ven 24 Ago 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

La porta stretta

Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Ge­rusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salva­no?». Rispose: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il pa­drone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Ab­biamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle no­stre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Al­lontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni trai primi che saranno ultimi».

* La porta stretta e la libertà

La porta stretta di cui parla il Vangelo di oggi deve avere un si­gnificato molto profondo. Secondo Cristo la porta stretta è decisiva per verificare il merito dell’esistenza. Vale veramente la pena che ci sforziamo di comprendere a fondo. La porta stretta, nel corrispettivo brano del Vangelo secondo Matteo (7,13-14), è messa in correla­zione con la porta larga e la via spaziosa che conducono alla perdi­zione. Ovviamente la porta stretta indica un passaggio difficoltoso, che è valicabile soltanto abbandonando tutto ciò che è ridondante della propria persona. Bisogna spogliarsi di tutto ciò che non è es­senziale e necessario.

La porta stretta annunciata dal Vangelo svolge una funzione di enorme importanza: infatti anche se uno ha attraversato tutte le pia­nure o percorso speditamente tutte le vie spaziose di questo mondo, se poi fallisce nel passare la porta stretta, tutto viene vanificato: non passa e resta al di qua. Che vale aver corso tanto se poi non si passa? «Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione» (Col 3,14). Così Paolo indica la porta stretta nella vita matrimoniale: l’amore. Anche se i due avessero tutto quanto è desiderabile, ma in fondo mancasse loro l’amore, sarebbe come procurare un abito nu­ziale di preziosissima stoffa, ma dimenticare la fascia che lo com­pone in un’unità perfetta. Tutto resterebbe floscio e ingombrante. C’è qualcosa che quantitativamente appare come trascurabile, ma che ha la formidabile capacità di rendere vera oppure falsa tutta la globalità della vita.

La porta stretta del Vangelo può avere tanti nomi; ha un nome proprio per ogni persona. Ma ha anche alcuni nomi molto ampi che abbracciano l’esistenza di tutti. Uno di questi nomi è la libertà. Il cielo è immenso e i suoi anni sono incalcolabili. L’uomo abita un mi­nuscolo pianeta che ha pure i suoi miliardi di anni, ha le sue monta­gne, i suoi oceani, le sue distese, i suoi fiumi, le sue falde acquifere: tutte realtà stupende che noi ammiriamo. Per il formarsi di un fiume sono occorsi milioni e milioni di anni, infinite mutazioni meteorolo­giche e telluriche. Per il formarsi del corpo umano fu necessaria un’evoluzione da specie a specie, la cui storia è milioni di volte più lunga della storia dell’uomo. L’uomo è veramente un infinitesimo di infinitesimo nella marea dell’esistenza. Eppure questo uomo ha la tremenda facoltà, la libertà, di comportarsi verso la natura in modo rispettoso o sacrilego. Se è rispettoso, allora la natura, grazie alla li­bertà dell’uomo, giunge a esprimere il culmine della sua bellezza, come sono le campagne coltivate, oppure certi villaggi adossati al pendio della montagna come un gregge nel prato. Come sono certi piatti casalinghi in cui ogni elemento della natura spreme il suo pro­fumo e sapore. Ma l’uomo ha anche la facoltà di distruggere la na­tura e inquinare quanto il cosmo ha costruito in miliardi di anni. Ba­sta un esperimento nucleare e l’equilibrio cosmico è profanato. La li­bertà dell’uomo costruisce il paradiso e l’inferno. Ogni cosa ha in sé il paradiso e l’inferno: la scelta dell’uno o dell’altro è dettata dal cuore umano.

La porta stretta è sempre una piccola cosa che ha la formidabile capacità di capovolgere tutto nel bene o nel male. Spesso la porta stretta è tenuta chiusa dalle nostre paure e mancanza di fede. Per at­traversarla non c’è che da non dare ascolto alle paure e buttarsi. La si attraversa soltanto con uno spintone. Molto spesso la porta stretta è bloccata proprio da quel piccolo attaccamento che noi reputiamo secondario. In genere ciascuno di noi è pronto a offrire i grandi at­taccamenti, ma i piccoli no; tantomeno il più piccolo fra i piccoli. Così lo cataloghiamo noi, in vista di non prenderlo in considera­zione. Ci si nasconde dietro la scusa che sono piccole cose! Nella no­stra vita spirituale facciamo come nel mondo fisico: per un punto d’onore impazzito costruiamo le armi nucleari e distruggiamo l’o­pera del cielo e della terra di miliardi di anni. Così appunto nella no­stra vita spirituale facciamo i grandi sacrifici, ma poi non offriamo i piccoli attaccamenti più cari. Così una vita di cose grandi si perde nell’incapacità di oltrepassare la porta stretta.

