ven 18 Mag 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
Fissare il cielo amando la terra

«Così sta scritto:il Cristo dovrà patire e risuscitaredai morti il terzo I giorno e nelsuo nome sarannopredicatia tutte le genti la conversione e ilperdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha prQmesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse.

Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

* Il pensiero divino si fa carne: la pace

Il Vangelo di oggi, da una parte ci attira verso l’alto seguendo la traiettoria di Cristo che viene assunto nel cielo, dall’altra ci riporta a guardare la città dell’uomo a cui gli apostoli fanno ritorno con grandegioia. Celebrare l’ascensione di Cristo altro non è che amare la terra guardando il cielo, oppure guardare il cielo amando la terra.

Il cielo è lo spazio fisico che indica la trascendenza; la terra quello che indica l’immanenza. Il cielo sovrasta la terra; nello stesso tempo il cielo è tale perché c’è questo punto fermo, la terra, da cui l’uomo lo può contemplare. Il vuoto, che il buddismo indica come la dimensione del cuore fondamentale nel cammino religioso, nella lingua sino-giapponese è scritto con lo stesso ideogramma che indica anche cielo. Nella lingua giapponese cambia soltanto la lettura: «sora» per cielo, «ku» per vuoto. Trascendenza e libertà interiore, il vuoto, comunicano profondamente. Un sutra recitato quotidianamente nei monasteri dello Zen, dice così:

«O discepolo! il limite non è altro dall’infinito; l’infinito non è altro dal limite. Le forme sono limite: questo è l’infinito; l’infinito è senza limite: questo è le forme».

La prospettiva del cielo libera il cuore dell’uomo da ciò che è angusto e lo riaffeziona alla terra. Così un ramo, un uccello come una montagna, una pianura come l’immenso mare, manifestano la loro vera armonia quando sono contemplati sullo sfondo del cielo. La festa dell’ascensione è per tutti gli uomini l’invito a non isolare mai il limitatissimo spazio che è la propria esperienza di esistere ora e qui, dal cielo infinito a cui dischiude la fede. Sullo sfondo dell’infinito, ciò che è finito appare nella sua bellezza originaria.

Cristo che sale al cielo comanda agli apostoli di amare la terra; «Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio». Era la Gerusalemme dei grandi sacerdoti che avevano messo in croce il loro maestro e che ben presto ingaggeranno la persecuzione anche contro di loro;’ era la Gerusalemme i cui abitanti avevano osannato a Cristo quando entrò in città cavalcando l’asinello, ma che poi avevano urlato: «Crocifiggilo; crocifiggilo!». Era la Gerusalemme simbolo dell’ambiguità della storia dell’uomo. Gli apostoli, dopo aver adorato Dio che ritorna a casa sua, nel cielo della trascendenza, con grande gioia fecero ritorno nella città dell’uomo. Dio ritorna nella sua casa della trascendenza, non per allontanarsi da noi, ma per fare spazio alla nostra libertà e per illuminarla e fecondarla, come il cielo illumina e feconda la terra.

«Lo manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto. Dio sale in cielo e si rende invisibile affinché il nostro cuore diventi vuoto, «ku»: diventi apertura al cielo, come un campo che attende la pioggia. Il cuore vuoto ha la disposizione giusta per comunicare con l’ampio cielo. Dobbiamo cessare le nostre devozioni, per entrare nella vera devozione: quella di essere rivestiti di potenza dall’alio.

L’ascensione di Cristo in cielo è la festa dello svezzamento dalle dipendenze religiose per maturare alla libertà religiosa. Tuttavia, affinché la libertà non scada in libertinaggio, nel frattempo restiamo in città, finché non siamo rivestiti di potenza’ dall’alto. Ossia continuiamo a essere fedeli alla nostra pratica religiosa che è come il filo l Il grande canto del cuore della perfetta sapienza [Hannya shingyo], nostra traduzione che ci guida. Senza attaccarci a nulla: infatti da un momento all’altro la potenza dall’alto ci riveste, come la pioggia tanto attesa s’abbatte sul campo.

p.Luciano

* La catena sbloccata

«Nel suo nome saranno predicati a tutte Legenti Laconversione e il perdono dei peccati, cominciando da GerusaLemme. Di questo voi siete testimoni». Credo che queste siano le parole centrali del brano di Vangelo che oggi ascoltiamo, e a partire da esse vorrei proporre la mia riflessione.

