dom 22 Lug 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Molte cose e una sola cosa

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Ma­ria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bi­sogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

* Molte cose e una sola cosa

L’episodio delle due sorelle che ospitano Cristo insegna che quando accogliamo una persona a casa nostra, prima di fare sfoggio della nostra generosità dandogli le nostre cose e offrendogli i nostri servizi, dobbiamo ascoltare da lui quanto ha da dirci, che cosa è ve­nuto a darci, qual è il suo vero bisogno. L’accoglienza, prima di es­sere protagonismo, è silenzio e ascolto. È così che una mamma at­tende il suo bambino.

Troppo spesso noi siamo indaffarati, come Marta, nel servire gli altri. Li serviamo presumendo di aver già capito di che cosa hanno bisogno. Diamo al nostro servizio l’altisonante nome di volontariato sociale, ma forse mai siamo stati in silenzio vicino a loro, ascoltando quanto hanno da dirci. Troppo spesso, come persone religiose, trat­tiamo gli altri dall’alto in basso, convinti che a noi tocchi insegnare e correggere, agli altri ascoltare e imparare. Anche molti genitori amano i loro figli programmando per loro, anziché scoprendo attra­verso di essi il loro cammino. Anche molti sposi o fidanzati si osser­vano per possedersi, piuttosto che per scoprirsi. Un detto orientale dice: «Hai un amico e discuti con lui per conoscerlo? Finirai per odiarlo. Gli stai vicino in silenzio? Lo amerai».

Dio ci ha dato due occhi e due orecchi, ma una sola lingua. La natura ci indica che l’equilibrio giusto comporta di vedere e ascol­tare il doppio e di parlare la metà. Osservando e ascoltando matura in noi la parola che poi esce come discorso giusto al momento giu­sto! Chi vive l’ascolto come atteggiamento di fondo della propria vita diviene capace di individuare, attimo per attimo, la sola cosa da compiere in quel momento e riversarvi tutte le proprie energie. Si­lenzio, attenzione, ascolto, calma e ogni cosa al suo posto, senza con­fusione! Anche quando imperversa la tempesta…

Chi non ascolta ha il cuore sottosopra, continuamente disturbato dai mille rumori. Il frastuono diventa indispensabile proprio perché non si conosce il posto di ogni cosa. «Maria…, seduta ai piedi di Gesù, ascoltava la sua. parola. Marta invece era tutta presa dai molti servizi». Occorre la fede per poter concentrare tutta la propria attenzione sulla sola cosa che stiamo compiendo: infatti bisogna credere che in quella sola cosa, piccola o grande, comune o speciale, laica o reli­giosa, è tutta la volontà di Dio su di noi in quel momento e che quindi in quel gesto, parola o pensiero, c’è tutto il bene che noi pos­siamo compiere a favore dell’universo intero. Occorre vedere, nel li­mite di una semplice azione, il valore illimitato dell’amore. Occorre l’umiltà di chi non è disturbato dalla vanagloria delle cose che fanno rumore.

I servizi da cui Marta si lascia frastornare altro non sono che i brandelli del suo cuore: ogni brandello è una scheggia impazzita, un colpo di scena. «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno». Un giorno chiesero a un santo qual è la pratica tra le pratiche della sua giornata da lui rite­nuta la più santa e importante. Probabilmente chi aveva posto la do­manda si aspettava una risposta quale: l’eucaristia, oppure lo zazen, oppure l’opera di carità per i poveri. Il santo rispose: è l’azione che faccio in quel momento!

La cosa più importante in cui dobbiamo riversare tutta la nostra attenzione, nel momento dell’eucaristia è l’eucaristia, nel momento dello zazen è lo zazen, nel momento della preghiera è la preghiera, nel momento del lavoro è il lavoro, nel momento del riposo è il ri­poso, nel momento della toilette è la toilette. Marta non aveva cura del silenzio e dell’ascolto: quindi non conosceva l’armonia di ogni cosa. Quando passava, alzava polvere e nella polvere non le restava che fare rumore per farsi notare.

Maria, dopo aver ascoltato l’ospite, insieme con la sorella pre­parò il pranzo. Nel frattempo Cristo stava seduto in giardino in compagnia degli uccelli. Se l’ascolto al momento giusto non balza in piedi e non diventa impegno, rimane un ascolto sterile che ha un nome proprio: indolenza religiosa. Chi dopo aver fatto un ritiro spi­rituale non fa ritorno volentieri nelle faccende della vita, attraverso quel ritiro è cresciuto in indolenza.

Il Vangelo non annuncia affatto una discriminazione tra il silen­zio di Maria e l’attività di Marta, né sancisce alcuna superiorità della vita contemplativa su quella attiva. Di fronte a Dio non ci sono due cose, di cui una migliore e l’altra inferiore, come sul mercato degli uomini. Davanti a Dio c’è sempre una sola cosa: l’unica cosa che l’uomo è chiamato a compiere in quel momento, l’unica che è la vo­lontà di Dio.

