ven 27 Lug 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Se è preghiera, sveglia Dio

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri pec­cati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione». Poi aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insi­stenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».

* Suscitò la domanda della preghiera

Forse l’episodio, che il Vangelo di oggi ci narra, si colloca alla fine del primo dei tre anni che Gesù trascorse con i discepoli. Ne consegue che per un anno intero Gesù non aveva insegnato ai disce­poli come e cosa pregare. «Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, inse­gnaci a pregare».

Gesù si comporta in modo molto diverso dalle varie istituzioni religiose che, in genere, sono molto preoccupate di trasmettere gli insegnamenti e le pratiche della religione fin dal primo giorno. A consuetudine comune ritenere che uno debba appartenere alla reli­gione professata dai suoi genitori, come se la religione si trasmet­tesse col sangue o con la cultura di appartenenza; come fosse già de­ciso a quale religione uno debba aderire prima di poter scegliere. Certamente il comportamento di Gesù, che per mesi e mesi non ha insegnato ai suoi discepoli nemmeno come pregare, ci risulta di diffi­cile comprensione. Anche la Chiesa si affretta a dare il sacramento del battesimo agli infanti, la prima comunione e la cresima in età preadolescenziale prima che i ragazzi si allontanino dalla pratica re­ligiosa. t norma prevenire la domanda dell’individuo.

Gesù era solito ritirarsi sulla montagna prima del sorgere del sole e là pregava in silenzio. Uomo di profonda preghiera, tuttavia mai convocò i discepoli per far imparare loro le preghiere. Fece una cosa ben più fondamentale, che precede l’insegnamento del modo di pregare, senza la quale insegnare a pregare è vacuo e illusorio: su­scitò nei discepoli la domanda della preghiera. Per questo aveva at­teso, nel profondo rispetto della verità e della libertà. Suscitò la do­manda della preghiera vivendo egli stesso la preghiera: pregava non per dare l’esempio, ma perché sentiva la preghiera come la voce in­tima che scaturiva dalla propria esistenza. Se avesse pregato per dare l’esempio, lo avrebbe fatto agli angoli delle piazze, come gli scribi e i farisei.

L’unica testimonianza sulla preghiera che l’uomo può offrire al suo fratello che non prega è quella di suscitare in lui la domanda della preghiera. Sì, perché l’unica via per trasmettere a un altro la grazia e la luce è quella di essere per l’altro occasione di apertura alla grazia e alla luce. Ma la grazia e la luce provengono sempre dalla loro fonte divina e nessuno ne ha il possesso per farne vendita agli altri. Ciò avviene nel sincero rispetto del cammino dell’altro, nella profonda fiducia verso lo Spirito che inabita in lui, nell’attesa pa­ziente finché l’altro ponga la domanda. Che vale atteggiarsi a salva­tori degli altri, mentre non si è capaci di ascoltare il loro vero biso­gno? Non c’è opera di salvezza dove c’è protagonismo di salvezza.

«Vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sa­rà aperto». Troppo spesso noi preghiamo colle labbra, per abitudine, mentre non chiediamo, né cerchiamo, né bussiamo ad alcuna porta. Preghiamo con le labbra perché partecipiamo a una cerimonia. Il fon­damento dei verbi chiedere, cercare, bussare è la vita con le sue esigenze e sfide. Chiede, cerca, bussa non chi si sente sicuro, ma chi si sente non sicuro; non chi pensa di conoscere Dio, ma chi lo vuole co­noscere; non il santo, ma il peccatore cosciente del suo peccato.

«Insegnaci a pregare». L’uomo della parabola credeva molto nella legge dell’ospitalità, al punto che andò a svegliare l’amico du­rante la notte per fargli la domanda di alcuni pani da offrire all’ospite. Sostenuto dalla sua convinzione, domandò con tanta insi­stenza che ottenne quanto domandava. Se la domanda è radicata nella convinzione e la convinzione è radicata nella vita, la preghiera è onnipotente: obbliga Dio a concedere. «Figlia, la tua fede ti ha sal­vata, va’ in pace!» (Le 8,48), disse Gesù alla donna che soffriva di emorragia. Se la nostra preghiera non è esaudita è perché manca di convinzione; se manca di convinzione è perché non nasce dal cuore della vita, ma dalla superficie.

Alcuni genitori insegnano ai loro bambini a pregare, facendo im­parare le preghiere a memoria. La vera via della trasmissione della preghiera è invece quella di suscitare nei bambini la domanda della preghiera. Se i figli vedono i genitori pregare perché convinti, un giorno domanderanno di essere iniziati anche loro a pregare. Così il mondo ha un’altra persona dal cuore religioso, libero e autentico.

p.Luciano

* A mani vuote

Quanti problemi mi pone il Vangelo che oggi ascoltiamo! Mi ero fatto l’idea che dovesse essere un momento di liberazione dai pro­blemi, il momento in cui Gesù insegna a pregare ai suoi discepoli, a tutti noi: il momento in cui, finalmente, ci viene detto come si fa a ri­volgersi a Dio nel modo giusto. E invece di togliermeli, i problemi, le parole del Vangelo me li acuiscono. Parlo per me, ovviamente, e di me: dipenderà dalla mia insensibilità, dalla mia incredulità, ma non riesco a ignorare il fatto che quei problemi mi incalzano.