Parla il Cristo risorto, e parla con lo stesso linguaggio di Gesù prima della morte. Si ricollega alle Scritture, riafferma come sempre la legittimità delle sue opere come realizzazione di ciò che le Scritture indicano a parole. E descrive la missione redentrice universale come opera di conversione e di perdono. Predicare a tutte le genti la conversione e il perdono vuoi dire indicare a tutti, nessuno escluso, una via di liberazione che sblocca le catene che vincolano ogni essere.

Tutta l’opera terrena di Gesù sta a indicare la possibilità di sciogliere le catene che fanno di ogni essere uno schiavo. I vari miracoli significano che quelle catene che bloccano, malattie, sofferenze, impedimenti di ogni genere, a un certo momento non bloccano più. Quel certo momento è il momento della conversione: è la conversione che mette in azione il perdono dei peccati.

La parola greca tradotta con perdono è «afesis», che letteralmente vuoi dire Lasciareandare. A partire da questo significato fondamentale, si ha tutta una gamma di significati derivati: separazione, principio, esaurimento, partenza, missione, emissione, remissione, assoLuzione, perdono, liberazione, libertà. È veramente una parola chiave della visione religiosa. Nel caso specifico, il perdono è l’effetto, la forma del lasciare andare: non è un atto della volontà, un gesto buono e magnanimo, ma deriva la sua efficacia dal mollare la presa. Sia nei propri confronti che nei confronti altrui. Cominciando da GerusaLemme sta certo a indicare un luogo fisico, geografico, ma dice anche il luogo dove si stava svolgendo la predicazione: è come dire cominciando da qui, cioè cominciando da se stessi. Perché questa funzione del Lasciareandare sia possibile e concreta, perché sia un vero Lasciareandare e non un semplice buttar via o lasciar correre, è necessaria la conversione. Conversione e perdono non sono due momenti separati, per cui si può dire: mi converto così vengo perdonato. Sono inseparabili e contemporanei: la conversione è naturalmente perdono, il perdono è necessariamente conversione.

Abbiamo tutti presente quelle catene che servono di solito per bloccare la ruota di un motorino o di una bicicletta, quelle con una serratura a combinazione numerica. La serratura si apre solo se la combinazione è ordinata nel modo giusto: altrimenti si può tirare finché si vuole, ma il meccanismoresta bloccato. Basta invece orientare in modo corretto la serie dei numeri, e il perno si sfila automaticamente, senza ulteriore sforzo, e la catena è aperta. Così è il rapporto fra conversione (orientamento) e perdono (lasciare andare), come anche fra pratica e illuminazione, se usiamo i parametri dello Zen. L’analogia dell’esempio termina qui: la vita è un continuo dinamismo, non esiste una serie di numeri fissi ripetendo il cui ordine si possa aprire la catena, sempre. Nondimeno la conversione e il perdono ci sono, e noi li possiamo attuare e testimoniare. Di questo voi siete testimoni. Cominciando da se stessi l’attuazione della conversione della propria vita, si verifica la funzione del perdono, lo sciogliersi della catena: attuazione e verifica sono la testimonianza vissuta e vivente, l’unica che può davvero indicare il passaggio. La conversione non è la ripetizione di uno schema, l’applicazione di una formula, il semplice adeguamento a una regola: è a sua volta un lasciare andare, un abbandono. In greco conversione è «metanoia» che vuol dire mutamento di parere, di sentimento, pentimento, atto di ricredersi.

Letteralmente vedere o riconoscere di poi, cioè accorgersi di stare andando fuori strada e abbandonare quel modo di intendere che mi sta portando fuori strada. Questo riorientare la propria vita è come l’ago della bussola che se lasciato al suo modo autentico torna naturalmente a orientarsi a nord. «Metanoia» e «afesis», conversione e perdono, non sono solo una possibilità realizzabile grazie all’intelletto umano, sono il funzionamento intimo della vita, o, in termini biblici, il senso della creazionè. Perciò saranno predicati a tutte le genti: perché sono realtà universale. Predicare nel suo nome a tutte le genti non vuoI dire che tutti devono diventare cristiani, nel senso di entrare a far parte di quella forma della fede cui noi diamo il nome di cristianesimo: nel suo nome indica certo una specificità cristiana, ma anche qualcosa di più grande, io credo. Il nome Cristo è qualcosa di più di un nome proprio: è il nome di ogni cosa prima che avesse un nome, il nome di ogni cosa oltre il suo nome. È nome nel senso che non vi è alcuna indeterminatezza, né possibilità di confusione: ma è il nome che ricapitola tutti i nomi. In quel nome, ogni nome attua il suo senso proprio.

Jiso

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