Scegliere «la parte migliore che non le sarà tolta» è appunto sce­gliere di non scegliere o, in altre parole, aderire con tutto se stesso a ciò che è volontà di Dio nel tutto in quel preciso momento. Come un atomo che compone la stella nella miriade di stelle nell’universo. In­finitesimale, ma vero!

p.Luciano

* Una sola è la cosa

L’episodio di Marta e Maria viene subito dopo la parabola del samaritano, e sembra messo lì apposta per fare contrasto: dopo un racconto che descrive l’incontro con il prossimo come prassi con­creta, coscienza della situazione, riflessione su ciò che la situazione richiede, azione conseguente e coerente, ora un racconto che sembra affermare la prevalenza dell’ascolto sull’azione, la superiorità di Ma­ria su Marta. Anche se così fosse, se solo questo fosse lo stimolo che la lettura del Vangelo ci comunica, già sarebbe qualcosa: ci farebbe capire che non bisogna fermarsi in nessuna posizione, perché la fis­sità di una visione statica ci separa dal panorama della vita, che è continuo scorrere e brulicare. Al panorama noi cì siamo dentro, e con esso pulsiamo: anche il nostro intendere deve essere vivo in­sieme alla vita e non assumere fissità, che è solo della morte.

Però quella prima interpretazione appare un po’ superficiale e insoddisfacente: non solo a me, ma a tanti grandi lettori, perché il brano è stato in vario modo commentato nel corso dei secoli, da Agostino a Gregorio Magno a Meister Eckhart fino ai giorni nostri. Letture che differiscono l’una dall’altra, a volte in modo talmente ra­dicale da risultare contraddittorie: tenute insieme da quello stesso brano di Vangelo e dal fatto che ciascun lettore lo ha ascoltato con l’orecchio vivo della propria vita, e non con quello convenzionale di un ascolto standardizzato. Esempio eccellente di come leggere il Vangelo: senza rannicchiarsi in interpretazioni scontate, che seppel­liscono il testo sotto la patina di una tinta uniforme e innocua, ma in­vece aggredendolo, rivoltandolo, costringendolo a parlare a me, come farei con una persona da cui voglio sapere un’informazione es­senziale per la mia vita: anche a costo di forzarlo a parlare, se neces­sario. Gesù diceva al dottore della legge, nel brano di domenica scorsa, di interrogare la legge, di incalzarla, dicendogli: «Tu che cosa vi leggi?».

Marta e Maria sono due nomi di un’unica realtà: sono i due nomi di ciascuno di noi. Marta sono io quando mi identifico nel fare: io sono quello che faccio, è dalle opere che si riconosce la persona e la sua intenzione. Se non c’è riscontro operativo, se le buone intenzioni non si tradu­cono in opere, tutto resta in un limbo aleatorio che non ha mai ri­scontro. «Mia sorella mi ha lasciata sola a servire»: il servizio è il se­gno della grandezza, l’unica pietra di paragone per riconoscere la persona che entra nel regno di Dio: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Pa­dre mio che è nei cieli» (Mt 7,21): la volontà di Dio si fa.

Maria sono io, quando mi riconosco nell’essere: io sono quello che sono, e faccio come sono. Altrimenti il mio fare è ipocrita, puro attivismo privo di fondamento autentico, un fare tanto per fare di cui non conosco l’origine, un fare per stordirmi e annullarmi senza prima aver chiarito il perché del fare. L’essere che Maria incarna è fatto di ascolto e di silenzio, senza i quali è impossibile aprirsi alla volontà di Dio, che diviene così un nome fittizio per la proiezione della mia volontà.

Una sola è la cosa di cui c’è bisogno: questo è il punto, il cuore dell’insegnamento di Gesù. E — bisogna dirlo proprio in questa oc­casione — è il cuore dell’insegnamento di Budda. Qual è la sola cosa di cui c’è bisogno? Nessuno deve rispondere per noi, ma nessuno può esimersi dal rispondere. Quella sola cosa è quella senza la quale il mio essere non sarebbe: ma non è il puro e semplice essere fine a se stesso. Quella sola cosa è anche quella senza la quale il mio essere non si riconoscerebbe nel mio fare: nel modo come opero e per cui opero, che è l’uso della mia energia vitale e del mio tempo. Posso ri­spondere alla domanda essenziale, solo se traggo la risposta dalla mia vita, che tiene unite Marta e Maria.

Forse Maria sostiene Marta, anche se sembra il contrario, perché l’ascolto precede l’operare, e l’operare che non si basa sull’ascolto si­lenzioso è un operare velleitario che può provocare disastri. Forse Marta sostiene Maria, perché Marta è sempre in ascolto e il suo darsi da fare non è un farsi prendere dalla sollecitudine ma semplice­mente un occuparsi non ansioso di ciò che l’ascolto le ha suggerito. Ognuno si interroghi sulla natura e sulle motivazioni della sua Marta e della sua Maria: e non tragga conclusioni prima di essere certo che l’una e l’altra fanno come fanno perché sono quello che sono, in ascolto e al servizio dell’unica cosa di cui c’è bisogno. Solo così il fare non è affanno, l’ascolto non è inerzia.

Jiso

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