Quando comprendiamo che le cose piccole sono importanti è se­gno che l’amore si manifesta in noi. Infatti l’amore è la porta stretta attraverso la quale ogni piccola cosa entra grande ed eterna. L’a­more infatti è la dedizione nella vita, per cui uno dà tutto e non tiene niente per sé. Amando, l’uomo ritorna alla sua essenzialità. La porta stretta è oltrepassata. Il pianeta Terra è grande. Un fiorellino sul­l’alta montagna corona la dignità del pianeta. Ogni gesto d’amore fa fiorire la creazione immensa e incalcolabile. Quando amo, attra­verso di me, il mondo passa la porta stretta ed entra in paradiso.

p.Luciano

* Uno solo e tutti

Il testo che oggi leggiamo, apparentemente minaccioso, può aiu­tarci a liberare il nostro modo di intendere la vita dal velo opaco della paura. Bisogna che proviamo a leggerlo senza farci influenzare dai condizionamenti che inevitabilmente ronzano nelle nostre orec­chie. C’è questo tale che fa una strana domanda: «Signore, sono po­chi quelli che si salvano?». Noi siamo abituati a un certo tipo di at­mosfera religiosa, per cui una domanda del genere ci sembra nor­male. Ma pensiamo per un attimo di avere un’altra sensibilità reli­giosa, o di non averne affatto una, proviamo a non dare nulla per scontato: in questo caso verrebbe da dire: Si salvano da che cosa? Chi sono questi pochi? Cosa sta chiedendo costui? P evidente che quel tale aveva la testa piena di idee sulla salvezza, sulle condizioni per salvarsi, su ciò da cui ci si deve salvare, sul numero di chi si salva. È altrettanto evidente che, in fondo, la sua vera preoccupazione era: Sarò io in quel numero? P quel numero sufficientemente vasto per­ché possa sperare di farne parte anch’io? La paura è la molla che mette in moto la sua domanda, una paura così sottile e penetrante che non osa neppure porre un interrogativo diretto, ma cerca di nascondersi, di confondersi nel numero. Noi però non dovremmo schernire questi interrogativi così infantili, perché in qualche modo questa sensibilità religiosa infantile fa parte di noi: è difficile chia­marsene fuori, a voler essere sinceri. Nello stesso tempo non do­vremmo farli nostri acriticamente, non dovremmo accettare di ca­larci in questa atmosfera di salvezze relative a condanne, di premi correlati a castighi, con il solo recondito scopo di evitare il peggio e scampare al pericolo: cercando insomma il sistema per essere fra i pochi, e pazienza se tanti non troveranno posto sulla barca! Una volta chiarito che una visione del genere è, religiosamente parlando, puerile, e una volta accettato il fatto che non ne siamo del tutto im­muni, si tratta di liberarsene e di crescere a una visione più matura.

A me pare che le parole di Gesù ci aiutino in questo, utilizzando l’arma dell’ironia. Egli si serve della visione religiosa di quell’uomo, per fargli capire che, con una concezione del genere, finisce in un vi­colo cieco. Lo mette là, nella posizione un po’ ridicola di uno che da dietro la vetrina guarda i commensali che dentro banchettano, per fargli capire che, con il criterio che lui usa di stabilire un numero chiuso di invitati, si mette automaticamente dalla parte degli esclusi. Quando mai, infatti, sono gli invitati a fare la lista degli invitati? Qualunque padrone di casa si riserva il diritto di decidere lui chi in­vitare, ed escluderebbe per primi proprio quelli che pretendono di ficcare il naso nella preparazione della lista. Fuori di metafora, Gesù sembra dire: lascia perdere questi criteri di valutazione, i pochi e i molti, i numeri fissi, la paura di essere escluso, la ricerca di meriti é di biglietti di favore: tutto questo ti porta fuori strada, così ti escludi da solo. Non confondere il timore di Dio, che è la coscienza della re­sponsabilità di essere vivi, con la paura nei confronti di Dio, che ge­nera la paralisi. Pensa a te stesso e al tuo rapporto con la tua vita, e non ti curare di pesi e di misure che non ti competono!

Gesù infatti propone tutt’altro criterio che non l’ansia di accap­parrarsi un invito alla festa finale. Propone, all’inizio e alla fine del suo discorso, un criterio dal duplice aspetto, che potremmo chiama­re dell’uno e del tutto. Prima la porta stretta, dove entra uno solo, sen­za portare con sé niente e nessuno, se non se stesso: non si passa in molti, ma si entra uno a uno, come nella vita e nella morte. Per pas­sare non serve nient’altro che essere se stessi, nudi: non serve essere cristiani, o ebrei, o buddisti, non serve aver pregato tanto o fatto tan­to zazen: serve solo spogliarsi di tutto per rimanere se stessi. Poi lo slancio finale: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio». Un pardone di casa magnanimo, che fa festa grande, si rallegra che tutti vengano alla sua mensa: come osiamo dare noi dei limiti alla capienza della sua casa? Verranno da tutte le direzioni, verranno tutti. Questi due aspetti di un altro criterio sono i parametri di un criterio divino, non umano, che abbraccia l’uno e il tutto, senza che questa contraddizio­ne rappresenti un ostacolo. Gesù sottolinea ancora l’invalidità dei parametri umani, disperdendo anche il senso della distinzione fra primi e ultimi: «alcuni fra gli ultimi saranno primi e alcuni fra i primi saranno ultimi». Ogni metro di valutazione è ribaltato, sia in senso spaziale che temporale: non vale più il criterio dell’appartenenza, dell’esclusività del popolo eletto, né quello dell’anzianità o del meri­to accumulato. Le parole di Gesù sbaragliano tutte le nostre certez­ze, ma con esse anche tutti i nostri pregiudizi e le nostre paure. Re­stiamo soli, e questo a volte fa più spavento dell’aver paura del casti­go. Ma il panorama che Gesù ci fa intravvedere oltre la porta stretta del vuoto della nostra solitudine è così sconfinato e così pieno, che la paura si dirada nel momento in cui passiamo oltre la soglia.

Jiso

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