ven 22 Giu 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

E tu, Bambino, profeta dell’Altissimo

Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo pa­dre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come vo­eva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione mon­uosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui. Zaccaria, suo ppadre, fu pieno di Spirito Santo, e profetò dicendo:

«Benedetto il Signore Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
ha suscitato per noi una salvezza potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
dalle mani di quanti ci odiano.

Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto,
per tutti i nostri giorni.

E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni de­serte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

* Finisce il vecchio e nasce il nuovo

Il sacerdote Zaccaria rappresenta molto bene la parte autentica del Vecchio Testamento che aveva atteso la venuta del regno di Dio; regno che «è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Era sacerdote: quindi occupava un ruolo ufficiale nel popolo; per anni e anni aveva portato davanti a Dio le speranze della gente, ele­vando suppliche affinché fossero esaudite. Anche lui, con sua moglie Elisabetta, aveva nutrito la speranza di avere un figlio; ma non si era realizzata. Era già avanti negli anni e un giorno, in cui era di turno per funzionare davanti all’altare di Dio, udì una voce: sarebbe dive­nuto padre; ma egli dubitò e rimase muto. Pur avendo dubitato, la grazia si avverò e nacque un bambino che tutti volevano chiamare Zaccaria come suo padre. Ma il padre scrisse che il suo nome sa­rebbe stato Giovanni; allora la sua lingua si sciolse. Giovanni era il nome che il cielo aveva riservato a quel bambino. Dando al suo bam­bino il nome voluto dal cielo, Zaccaria riacquistò la voce e cantò la preghiera della sua speranza. In quella preghiera il Vecchio Testa­mento arriva alla sua meta: il popolo d’Israele è finalmente libero, è se stesso, conosce la salvezza del Signore: «concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni». La preghiera cantata da Zaccaria è ricolma di ricordi del passato: i ricordi buoni di Davide, di Abramo, dei profeti, dei padri; inoltre i ricordi cattivi dei nemici che ostacola­rono il viaggio del popolo d’Israele verso la libertà. In un bimbo che nasce il padre vede rifluire tutta la storia universale con la sua luce e la sua ombra: vede il raggiungimento della speranza del passato e l’i­nizio della speranza del futuro.

Ogni bambino che nasce è, per il padre, un profeta: «e tu, bam­bino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade». Ogni bambino che nasce è, per il pa­dre, il segno di un’epoca nuova: «per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge».

Giovanni crebbe grazie alle cure dei genitori e poi, un giorno, la­sciò la casa per ritirarsi nel deserto ove condurre una vita da asceta, vestendo pelli di cammello e mangiando miele selvatico. Nel silenzio del deserto lasciò crescere il seme della speranza che il padre aveva riversato su di lui con la preghiera cantata alla sua nascita. Nel silen­zio quella speranza si irrobustì e divenne testimonianza forte. Un giorno lasciò il deserto per ritornare presso la gente, sostando sulla sponda del fiume Giordano dove passavano i pellegrini per recarsi a Gerusalemme. Il deserto aveva fortificato la sua speranza come un arbusto che resiste alla siccità; ora l’acqua fresca della corrente dà alla sua speranza un aspetto mite e umile. Giovanni predicò a tutti i passanti la via della conversione, con espressioni ruvide e aspre come l’arbusto del deserto, ma limpide e umili come le acque del Giordano. Invitava tutti a immergersi nel fiume e poi a risorgere rin­novati.

L’Antico Testamento, l’epoca di cui il padre di Giovanni era stato sacerdote, è ricolmo di guerre, di vendette, di sconfitte. Il po­polo d’Israele aveva attraversato il Mar Rosso con le acque impe­tuose che facevano come due muraglie ai suoi lati, ingoiando gli egi­ziani. Tutti ricordiamo le scene apocalittiche del film «I dieci coman­damenti». Ma ora il Vecchio finisce e inizia il Nuovo: la gente scende nelle acque di un piccolo fiume che scorre ai margini del deserto. Ed ecco, arrivò anche Gesù di Nazaret!

p.Luciano

* Il bambino profeta

Il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento non è una vicenda che riguarda soltanto il popolo ebraico e poi i fedeli cristiani: è in­vece un passaggio, uno scatto nella coscienza umana universale,*nel­l’esperienza della vita del genere umano, che si è inverata in quel particolare momento e luogo, nell’ambito di una particolare etnia, ma che riguarda egualmente tutti gli uomini e ogni uomo: così come il passaggio dall’ominide all’homo erectus e al cosiddetto homo sa­piens è avvenuto in un certo tempo e in certi luoghi ben determinati, ma non per questo qualcuno potrebbe negare che la cosa abbia avuto significato determinante per tutta l’umanità a venire.

Quel passaggio dall’antica alla nuova alleanza rappresenta un mutamento radicale nel rapporto fra l’uomo e Dio. Mentre nell’Antico Testamento Dio è, in genere, lontano e terribile, Signore degli eserciti e vendicatore, nel Nuovo Testamento diventa Padre, Abba ed Emmanuele, Dio con noi. È un passaggio fondamentale della co­scienza della vita: il Dio vivente diviene sempre più,intimo all’uomo che vive. Di questo passaggio, che Cristo incarna definitivamente e la Pasqua cristiana significa in modo inequivocabile, Giovanni il Bat­tista rappresenta il guado, la cerniera. E che egli sia già proiettato verso la verità che sta per rivelarsi appieno, lo dicono le modalità della sua nascita e questo canto del padre, noto come Benedictus. La nascita di un bimbo nella tarda età di padre e madre è particolare della sensibilità vetero-testamentaria: un esempio per tutti, la na­scita di Isacco da Abramo e Sara. Ma mentre la vicenda di Isacco è tutta inscritta nella vicenda del popolo di Israele (e infatti Israele è il nuovo nome di Giacobbe, figlio di Isacco) e agisce solo di riflesso su­gli altri popoli e genti, Giovanni il Battista prefigura un evento dav­vero universale. Egli giunge a segnare che l’uomo è pronto per una rivelazione ben più universale di quella fatta ad Abramo: o meglio, per una formulazione di quella stessa rivelazione in termini molto più universali: «Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per ri­schiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte». Qui non si tratta più del popolo di Israele: nelle tenebre e nell’ombra della morte ci siamo tutti, c’è tutto ciò che vive, e un sole che s’orge rischiara indiscriminatamente tutti, oltre ogni appartenenza etnica e religiosa.

«E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo». In questo verso è racchiuso con meravigliosa sintesi poetica il mistero della vita. Nel bambino nascituro, la forma di vita più dipendente e incon­sapevole, è individuata la profezia dell’Altissimo, l’attributo più ele­vato di Dio, quello che più lo definisce altro rispetto all’uomo, legato al basso, alla terra. La strada è aperta: Giovanni rappresenta il ponte fra la sponda umana e quella divina, ponte su cui Cristo passerà e che con la sua Pasqua renderà transitabile a ogni uomo. La strada è aperta, ma il cammino è lungo: finché ogni bambino non sarà visto e vissuto come profeta dell’Altissimo, quella profezia resterà incom­piuta. Finché ogni forma di vita non sarà conosciuta e compresa come la profezia compiuta dell’Altissima Vita, il regno di Dio non sarà realizzato e a Dio stesso mancherà qualcosa. Tutta la vita passa nella mia singola vita: questa è la profezia di cui ogni bambino è por­tatore. In Giovanni questo annuncio si è fatto chiaro per la prima volta in questi termini, e tutto il genere umano ha fatto un passo de­cisivo verso la realizzazione della propria vera natura.

Jiso

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