ven 6 Lug 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Due a due

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà in figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entre­rete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: An­che la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la nuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città. Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafarnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi sarai precipitata! Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E -chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato». I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sotto­nettono a noi nel tuo nome». Egli disse: «Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra s serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi po­rrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottometto­no a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».

* Con la stessa ricchezza di essere in due

Cristo manda i discepoli due a due a testimoniare il Vangelo. Il Vangelo, come la vita fisica, viene trasmesso soltanto quando due ondividono talmente la vita che la vita li rende uno. Probabilmente ioi diamo molta importanza a tutto un bagaglio di cose che riteniamo utili per andare ad annunciare il Vangelo. Cose che, anziché guidarci a essere uno, ci separano gli uni dagli altri, perché ciascuno ia la sua attività missionaria di cui è geloso e per cui accumula cose. Ogni missionario che parte per un paese del Terzo Mondo provvede i spedire un bagaglio appresso fornito di medicinali, viveri, vestiti e oggetti religiosi. Ugualmente quando due si sposano provvedono a iempire la nuova casa di arredi, stoviglie, quadri. Invece Cristo co­manda soltanto di andare due a due.

«Non portate borsa, né bisaccia, né sandali». L’annuncio del Vangelo non si basa sulla quantità e qualità degli strumenti usati, tanto nevo sul denaro. Quella borsa su cui non fare affidamento oggi può essere tante cose: dalla televisione, alle riviste, ai bar degli oratori; quella borsa o bisaccia è tutto ciò su cui il missionario ripone la fiducia del successo, non esclusa l’efficienza della sua attività. Il to­nando di Cristo è limpido per chi lo ascolta con orecchio non costruito: va’ e il tuo corpo sia il campo dove cresce e matura la tua esperienza e la tua testimonianza del Vangelo!

Comanda pure: «Non salutate nessuno lungo la strada», affinché l’annuncio rimanga tale e non sia usato come occasione per intessere rapporti di clientela. Un bell’esempio che molti protestanti danno dia Chiesa cattolica è il seguente: dopo aver predicato il Vangelo a in popolo, non stipulano alcun concordato tra Chiesa e Stato. Il Vangelo non necessita degli strumenti, né del potere del mondo per essere annunciato; anzi, questi lo impediscono e lo offuscano. «Non salutate nessuno lungo la strada» significa appunto non soffermarsi a trarre guadagno dalla propria attività missionaria o anche semplice­nente a controllarne i risultati. Sarebbe come se un contadino, dopo aver seminato, di tanto in tanto disotterrasse i semi per vedere se terminano, oppure il fornaio che per la fretta aprisse il forno mentre il pane sta cuocendo. E i semi e il pane andrebbero perduti. Il Vangelo è un seme, è un fermento di pane. Dopo averlo gettato, agisce per forza sua. Non deve l’uomo con la sua fretta forzare alcun risul­ato dalla sua pratica o testimonianza religiosa. Dopo aver pregato, meditato, o celebrato l’eucaristia, butti tutto nel terreno della vita – lo affidi.

«Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Il missionario cammina e, proprio perché ha la vocazione di camminare, passando vede ciò che chi sta fermo nel suo territorio non vede più, perché troppo abituato a vedere. Vede e annuncia il Vangelo. L’an­nuncio del Vangelo della pace passa attraverso il segno di contraddi­zione e a volte diventa lotta, a volte anche incomprensione e persecuzione. «Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio». La realtà, che il mis­sionario incontra lungo la strada della missione, a sua volta collabora ad annunciare il Vangelo, perché il Vangelo è la parola impressa dal Creatore in tutta la creazione. Così echeggiano di Vangelo e danno una mano ad annunciarlo tutte le voci delle infinite esperienze del­l’uomo, comprese quelle contradditorie. Sì, perché «si è avvicinato a voi il regno di Dio». I missionari vanno due a due, e lungo la strada della missione fanno esperienza della comunione fra le differenze che vanno annunciando. L’esperienza li rende profeti e testimoni, confortando il loro andare fino ai confini del mondo. Così, attin­gendo l’acqua fresca dal pozzo della loro esperienza comunitaria, trovano la forza per non soccombere nel deserto delle discordie umane, culturali come religiose, e vanno annunciando che tutte le differenze, purificate dall’egoismo, sono i colori del prato del regno di Dio.

«Li inviò due a due»: se non ci fosse l’altro con le sue sensibilità e proposte diverse, ciascuno di noi continuerebbe a ripetere se stesso all’infinito, fino alla noia. L’altro ci salva dalla tendenza di rendere tutto uniforme e monotono, perfino l’immagine di Dio. «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi» (1Gv 4,12). L’altro è il sacramento della presenza di Dio nel proprio cammino. Il sacramento è il segno efficace che ciò che è creduto realmente si attua e porta frutto. Ma perché ci sia il sacramento oc­corre che la materia sia genuina: nel battesimo l’acqua deve essere acqua vera di fonte, di fiume o di mare; nell’eucaristia il pane deve essere di vera farina di frumento e il vino di vera uva pigiata. Nel sa­cramento della comunione del due a due occorre che l’altro sia vera­mente l’altro, con il suo carattere, le sue opinioni, la sua religione; e non la proiezione delle mie aspettative sull’altro, e non l’altro che io mi prefiguro a mio uso e consumo. Nel qual caso l’altro sarebbe an­cora io.

p.Luciano

* Sono scritti

Quello stesso atteggiamento vendicativo nei confronti di chi non iccoglie gli inviati di Cristo, che Gesù aveva rimproverato in Giacomo e Giovanni nel brano letto la scorsa domenica, oggi sembra es­sere fatto proprio dallo stesso Gesù. C’è un bel contrasto fra il tema della pace, che è il motivo dominante della predicazione che Gesù oggi insegna, e l’invettiva minacciosa con cui il discorso si conclude. Sembra dire: se non volete la mia pace, assaggerete la mia guerra. Credo sia necessario soffermarsi su questa contraddizione, senza far finta di non vederla, perché una comprensione superficiale può es­sere foriera di grandi disastri.

