sab 24 Mar 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
Chi di voi è senza peccato
scagli per primo la pietra

Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo.

Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose. «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

* Il pensiero divino si fa carne: le sassate

Alla fine Dio giudicherà tutti coloro che hanno giudicato gli altri, li farà zittire e farà loro ritrarre le condanne emesse. «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». È il Vangelo che Gesù pronuncia davanti agli scribi e i farisei di tutti i tempi. Ogni uomo ha dentro di sé una parte di questo fariseismo. Il Vangelo di oggi è purificazione per tutti noi.

È innata nell’uomo la tendenza di figurarsi Dio come il grande giudice che con severità giudicherà ogni gesto, parola e pensiero dell’uomo, in vista di un premio o di un castigo. L’uomo accarezza l’idea di Dio che condanna i cattivi, perché impunemente colloca se stesso dalla parte dei buoni. Forse, l’immaginarsi Dio giudice altro non è che voler giustificare la propria tendenza a giudicare gli altri in buoni e cattivi. Dio giudice è la sublimazione della propria tendenza a giudicare.

Senz’altro l’annuncio più rivoluzionario del Vangelo nei riguardi del pensiero umano è proprio quello del perdono come la via regale del Pensiero divino. Il messaggiodel perdono è la chiave che dischiude all’ascolto di tutto il Vangelo. Non c’è altra via che non sia il perdono ricevuto e il perdono dato. Non c’è la via della morale, perché il Vangelo non chiama beati i novantanove giusti che non peccano, ma l’uno vero peccatore che si converte. Anche Maria è beata, non per l’onore dovuto alla sua immacolatezza, ma perché tale immacoletezza è pur sempre perdono dato in anticipo. Non si accede al Vangelo nemmeno dalla via della conoscenza di Dio che i grandi teologi possono raggiungere, perché il più piccolo nel regno dei cieli è più grande dello stesso Giovanni il Battista, da Gesù definito il più grande fra i nati di donna. Nemmeno la via per accedere è il merito, perché nessuno si salva per le sue buone opere! Chi ha percorso il mondo annunziando il Vangelo e sopportando le persecuzioni non merita nulla di più del bambino che muore qualche ora dopo la nascita. No! Non c’è altra via regale al di fuori del perdono.

Il perdono è il contenuto dell’ultimo urlo di Gesù sulla croce; del perdono è carico il primo alito che soffiò sugli apostoli la sera della risurrezione. Il perdono passa attraverso il non giudizio; ma il non giudizio da solo non è ancora il perdono. Anzi, il perdono richiede il giudizio e quindi il superamento del giudizio. Ciò che è odio viene giudicato odio; ciò che è errore viene giudicato errore. Ma poi avviene il balzo oltre: né l’odio, né l’errore sono la parte profonda del cuore umano. Sono come onde che si urtano sulla superficie del mare; ma la parte più intima dell’uomo rimane sempre in contatto con il Pensiero divino. Ogni uomo è chiamato a risorgere. Risorgere è perdono ricevuto e perdono dato; perché il perdono fa risorgere nella novità di vita. Negare il perdono è negare il Pensiero divino che si fa carne.

L’uomo ha eretto Dio a giudice e poi lo bestemmia perché non giudica secondo le proprie aspettative: ossia perché non punisce i cattivi e non premia i buoni. Ma Dio «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45) e non sopporta che i fratelli giudichino i fratelli. Come può Dio giudicare una sua creatura, intrisa fino al midollo di debolezza, lui che, secondo la nostra immaginazione, sta in alto, seduto sul trono dell’onnipotenza? Lui che, per la sua onnipotenza e onniscienza, non ha mai sperimentato la tentazione all’orgoglio, alla lussuria, alla mediocrità, come può giudicare chi si dimena nel pantano di orgoglio, lussuria e mediocrità?

Dio ha l’onnipotenza per riversarla sulle sue creature come grazia e non come giudizio. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi» (Gv 3,17). Dio è Dio proprio perché è colui che ha cura delle sue creature: «Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo» (Os 11,8-9).

Non dobbiamo inquinare Dio con le nostre contraddizioni. A volte con le parole o soltanto con il pensiero noi lo bestemmiamo pensando o dicendo male di lui, come se fosse un tiranno in agguato per coglierci in fallo e castigarci. Come se Dio gustasse di far soffrire per sempre le sue creature, perché hanno peccato. Abbiamo avuto di Dio un’idea simile a quella che abbiamo dei re della terra. Sì, Dio è giudice; ma lo è contro questo nostro modo di pensarlo e di prese ntarlo. «Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra». È per terra, nella polvere che Cristo, il Dio uomo, scrive il suo giudizio contro coloro che giudicano gli altri. Il vento presto rimuoverà la polvere e lo scritto scomparirà. Cristo si adira verso l’uomo tanto quanto serve, affinché si liberi dalla nebbia delle sue vedute orgogliose e ritorni a fissare la luce.

«Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi». Fuori dalla comprensione della regale via della misericordia, com’è incomprensibile e triste la vita! Ogni giorno che passa serve solo per aumentare i nostri peccati: quindi la nostra paura e rabbia! I più anziani sono i più grandi peccatori! Continuare a vivere significa aumentare il proprio debito contro l’innocenza e contro la giustizia!

Chi ha compreso la misericordia semplicemente si immerge e si lascia purificare, certo che la cenere ritorna a essere un buon concime per la vita che si rinnova sempre. Chi entra in questa visione non pecca più, non tanto perché ha cambiato natura, ma perché il suo continuare a essere peccatore lo rituffa sempre nella misericordia del Padre dove rinasce. «E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più“».

