sab 14 Apr 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!» Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

* Il pensiero divino si fa carne: vedere, non vedere, vedere

Il Vangelo si rivela attraverso i sentieri della psiche umana: sulle prime conduce a vedere per credere; poi toglie il vedere affinché il credere sia incondizionato e puro. I discepoli, sulle prime, poterono toccare i segni che Gesù compiva fra la gente della sua terra; poterono ammirare il suo volto di Maestro luminoso e guaritore compassionevole. Tutto persuadeva a riconoscere in lui i requisiti per essere proclamato Figlio di Dio. Ma quando parve loro di aver capito tutto e bene, il fascio di luce fu sottratto e attorno si fece buio. La corsa alla sicurezza fu frenata e si spalancò la porta del dubbio. Il Vangelo divenne scandalo. La fama di Gesù sembrava giunta all’apice, quand’ecco che la gente cominciò a disertarlo, perché non assecondava le aspettative che le cose viste e toccate sulle prime avevano suscitato in loro. «Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo» (Gv 6,15). Sotto la sua croce, dei miracolati dalla sua forza guaritrice non c’era nemmeno l’ombra: non Lazzaro risuscitato dopo tre giorni, non il sordomuto a cui aveva aperto bocca e orecchi, né il cieco nato a cui aveva dato al vista. Morì in grande solitudine!

Rimpianti, rammarichi, delusioni, e altri sentimenti del genere occupavano la mente degli apostoli la sera di quella prima domenica, dopo la morte del Maestro. Tutte le passerelle erano state tolte e per passare oltre non restava che una via: credere. La fede infatti si libra nel vuoto. E attorno tutto era vuoto. «E i discepoli gioirono a vedere il Signore» (Gv 20,20). Sperimentando la visita del Signore risorto, Pietro, Giacomo, Giovanni e gli altri entrarono nella fede. Ma quella sera Tommaso non era con loro e, alla testimonianza degli altri di aver incontrato il Risorto, persistette: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Pietro e,gli altri credevano ed erano gioiosi; Tommaso ancora no. Gli altri possono testimoniare la loro fede, ma questa diventa mia soltanto quando io chino il capo e dico il mio sì personale alla fede. Tommaso, spinto anche dal suo carattere ribelle, continuava a dire no. «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».

Un famoso aneddoto dello Zen cinese riporta il dialogo fra Joshu e un discepolo. Questi chiede al maestro:

«Nel cucciolo c’è o no la natura autentica?».

Qualora nel cucciolo e in ogni animale ci sia la natura autentica, che ne è di un lombrico se viene tagliato in due? Che ne è di ognuna delle due parti? Un po’ come se il cristiano chiedesse al teologo cosa c’entra l’animale con il regno di Dio e, se c’entra, che ne è della fetta di manzo? Fa parte del regno di Dio come carne dell’animale? Oppure dell’uomo che se ne ciba? «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». L’uomo persiste nel voler toccare e capire e in questo modo assume atteggiamenti sempre più sofisticati. A un certo punto si accorge che è fuori strada, impigliato in una matassa che non ha né capo né coda, perché la matassa stessa è artificiale. Come Tommaso, avverte il bisogno di mollare gli aforismi e far ritorno alle realtà nude e immediate della vita. La vita, con i suoi tiri mancini alla nostra logica, ha il compito di ripulire dalle ragnatele il nostro cuore. «Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”».

Un giorno fu chiesto al grande Agostino la definizione del tempo. Rispose così: se non me lo chiedi, lo so; ma se me lo chiedi, non lo so più. Così è della verità in genere, così è della risurrezione: se investighi presumendo di sapere in antecedenza, non trovi; se invece la respiri, ne sperimenti la vitalità. Gesù disse a Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Beata la fede che crede senza appoggiarsi sulle argomentazioni che provano la fede. Sarà la fede a offrire le argomentazioni necessarie per la vita; come la fonte è tale perché fa sgorgare l’acqua. L’assetato vi si abbevera a sazietà, e la fonte continua a far sgorgare acqua. Così la fede è sempre più profonda delle argomentazioni con cui un credente riesce a dire i perché del suo credere.

Come l’acqua della fonte non è esaurita dalla sete di chi si abbevera a essa. Quante volte l’uomo, basando la fede sulle sue argomentazioni, ha confuso la fede con i suoi ragionamenti circa la fede, con la sua appartenenza religiosa. Ha scambiato la fonte con le boccate d’acqua che è riuscito a sorseggiare. La fede nella risurrezione, dopo tutto, è la fede in Dio, nel suo Pensiero; ed è la fede di credere che in Dio e nel suo pensiero c’è il senso ultimo delle cose, la loro idea fontale, la loro perfezione. Se l’uomo, come Tommaso, pretende di comprendere la risurrezione partendo da come si vedono le cose quaggiù, la ridurrebbe allo stadio più perfetto che egli riesce a immaginare, un po’ come fanno le ideologie sia marxista che capitalista.

