dom 13 Mag 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
Il Padre è più grande di me

Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. A vete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui».

* Il pensiero divino si fa carne: la pace

Commuove che Gesù, nell’imminenza del tradimento e della I morte, conservi una profonda pace nel suo spirito e nel suo corpo, al I punto da trasmetterla anche ai suoi discepoli che invece erano turbati dai loro mille attaccamenti. Infatti anche quella sera litigarono per il primo posto. Gesù, pure nell’intimo del dolore, riposava nel Padre. «Il Padre è più grande di me».

Quando uno presume di occupare tutti gli spazi e tutti i tempi, governando ogni espressione della vita con la propria consapevolezza, proprio allora perde la pace, diventa irrequieto e commette errori su errori. Una casa che non giace sulla roccia cade miseramente. Tutto ciò che si appoggia su se stesso, è gracile. Il neopatentato alla guida automobilistica è il più esposto agli incidenti o alle mosse sbagliate e pericolose. Infatti guida con la mente così irrigidita nella ripetizione mnemonica delle tante regole imparate sul libro di testo, che alla prima situazione difficile che non collima con ciò che ha memorizzato, si sente sperduto e facilmente perde il controllo. Così il giudice che pretende di giudicare l’imputato soltanto riferendosi alle leggi scritte, probabilmente aggiunge ingiustizia a ingiustizia. In ogni attività, scientifica e spirituale, occorre che ciò che si conosce riposi sullo sfondo di una capacità percettiva più grande. Se le diamo un nome, possiamo chiamarla la coscienza, oppure la fiducia.

Anche Dio appoggia su Dio. Il Pensiero divino che vive nella persona di Gesù riposa nel Padre che è più grande di lui. E il Padre rimette allo Spirito Santo l’opera di santificazione. Dio si rimette a Dio. Gesù affida allo Spirito Santo l’opera che ha compiuto per volere del Padre. Ha ricevuto e adesso trasmette. Non trattiene nulla per sé: è Dio. Dio infatti è quel mare da cui tutto proviene, a cui tutto ritorna e da cui tutto riparte. È il tutto che ha l’anima del nulla.

È l’amore.

Gesù rimette tutto allo Spirito Santo. Secondo la teologia tradizionale, lo Spirito Santo è la terza persona divina in Dio. È il culmine della manifestazione di Dio: in Dio, se così si può dire, è la punta più divina. Infatti anche il Pensiero divino che vive nel Cristo evoca l’opera dello Spirito. Il pensiero ricerca e progetta; poi affida all’amore perché è nell’amore che ciò che è cercato si manifesta e ciò che è progettato si attua. Il Padre ha creato tutte le esistenze soffiando lo Spirito sul nulla e tutto cominciò a esistere. Il Figlio di Dio, il Cristo, ha assunto la carne, è morto e risorto unicamente per aprire la via all’azione dello Spirito, rimuovendo i peccati che ostruivano quel suo soffio. Lo Spirito infonde nel cammino dell’uomo il senso mistico: porta consolazione e illumina la comprensione della verità. Lo Spirito svolge l’opera simile ai succhi gastrici. Come nessun cibo sarebbe benefico se non fosse assimilato, così l’opera del Padre che crea e quella del Figlio che redime non sarebbero gloriose e non porterebbero frutti saporiti, se lo Spirito dell’amore non portasse a compimento ciò che è creato e redento. Lo Spirito è la persona divina che inabita in tutti gli esseri; in particolare nell’uomo, come nella sua casa, al punto che lo Spirito e l’uomo sono reciprocamente l’ospite l’uno dell’altro. Lo Spirito, all’uomo in cui inabita, suscita la consapevolezza di essere figlio del Padre e fratello di Cristo.

«Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». La scuola in cui lo Spirito insegna ogni cosa è la vita di ogni persona e la storia dell’umanità intera. Lo Spirito comprende la verità intera e conosce il cuore umano a cui la verità è rivolta. L’uomo deve rimanere molto rispettoso verso l’opera dello Spirito in ogni suo fratello.