Innanzitutto mi colpisce il fatto che Gesù prega da solo, e dà così a intendere che la preghiera è un fatto personale, che si fa fra sé e sé: sembra quasi lo faccia di nascosto, o meglio, sembra che essere na­scosti sia un requisito della preghiera. Invece io ho sempre sentito dire e detto che si deve pregare insieme, fare zazen insieme raffor­zati l’un l’altro dalla presenza e dalla voce l’uno dell’altro. Da bam­bini ci hanno insegnato a pregare fin da piccoli, spesso ci hanno ob­bligati a pregare, perché pregare fa bene, anche se controvoglia. Non sono forse io stesso contento se riesco a convincere mio figlio a pre­gare, anche se a lui non viene in mente? Tutto questo incitamento alla preghiera non avviene forse in nome del Signore? Ora mi ac­corgo invece che Gesù pregava da solo, appartato e in silenzio, senza convocare e senza neppure invitare nessuno! Solo dopo un’esplicita richiesta si decide a dare qualche indicazione su come pregare.

Quelle indicazioni, poi, non mi paiono proprio esaltanti. La pre­ghiera che Gesù insegna, così come Luca la riporta, lascia delusi. E’ così scarna, sembra la lisca del pesce senza la carne. Anche rispetto al «Padre nostro» che recitiamo di solito, che pure è già sobrio, manca tutto il bello. Dove è finita la tua volontà? A me piace sentire me stesso che dico: sia fatta la tua volontà! Mi piace tanto, forse per­ché mi sembra che dire sia fatta la tua volontà sia come già un po’ farla, che mi metta già nella disposizione giusta, e poi anche che mi esoneri dal confrontarla con la mia volontà, dal cercare di capire cosa voglio davvero da me, dalla mia vita. Ma Luca mi toglie anche questo: resta solo l’ovvio, una preghiera terra terra, senza slancio del cuore. Manca pure l’invocazione finale: liberaci dal male. Ma che preghiera è se non richiede la liberazione dal male? Da tutti i mali, fisici, spirituali, mentali? A che serve pregare, se non a liberarsi dal male? E invece niente, un semplice, prosaico non ci indurre in tenta­zione e basta.

A seguire, quel paragone così utilitaristico! Pregate fino al punto da scocciare Dio, così vi esaudirà. La preghiera non è soave all’orec­chio di Dio, ma lo importuna e lo disturba: per questo esaudisce, per non essere più infastidito! Parliamo sempre di preghiera gratuita, di assenza di aspettative, di offerta senza tornaconto: che grettezza nel­l’esempio scelto da Gesù, secondo Luca, a confronto con i nostri bei discorsi!

Eppoi, dove mai succede che chiedendo si ottiene, cercando si trova, bussando si è ricevuti? Non è forse pieno il mondo di persone che chiedono, con tutte se stesse, e ottengono in cambio solo offese, oltraggi, soprusi infiniti? Che favoletta è questa, quando la storia del mondo, oggi come ieri e sempre, è lastricata di esseri che chiedono un attimo di respiro e ottengono invece un momento di sofferenza in più? Non è pieno di padri che calpestano i figli, li sfruttano, ne abu­sano, li rovinano dopo averli messi al mondo? Non basta leggere il giornale ogni giorno perché vengano le vertigini a sentire come non pochi padri e madri trattano i loro figli?

Questi interrogativi mi importunano: allora cerco di farmi aiu­tare da essi. Ma per comprendere cosa vuol dirmi il Vangelo, oggi, con le sue parole, devo partire dal fondo: «Il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!». Non dice che darà il pane a chi chiede pane, la salute a chi chiede salute, la sere­nità a chi chiede serenità. Non fa promesse per invogliare a pregare.

Dice che pregare significa fondamentalmente chiedere lo Spirito Santo, e che chiedere lo Spirito Santo vuol dire riceverlo. Questo non vuol dire che non sia lecito chiedere anche delle cose, pregare per avere le cose di cui c’è bisogno per vivere, quelle cose delle quali riconosco, senza alterigia, di aver bisogno. Ma la preghiera non è il mezzo per ottenere la libertà dal bisogno: è il mezzo per ottenere lo spirito di libertà, che riconosce sì i legittimi bisogni, ma soffia anche là dove quei bisogni non sono soddisfatti. Anzi, è proprio perché sof­fia anche là, dove grandi sono i bisogni, dove grande è la sofferenza e la privazione, che l’uomo trova la forza, nel dolore e nella priva­zione, di andare avanti e di operare per il bene, nonostante l’appa­rente trionfo del male. La preghiera che è alla base di tutte le pre­ghiere è di avere lo spirito che porta ad accettare la vita e a ricono­scerne la vera natura e potenzialità, quello spirito che allarga il cuore e mi spinge al passaggio successivo. Quella preghiera è sempre esau­dita, perché solo lo spirito la può formulare: solo lo spirito può pre­gare nello spirito per lo spirito, e il fatto di pregare è già il principio dell’esaudimento.

Per questo non c’è nessun bisogno di fare del trionfalismo sulla preghiera. Per questo è un bene che la preghiera sia, qualche volta, scipita: che lasci a bocca asciutta, a pancia vuota. A chi gli chiedeva cosa avesse riportato dal suo lungo pellegrinare, dalla sua ricerca della via, dopo aver sperimentato il risveglio dell’illuminazione, Do­ghen rispose: «Ritorno a mani vuote». Ogni tanto anche la preghiera deve lasciarci a mani vuote. Sono grato a Luca, che mi rende proble­matica la preghiera, che me ne presenta un aspetto senza lustrini e imbellimenti. Sono grato che esista il «Padre nostro» sia di Matteo che di Luca, uno che mi piace di più, uno che mi piace di meno, uno che mi dà l’idea di aver detto qualcosa di grande, quando l’ho detto, l’altro che mi dà l’impressione di aver masticato un sassolino. Così è anche lo zazen, a volte limpido e radioso, a volte insipido e insignifi­cante: territorio dello spirito, che soffia dove e come vuole.

Jiso

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