria, che nella rievocazione ebraica era ricordo di un evento passato, nella celebrazione eucaristica istituita da Gesù diviene testimonianza vivente dell’elemento eterno che si invera nel momento presente: il corpo di Dio diviene pane e vino, nutrimento di ogni bocca che si accosta. Così nella passione di Cristo c’è la passione di ogni forma di vita che ha vissuto, vive e vivrà: e nella passione di ogni vita c’è la passione di Cristo. La morte di Dio non è il segno della sua umiliazione, ma quello del compimento della sua opera. Nella solitudine di Cristo che muore sulla croce c’è il segno della vera comunione con ogni essere, che muore solo. La regalità non consiste nell’elevazione sopra tutto e tutti, come spesso crediamo: la vera regalità, quella divina, è nello scendere fino al gradino più basso della scala del trono, là dove prima o poi scende ogni essere, per risalire insieme.

La morte di Cristo in croce non è un trucco, una finzione: è morte vera, come quella di ciascuno di noi. Ben lo comprende il buon ladrone, che vede Gesù, innocente, soffrire e morire davvero, come lui, e si commuove. Non lo comprende, invece, il cattivo ladrone, così come non lo comprendono i sacerdoti, i capi, i soldati: credono che la morte, per Dio, sia un trucco; credono che la salvezza consista nel non morire. La salvezza, invece, è nel fatto che Dio muore con noi. Là, dove tutto crolla intorno al figlio dell’uomo, là dove è abbandonato da Dio, Dio è talmente intimo da morire insieme.

La storia è il terreno dell’essere. Storia come memoria non solo di fatti trascorsi e passati da duemila o da cinquanta anni, ma come memoria che si fa presente, nel Gesù Cristo che sempre patisce e muore nel mondo e in ognuno di noi, nei milioni di perseguitati che hanno patito e continuano a patire e a morire nei campi di concentramento partoriti dall’uomo all’apice della civilizzazione, che tutti nascono da quel piccolo campo di concentramento interiore che è la durezza del nostro cuore quando è gretto, freddo, ostile, nonostante tutta la civiltà e tutte le religioni. Storia come costruzione del futuro nel mio presente, non nell’attesa della sua Pasqua, della sua Risurrezione, della sua Venuta, come fossero eventi che si svolgono fuori della mia vita, ma come apertura alla mia pasqua, alla mia risurrezione, alla pasqua-risurrezione di ciascuno, nella quale anche Cristo patisce e risorge, nella quale c’è il senso di ogni passione e il riposo della passione di ogni innocente.

jiso

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