Il Pensiero divino si fa carne e infonde nell’uomo una profonda stima verso la carne. Anche quando la carne pecca, percepisce che il peccato non è l’ultima ragione della sua natura. Il peccato non restituisce senso e visione; ma confusione e smarrimento. Il Pensiero divino si fa carne e la redime alla sua qualità più vera, alla carità. E anche le bassezze della carne, l’odio, l’errore o la mediocrità sono redente in capacità di amare. Chi ha odiato con ardore, quando è redento, ama con ardore. Allora perdonare è semplicemente l’atto più conveniente: come chi ha tra le mani un vaso di raro valore artistico impolverato e infangato. Lo lava con cura e lo restituisce alla sua bellezza originaria.

«E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”». Un solo peccatore che si converte fa straripare i cieli di gioia, annuncia il Vangelo. Mentre tutto rimane apatico al passaggio dei novantanove giusti che .non hanno bisogno di penitenza. Forse hanno sbagliato tutto pensando che la vita fosse per non peccare; e non per convertirsi. Così non hanno amato la vita, né la gioia, né il Pensiero divino che permea la realtà così com’è! Né hanno chiesto il perdono, né l’hanno ottenuto e condiviso. Se ne vanno con il volto cupo. «Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi».

p.Luciano

  • Fiori del vuoto

L

Il brano del Vangelo di oggi è uno di quelli che piacciono tanto agli orientali; in particolare ai buddisti, e specialmente ai buddisti Zen. E fra costoro, piace moltissimo a me. È uno di quei testi in cui un buddista Zen si ritrova come un pesce nell’acqua. Il tono, il linguaggio, l’atmosfera, il messaggio: tutto riecheggia un koan, dove per koan in questo caso si intende una di quelle storie basate su un dialogo, che schiudono, se ben comprese, la porta di una più profonda comprensione della realtà.

Tralasciando il fatto che quasi tutti gli studiosi considerano questo brano un’aggiunta posteriore e apocrifa, e considerando invece che tutto quanto ci fa penetrare in una comprensione più viva e profonda della verità è parte integrante del Vangelo, indipendentemente da quando e da chi è stato scritto o detto, notiamo che c’è un’aria particolare che emana dalla figura di Gesù, in questo contesto. Sembra davvero un maestro illuminato dell’estremo oriente. Era lì nel tempio che insegnava e improvvisamente irrompe una situazione concreta, urgente e apparentemente irrisolvibile. Gesù è chiamato a dire qualcosa, e appare di fronte a un aut-aut. Ma se rimane preso nella trappola di o questo o quello, in entrambi i casi commette un’ingiustizia. Se fa lapidare la donna è a posto nei confronti della legge, ma si rende partecipe di un omicidio, per quanto legale. Se non la fa lapidare, dimostra un cuore compassionevole, ma infrange la legge, proprio dentro il tempio. «Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra». È l’unica occasione in tutto il Vangelo in cui Gesù scrive: come saremmo curiosi di sapere che segni ha tracciato! L’estensore del testo sembra divertirsi con la nostra curiosità: dice per ben due volte che scrive, dando così importanza al gesto, ma si guarda bene dal dire cosa scrive.

In una sezione dello Soboghenzo intitolata Ku Ghe – Fiori del vuoto, Doghen Zenji ribalta la comprensione comune di fiori del vuoto, che sono le macchie arabescate che si vedono sulla retina degli occhi quando sono stanchi e malati, e dice che la realtà autentica così come è, il Budda, il nirvana, l’illuminazione, tutto è fiori del vuoto. Se separiamo in modo rigido e predeterminato il risveglio dalla confusione, il giusto dallo sbagliato, la realtà vera dalla realtà illusoria, tutto è fiori del vuoto nel senso che tutto è allucinazione e illusione priva di valore, alternanza di giochi d’ombra e di luce; se invece non separiamo schematicamente, ma viviamo vividamente ogni situazione per quello che è, traendo da essa il senso universale e unico della vita che ogni realtà contiene ed esprime, allora tutto, anche l’illusione più profonda, anche l’iUuminazione più radiosa è fiori del vuoto nel senso che è forma visibìle della verità che continuamente scaturisce e si rigenera.

Gesù traccia per terra fiori del vuoto. Così facendo, fa di una situazione disperata senza via d’uscita un’occasione di risveglio, di misericordia, di apertura sconfinata. Trasforma una colpa, che rischiava di creare una catena di dolore e di odio, in un niente: scioglie il nodo che pareva insolubile, mostrando che era solo un fiore tracciato nel vuoto. Fa questo senza fare nulla: non muove un dito, non prende partito, non separa il giusto dallo sbagliato. Ottempera sia alla legge che alla misericordia, senza fare assolutamente nulla. Ecco cosa vuoI dire non fare: vuoI dire non scegliere fra questo o quello, ma abbracciare tutto senza muovere un dito.

La donna, che è attrice spettatrice di tutta la scena, che non ha fatto nulla neppure lei, neanche un gesto di pentimento, dice due sole parole: Nessuno, Signore. Questo episodio del Vangelo rivela tutta la carica positiva della negazione: è tutto in negativo, e proprio negando permette l’affermazione di una realtà rappacificata.

Forse questo episodio è stato aggiunto a bella posta al Vangelo secondo Giovanni, chissà quanto tempo dopo la più antica redazione. Siamo grati all’ignota mano che ha vergato questo fiore del vuoto: sarebbe stato un vero peccato se non lo avesse fatto!

jiso

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