L’apostolo Paolo nelle sue Lettere raccomanda insistentemente: «Non spegnete lo Spirito» (1Ts 5,19). Cristo affermò: «Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato» (Lc 12,10). Cristo è venuto nel mondo per prendere sulle sue spalle i peccati e purificarli attraverso la croce e la risurrezione: è ovvio che egli riceva su di sé tutte le bestemmie che l’uomo gli rivolge e le cancelli. Viene per questo. Ma le bestemmie contro lo Spirito non possono essere perdonate, perché l’uomo non le rivolge contro Dio che sta vicino a lui, ma a Dio che inabita dentro di lui. Sono quindi bestemmie rivolte contro se stesso, contro l’opera divina dentro di sé e la paralizzano.

La bestemmia contro lo Spirito è contro la propria coscienza, la propria libertà, la propria retta intenzione, il proprio cuore. Se manca la retta coscienza, o la propria libertà, o il proprio cuore, allora manca la porta per entrare; manca l’orecchio che intende il Vangelo. Quindi non può funzionare il perdono. Lo Spirito è l’animatore della gioia e della pace nell’intimo dell’uomo. Cristo è venuto nel mondo per rimuovere gli ostacoli che impediscono all’uomo di lasciarsi animare dallo Spirito. Lo Spirito è davvero il dono della pace: «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». Non ci sarebbe pace nel conoscere il Vangelo solo per sentito dire, perché altri ce lo insegnano, o perché questa è la consuetudine a cui tutti si conformano. Il Vangelo imparato per sentito dire causa disagio e contraddizione. Infatti, ciò che per sua natura è annuncio di stupore, invece viene imposto. Come imporre con la forza o con la logica del calcolo a due giovani di innamorarsi!

Dall’intimo della propria coscienza, provata dalle croci della vita, sgorga l’assenso personale: sì! Allora è Vangelo! A volte dentro di noi lo Spirito freme e ci tribola, per avvertirci che stiamo deviando; altre volte ci effonde soavità, per segnalare che la via che stiamo percorrendo è quella giusta. Lo Spirito è Spirito proprio perché, come l’aria, opera il bene nelle infinite forme che il cammino di ciascuno esige. Creatività dello Spirito, che è garanzia della pace possibile in ogni situazione: basta aprire il cuore! Ciascuno di noi non è solo! Ha dentro di sé, più intimo a sé che non se stesso, lo Spirito, come un santo succo gastrico che trasforma il cibo in energia. Lo Spirito sempre gli rievoca l’energia originaria, dono della fonte che lo fa esistere, e sempre lo lega in intima comunione con il Cristo, il Dio-uomo, amico e compagno di strada nella vita di ciascuno. La docilità nello Spirito è docilità alla fonte da cui proveniamo e al viaggio che stiamo compiendo. Là dove c’è adesione alla propria fonte e al proprio viaggio di vita, c’è la pace.

«Nella casa del Padre mio vi sono molti posti […] lo vado a prepararvi un posto». C’è un posto eterno riservato a ciascuno di noi: un posto che il Padre ci ha assegnato fin dall’inizio creandoci, originale e unico. Quel posto è violato dal nostro egoismo, ma Cristo lo redime con la croce e lo restituisce allo splendore originario. Quel posto è l’autenticità di ciascuno: è la sua libertà, la sua capacità di donarsi, la sua capacità di perdonare, la sua capacità di offrire il dolore. È l’immagine di Dio dentro di sé vivificata dallo Spirito. Come il vento che anima ogni stelo d’erba del prato, ciascuno secondo la sua natura. Lo Spirito conosce a fondo la natura di ciascuno di noi, anche se nessuno di noi può conoscere a fondo se stesso. Prima ancora che quell’esistenza fosse, lo Spirito era e la chiamava a esistere. Riposiamo in questo sfondo più ampio del nostro pensiero! «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore».

p.Luciano

* Felicità o pace ?

