gio 28 Giu 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Due sponde, una corrente

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero rice­verlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i di­scepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Ma Gesù si voltò e li rim­proverò. E si avviarono verso un altro villaggio. Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». Gesù replicò: «Lascia che i morti seppel­liscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

* Tolleranza e intransigenza: due sponde, una strada

Il Vangelo di oggi ci presenta due comportamenti di vita che ai nostri occhi sembrano opposti, come se l’uno escludesse l’altro. In­vece nel Vangelo costituiscono insieme l’unico cammino, così legati fra loro che l’uno è reso autentico proprio dal fatto che c’è anche l’altro. Sono la tolleranza e il suo contrario, l’intransigenza.

Gli abitanti di un villaggio della Samaria, regione da sempre ri­vale della Giudea, rifiutano l’ospitalità a Gesù e ai suoi discepoli perché diretti a Gerusalemme, capitale della nemica Giudea. La rivalità era antica ed era nata da differenze religiose e culturali: i sa­maritani erano ebrei sposati con non ebrei, mentre i giudei erano ebrei che rifiutavano qualsiasi rapporto con i non ebrei. Gli apostoli Giacomo e Giovanni, fratelli dal carattere focoso, propongono una punizione dal cielo sulla città che ha negato l’ospitalità al loro mae­stro. «Ma Gesù si voltò verso di loro e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio». Ci stupisce questa tolleranza di Gesù, così nuova per i suoi tempi e per la cultura ebraica. Gesù non litiga, non aggredisce con i dogmi religiosi, non condanna nessuno al rogo. Semplicemente passa e va oltre, obbedendo al rifiuto degli uomini verso di lui: così vince e indica la via.

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annuncia il regno di Dio». Ora Gesù diviene estremamente intransigente verso il discepolo che, prima di seguirlo, indugia per prestare gli ultimi onori ai suoi genitori. Nella risposta Gesù appare quasi un altro dal Gesù che indica a Giacomo e Giovanni la via della tolleranza verso i samaritani inospitali. Cos’è che in Gesù unisce gli atteggiamenti della tolleranza e dell’intransigenza e ne fa un solo comportamento? A la profonda conoscenza dell’uomo a dare ragione della tolleranza e dell’intransigenza di Gesù. Ogni uomo è portatore sia di idealità, che lo spinge verso l’alto, sia di resistenza all’ideale, che lo trattiene verso il basso. Quando l’uomo riconosce dentro di sé soltanto il ri­chiamo all’ideale e non tiene conto della resistenza allo stesso, che è ugualmente presente, allora si irrigidisce nell’orgoglio e si corazza da superman. Quando invece riconosce solo il suo aspetto debole e non quello ideale, allora si avvilisce e fugge da ogni responsabilità. O in su o in giù, l’uomo si smarrisce facilmente. A volte è la tolleranza che lo salva, dandogli il tempo per rendersi conto del suo errore. Al­tre volte è l’intransigenza che lo libera, soprattutto quando indugia trastullandosi nel suo errore e nei suoi attaccamenti. Ciascuno di noi a volte necessita della tolleranza che attende e perdona, altre volte dell’intransigenza che sprona e taglia nel vivo da ciò che impedisce di camminare. Nel Vangelo la tolleranza e l’intransigenza manife­stano lo stesso Cristo, indicano l’unico cammino della vita.

Quando a noi piace raffigurare Dio come colui che ci tollera, ne­cessariamente cresce in noi la tendenza di demandare a Dio anche la nostra parte. Allora ci salva il Vangelo che annuncia Dio come l’in­transigente, colui che non ci dà tregua fino all’ultimo, finché non camminiamo con le nostre gambe. Dio è il custode della nostra im­magine divina originaria e non ci permette di ridurla, nemmeno na­scondendoci dietro motivazioni che sembrano molto sante, come quella di avere cura dei propri genitori. «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Quando a noi piace raffigurare Dio col volto adirato, come colui che ci giudica e ci castiga, è evidente che allora, per un motivo o per un altro, ci fa comodo fare pessimismo considerandoci vittime di qualcosa o di qualcuno. Sono i momenti in cui ci attacchiamo alle paure, al punto che ci fa paura liberarci dalla paura. Allora il Van­gelo ci annuncia che Dio è misericordioso e infinitamente paziente. Se poi nuovamente cadiamo nella tentazione di approfittare della sua misericordia, allora il Vangelo ritorna ad annunciare che Dio è intransigente.

Infatti Dio è amore e non ha un volto fisso, se non quello che cia­scuno di noi richiede che abbia in quel momento per liberarci dal­l’errore in cui ci troviamo. «Chi non ama non ha conosciuto Dio, per­ché Dio è amore» (1Gv 4,8). Non assolutizzare nessun atteggia­mento, nessuno stato d’animo, né la virtù né il peccato, né il bene né il male, ma sempre in ogni situazione dischiudersi al cammino e con­vertirsi al regno di Dio che viene: questo è amare. La via di mezzo così testimoniata nel buddismo prende la forma della croce: gli op­posti del legno verticale e di quello orizzontale tenuti assieme dal corpo di chi ama. Nell’amore gli opposti sono le sponde entro cui la corrente della vita scorre, respinta a destra se urta a sinistra, respinta a sinistra se urta a destra. Così scorre e dà vita, sempre ritornando a un centro che è vero in quanto non è un centro fisso, ma il continuo procedere trasformando tutto in amore. «Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano» (Rm 8,28).

p.Luciano

* Buone intenzioni

Tutti gli interlocutori di Gesù che incontriamo oggi nel Vangelo appaiono animati da nobili e generose intenzioni. Tutti sembrano mossi da atteggiamenti di abnegazione, sembrano ignorare il proprio interesse personale o almeno manifestano sentimenti estremamente ragionevoli e molto poco egoistici. Nessuno di loro riceve l’incorag­giamento atteso, anzi a ciascuno è posto un ostacolo, ciascuno viene smontato e scoraggiato.