In effetti c’è una differenza sostanziale fra il tono di Giacomo e Giovanni e quello di Gesù. I due apostoli si offrono come vendica­tori, perché si sentono investiti da un potere più grande di quello de­gli altri e vogliono farne sfoggio: per loro la vendetta appare quasi una questione personale, una rivincita per il torto subìto. Gesù li rimprovera non perché minacciano di una pena immeritata coloro che non hanno ricevuto i suoi inviati, ma perché si fanno arbitri della situazione, si atteggiano a giudici, comminano la pena e vogliono eseguirla, come se tutto ciò dipendesse dalla volontà di Gesù e dalle loro decisioni. Gesù invece mette in guardia la città che non accetta il messaggio di pace di cui è portatore dalle conseguenze che questo rifiuto può comportare. Gesù non dice: se non volete la mia pace vi faccio la guerra; dice piuttosto: la pace di cui sono portatore è l’unica pace possibile, fuori di essa non vi è che la guerra. La condanna non viene da fuori, portata come una vendetta da chi è stato rifiutato, ma è invece intrinseca al rifiuto della pace, ne è l’inevitabile diretta con­seguenza. Certo, la differenza è sottile, e può essere equivocata e manipolata. È un discorso estremamente pericoloso, e il fraintendi­mento in cui incorrono i due apostoli sta a dimostrarlo. Ma spesso la differenza fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fra ciò che corri­sponde alla realtà autentica e ciò che è ispirato dalle nostre fabbrica­zioni, è più sottile di un capello, come si dice nel buddismo. Proprio su questa infinitesima differenza dobbiamo fissare lo sguardo, per­ché la pagliuzza non diventi una trave.

Ci aiuta a discernere, l’ultima parte del Vangelo di oggi, quella in cui Gesù dà ai suoi discepoli, cioè a noi, la chiave per comprendere di cosa ci dobbiamo rallegrare. Non del potere, non del suo uso, non del successo che arride a chi ha il potere e lo esercita. Ma che «i vo­stri nomi sono scritti nei cieli». Sono scritti, anzi, letteralmente nel te­sto sono stati scritti. Già fin d’ora, prima del tempo e oltre il tempo, per sempre e prima di sempre sono scritti: senza merito, senza sforzo, senza vanto. Da lì tutto deriva: la gioia e il pianto, la pace e la lotta, la via e la necessità di percorrerla, il potere e la discrezione nell’usarlo. Non si segue la via, non si aderisce alla religione, non ci si impegna nella pratica per ottenere l’iscrizione del proprio nome nei cieli, ma perché i nostri nomi sono scritti nei cieli. Nel buddismo si insegna che si segue la via perché tutto è natura di budda, ogni cosa esprime e manifesta l’autentica forma della natura originaria. Se così non fosse non ci sarebbe la via e la pratica, il cammino e la meta. In altre parole la meta precede il cammino, e solo di questo dobbiamo rallegrarci, perché solo grazie a questo possiamo orientare i nostri passi nella direzione giusta. Non c’è nulla da inventare, nessuna meta da immaginarci: siamo già lì, con i nomi scritti nel libro del tra­guardo.

«Sappiate però che il regno di Dio è vicino»: è chi si rifiuta di sa­pere questa verità che va incontro alla guerra. Non i peccatori, non chi si perde nella ricerca del piacere, che ha già la sua pena, il suo in­ferno nel non trovare quello che cerca là dove lo cerca; ma i presun­tuosi dello spirito, che non vogliono credere che il regno di ‘ Dio sia qui presso, e lo cercano lontano, se lo fabbricano in testa e nel cuore, lo proiettano a propria immagine: per costoro, inevitabile, arriverà la guerra della disillusione.

Attenzione, però, perché quei presuntuosi siamo noi stessi: in chi cerca la via c’è sempre una porzione, piccola o grande, di manipola­zione, di esaltazione e di depressione, che ne è la controparte, di convinzione di essere speciali: da lì nasce l’atteggiamento di farsi ar­bitri della pace e della guerra. Gesù invece ci rammenta che l’unica cosa di cui ci dobbiamo rallegrare è di essere figli di Dio, o, in altri termini, di essere vivi qui, adesso: vivi della vita che è il soffio vitale del tutto. Una cosa per niente speciale, di cui nessuno è privo. Con questa gioia nel cuore e nel comportamento, siamo della pace e por­tiamo la pace. Se rifiutiamo questa gioia, se ne vogliamo un’altra, la nostra pace è relativa alla guerra, e prima o poi sfocerà nella guerra.

Se vuoi la pace prepara la pace essendo in pace, se ti prepari alla guerra, sei già in guerra e guerra avrai.

Jiso

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