Si sente dire spesso che la religione è la via o il mezzo per raggiungere la vera felicità. Forse bisogna intendersi bene sui termini, ma non credo ci sia molto da fraintendere. Usando la parola felicità si intende indicare una condizione di benessere che fa sentire la persona soddisfatta e contenta. Cioè uno stato d’animo, o mentale, o spirituale che dir si voglia, appagato, da cui è bandita l’insoddisfazione e la tristezza. Se questo si intende per felicità credo allora che poco o niente abbia a che fare con la religione, e che il Vangelo di oggi confuti alla radice il modo di pensare che fa della religione un sinonimo di ricerca della felicità.

Gesù non parla di felicità, parla di pace. «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace» è la grande parola del Vangelo che oggi ascoltiamo. E la pace è tutt’altra cosa dalla felicità. Vale la pena entrare un po’ nel merito di questa questione, che non è marginale perché oggigiorno si fa un gran parlare di felicità, si dà quasi per scontato che il valore più alto da perseguire nella vita sia cercare di vivere una vita felice. Ma questo è un altro degli idoli imposti da un modo di pensare omologato e del tutto innaturale. La felicità, infatti, è un concetto estremamente instabile e una condizione estremamente fragile. Se non la si equipara a una condizione di ebetismo, per cui qualunque cosa succeda non provoca turbamento, sono infinite le circostanze che possono in qualsiasi momento turbare la mia felicità. Non si può fare affidamento su una cosa così volatile. Oppure bisogna pensare che la felicità sia conquistare uno stato mentale in cui, pur non essendo ebeti, qualunque cosa succeda non può turbare la mia condizione di interiore felicità. Ma questa è l’apoteosi dell’angustia, è una condizione claustrofobica. È la condizione di una persona che si sente felice anche di fronte alla sofferenza altrui: e non vedo nessuna possibilità di non incontrare mai qualcuno che soffre. La ricerca della felicità appare come il tentativo di erigere barriere fra sé e la realtà, o di far finta che la realtà sia diversa da quello che è: se la religione si riducesse a questo, sarebbe davvero l’oppio dei popoli.

Tutt’altra cosa è la pace. La pace non è uno stato d’animo, una condizione della mente, una categoria dell’anima. La pace è il fondamento dell’essere. La pace di cui parla Gesù si può lasciare e dare (al contrario della felicità che si può solo conquistare), perché è sempre lì, di tutti e di nessuno, a portata e intangibile: come la luna. L’immagine più chiara della pace è il cielo. Il cielo è sempre in pace, eppure lo attraversano tempeste e burrasche: il cielo non le ostacola. Si annuvola con le nuvole, diventa sereno col sereno. Lo attraversano lampi e fulmini, ma nessun fulmine lo può graffiare. Così, non si può essere felici alla morte della persona più amata, o vedendo soffrire, ma si può essere in pace. La pace non disturba il dolore, proprio o degli altri, come farebbe la felicità. Felicità e dolore sono incompatibili, l’uno deve scacciare l’altro. Pace e dolore, invece, possono essere insieme: al fondo del dolore c’è la pace, così come al fondo della gioia. Si può soffrire in pace, si può gioire in pace: in questo consiste la libertà. Qui ha origine la vera forza, che non è un bene personale, un talento da sviluppare, ma il pozzo senza fondo che è al fondo di noi stessi, da cui attingere liberamente. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Ciò che il mondo dà, prima o poi il mondo toglie: la ricerca della felicità si inscrive in questo schema instabile. Il dare divino, invece, non è relativo al prendere, ma è assoluto e per sempre. Il dare divino è reale e concreto e nello stesso tempo eterno e irreversibile, perché è il dare ciò che è già in comunione: non è né aggiunta né sottrazione, ma comunione di pace che è presente ovunque.

Con la semplicità disarmata e disarmante che nasce dalla pace, il monaco poeta Zen Ryokan scrive:

«Come ricordo,
voglio lasciare
i fiori della primavera,
il canto del cuculo d’estate,
i colori dell’autunno».

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