I discepoli Giacomo e Giovanni, quelli che ambiscono sedere a fianco di Cristo, sdegnati del fatto che qualcuno non voglia ricevere il Messia, si propongono addirittura come braccio armato, vendica­tori col fuoco del torto ricevuto. Quella frase «Signore, vuoi che di­ciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi» è davvero impres­sionante, perché ci dice come le migliori intenzioni possano pro­durre orrendi effetti. Lungi dallo scandalizzarci per la boria dei due apostoli, dovremmo riflettere su quante volte, nel nostro piccolo, ci muoviamo sulla stessa falsariga. Quante volte, nascosti dietro il pa­ravento delle nostre buone intenzioni, daremmo volentieri fuoco a quelle degli altri: per il loro bene, naturalmente. Siamo al germe delle «guerre giuste»: la visione del fuoco che scende dal cielo sopra gli infedeli, evoca bombardamenti, raid aerei, tempeste di fiamme, scatenati da un potere tracotante che si compiace di se stesso e si considera portatore di più alti interessi. Ma senza a nostra volta na­sconderci ipocritamente dietro la spavalderia di Giacomo e Gio­vanni, che è persino ingenua tanto è scoperta, faremmo forse meglio a pensare quante volte usiamo la bontà delle nostre intenzioni per disprezzare e avvilire quelle altrui. Certo, non voler ricevere Gesù solo perché è diretto verso Gerusalemme indica una mentalità ot­tusa: ma rispondere col fuoco significa ragionare con la stessa ristret­tezza, mille volte incattivita. Il rimprovero di Gesù è rivolto a chiun­que si incattivisce quando incontra qualcuno che non lo accetta e non lo riceve.

Lungo tutto il percorso della narrazione evangelica si incontrano persone ansiose di gettarsi a seguire Gesù: a nessuna di loro Gesù dice semplicemente «Seguimi», ma a ognuna frappone un ostacolo. Si incontrano anche persone che non manifestano apparentemente nessuna intenzione di lasciare tutto per andare con Gesù, e a costoro egli dice soltanto: «Seguimi». Per noi, abituati a pensare che la mia volontà sia il parametro delle mie scelte, questo è un elemento di ri­flessione.

La risposta a colui che gli dice «Ti seguirò ovunque tu vada» è un grande ammonimento a chi fa coincidere la via con l’istituzione che la rappresenta: chi antepone alla via la struttura che raccoglie coloro che la percorrono, inverte i valori e finirà per smarrire la direzione. A storia di sempre, di tutte le chiese. In fondo, il Figlio dell’uomo non sa neppure lui dove lo porta il suo cammino: sa il cammino, ma non sa la meta. Non è così semplice come tornare a cuccia ogni sera. E l’uomo di religione è più portato a farsi una cuccia in ogni luogo, che non a vivere ogni luogo come un posto nuovo, in cui si trova sempre per la prima volta.

Gli altri due episodi ci indicano una via che è aperta al futuro, una via mobile che si chiude alle nostre spalle mentre avanziamo. È come la scia di una nave nel mare: inutile voltarsi indietro a guar­dare, lì non c’è più nulla, la direzione è davanti. Il passato è dentro di noi, è nel modo in cui guardiamo il futuro: allora si che è vivo e pre­sente. Se invece ci giriamo indietro, perdiamo l’orientamento. Pur­troppo questi bellissimi esempi legati alla vita della terra, al lavoro dei campi, sono privi, per la maggior parte di noi, di quel riscontro concreto, nato dall’esperienza, che è la loro stessa ragion d’essere: quanti di noi hanno condotto un aratro nei campi? Pochi, e sempre meno saranno. Però anche chi non ha questa esperienza può capire che, tracciando un solco per la semina, l’importante è andare diritti, in modo che poi le file di ciò che si è piantato siano allineate. Per an­dare diritti, mentre tutta la forza è impegnata a calcare l’aratro giù nella terra, perché entri profondo, bisogna guardare davanti, avere di fronte, alla fine del campo, un punto di riferimento su cui orien­tarsi: se ci si gira indietro, in quello stesso istante si è già fatta una curva.

Diciamo sempre, e lo abbiamo detto anche poche righe sopra, che non è bene prefigurarsi la meta: nel senso che non dovremmo immaginarci un punto d’arrivo inteso come punto fermo, in cui arri­vare e arrestarsi, colorandolo magari con i colori delle nostre attese. Questo non vuol dire non avere davanti un punto d’orientamento, anzi! Proprio questo è Cristo, proprio questo è Budda: il punto di orientamento cui indirizzarsi e che ci attira. Budda dice: «Non scor­dare l’ideale». L’ideale non è un’immaginazione, una raffinata idea, un nobile fine: è quel punto là, alla fine del campo, su cui puntiamo l’aratro prima ancora di fare il primo passo. E si sposta con noi, di fila in fila, mobile e fisso, presente più che vicino, irraggiungibile più che lontano.

Jiso

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