Ma risorgere significa restituire le cose alla loro vera casa, al pensiero di Dio. Risorgeremo come Dio ci pensa, come il suo Cristo ci redime, come il Santo Spirito ci plasma. Risorgeremo nuovi; meglio, eterni! Prefigurare la risurrezione è profanarla! La Lettera agli Ebrei testimonia: «Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende» (Eb 11,8-9). L’uomo che crede si lascia morire e si lascia risorgere. La fede della risurrezione dischiude l’uomo a un’adesione incondizionata e cordiale con l’esistenza. Proprio il detestato smarrimento diventa il pellegrinaggio più sacro alla vita nuova. Crede che dentro la stessa esistenza c’è ciò che salva l’esistenza e la conduce alla risurrezione. C’è Dio!

p.Luciano

* Uccidere Budda

C‘è un espressione Zen molto nota che dice: «Se incontri Budda, uccidilo». Ho l’impressione che questa frase sia famosa e apprezzata in occidente perché la si legge come uno slogan iconoclasta, come un invito a buttar via tutti gli impacci, le fatiche, i condizionamenti tradizionali del cammino religioso per procedere senza tante storie. La frase viene apprezzata e ripetuta come se volesse dire che, incontrato Budda e dopo averlo ucciso, resto solo io che me ne vado libero per la mia strada. È questa una prima chiave di lettura, che ha il suo valore, perché aiuta a spogliarsi di una visione stereotipata in cui Budda non è che il nome di un idolo da adorare. Però non ci si può fermare a questa prima parziale comprensione. Bisogna procedere nell’interrogarsi su cosa voglia dire quell’espressione e riflettere, per esempio, sul fatto che, nel momento in cui uccido Budda, anche io inevitabilmente muoio.

Le parole di Gesù, e più ancora delle sue parole il suo modo di essere e di fare come è narrato nel brano del Vangelo di oggi, ci aiutano molto a comprendere cosa implica l’invito a uccidere Budda, quando lo incontriamo. Budda, in questo frangente, non è il personaggio storico, non è il fondatore del buddismo, non è qualcosa (qualunque cosa sia) che ha a che fare con l’ambito buddista. Al posto di «Budda» il cristiano può mettere «Cristo», e il senso e il valore della frase non muta. In questa frase di quattro parole, infatti, le parole che contano non sono soltanto Budda (o Cristo) e uccidilo, anche se quelle sono le parole che soprattutto attirano e provocano la nostra attenzione. La quale però, una volta attratta da quello specchietto, deve invece posarsi anche sulle altre due parole, che sono non meno determinanti: se incontri. Questa frase ci dice che Budda (o Cristo) se lo incontri non è Budda, non è Cristo: così come il tuo muscolo cardiaco, che battendo dentro di te ti fa vivere, ma che, se lo incontrassi, smetterebbe di essere il tuo cuore e di farti vivere e non sarebbe che un pezzo di muscolo sanguinolento fuori dal tuo petto.

Se Budda, se Cristo tu lo incontri, tu lo proietti «fuori» e ne fai un altro da incontrare, così facendo lo snaturi, lo tradisci, lo fai morire. L’insegnamento profondo di quella frase «Se incontri Budda, uccidilo», non si ferma al fatto banale che devo eliminare qualunque immagine io mi faccia di Budda. C’è molto di più: quella frase va letta così: «Se incontri Budda, lo uccidi».

Il Budda, il Cristo che incontri, proprio per il fatto che li incontri, non sono il vero Budda, il vero Cristo. Se pensi che il Budda che incontri sia il vero Budda, proprio così pensando uccidi il Budda vero e quindi il vero te stesso. Come quando incontri un’altra persona, se pensi che quello che incontri sia l’altro come veramente è, uccidi quella persona, e vanifichi l’incontro.

Così è, mi pare, per l’incontro fra il peccatore e chi ha il potere di rimettere i peccati. Leggendo il testo del Vangelo, notiamo che il greco usa il tempo presente e passato (e non il futuro) per i verbi che indicano la remissione e la ritenzione dei peccati. Tradotto letteralmente il testo dice: «se di qualcuno rimettete i peccati, ad essi sono stati rimessi; se di qualcuno (li) trattenete, sono stati trattenuti». Non so abbastanza di greco per dire se la traduzione comunemente diffusa «saranno rimessi», «saranno trattenuti» sia interpretativa o aderente alle norme sintattiche della lingua: non intendo comunque metterla in dubbio o confutarla. Soltanto, leggere la traduzione letterale mi pare getti ancora un po’ di luce su una questione molto importante.

Così letto, il testo sembra dirci che il potere di rimettere i peccati è il potere di vedere che quel peccato è già sciolto (rimesso) nel cuore di chi lo ha commesso, di colui che, pentito, lo chiama col suo nome; e il potere di trattenere è la capacità di vedere che invece quel nodo ancora non è sciolto nel cuore di quella persona: così, chiaramente vedendo, si può aiutare chi ancora chiaramente non vede. Di nuovo non un incontro fra due, ma un’unica adesione alla realtà che è.

Infine il povero Tommaso: dobbiamo essere infinitamente grati a Tommaso, cui Gesù non ha fatto un favore. Lo ha lasciato lì in mezzo al guado, e del resto non poteva far altro: l’ultimo tratto Tommaso deve farlo da solo, come ognuno di noi. Ma, grazie a lui, Gesù ci trasmette a parole l’insegnamento che comunica direttamente con l’insegnamento buddista. Leggiamolo com’è scritto nel testo greco: «Beati coloro che non (mi) vedono e sono credenti». La beatitudine consiste nel non vedere Gesù e, proprio perché è non visto, credere. Proprio perché non vedo Cristo, l’oggetto Cristo, Cristo è vivo in me; proprio perché Budda non lo incontro, sono vivo in Budda. Eppure noi, stolti come Tommaso, vogliamo vedere Cristo, vogliamo incontrare Budda, e pensiamo che allora e solo allora la nostra fede sarà completa: rischiamo di fare della fede un giocattolo che prima o poi, per forza, dovremo rompere.

Jiso

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