ven 3 Ago 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Forte di non avere alcun potere

Uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».

Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi racco­glierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accu­mula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

* Religione che scatena e religione che libera

«Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità. Ma egli ri­spose: O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». Eppure anche a noi pare al suo posto la domanda di quell’uomo. Chi più di Dio o del suo Cristo è il giudice giusto verso chi ha subìto ingiustizie? Non è per caso corretto aspettarsi che Dio intervenga e castighi il ricco ingordo e prepotente, e difenda il po­vero affamato e oppresso?

Sì, è senz’altro corretto pregare così. Ma Dio agisce da Dio. Né i tempi né i modi di Dio sono i nostri. Egli infatti non discrimina, non vede gli uomini divisi in oppressori e in oppressi. Sa che anche l’op­pressore a sua volta è stato oppresso, foss’anche dalla sua stessa mente alterata dall’illusione. Noi nella preghiera chiediamo che Dio intervenga e discrimini; ma Dio non può, perché è infinitamente misericordioso e infinitamente giusto: misericordioso perché giusto e giusto perché misericordioso.

Le religioni che creano steccati separando i buoni dai cattivi, su questa terra o nell’aldilà, non sanno che Dio è amore. Eppure nes­suno più di Dio soffre quando un ricco gozzoviglia e un povero muore di fame. Dio soffre talmente da essere un tutt’uno coll’affa­mato. Cristo disse che chi dà una porzione di cibo a uno dei più pic­coli, la dà a lui. Immedesimatosi con l’oppresso, Cristo non fa morire l’oppressore. Invece porta la croce fino al giorno in cui la radice ve­lenosa che divide gli uomini in oppressi e in oppressori sia sradicata.

La vera religione non è quella che cataloga gli uomini in buoni e cattivi e giudica sull’eredità terrena; non è quella i cui ministri usano diplomazie per influire su chi ha potere per promuovere certe cam­pagne politiche, fosse anche a scopo di bene. La vera religione non taglia l’albero appassito, ma ne irrora le radici; non condanna le azioni, ma cambia il cuore da cui provengono le azioni. La vera isti­tuzione religiosa non gusta di mettere in risalto il male che è nel mondo per glorificare se stessa, dimenticando che il male è anche a casa sua; non usa la fragilità altrui per fortificare il proprio ruolo; non aiuta gli altri per avere su di loro il dominio; non accumula me­riti e non si orna di santi per mettersi in mostra. Dopo aver svolto il suo dovere dice, come insegna il Vangelo: «Siamo servi inutili. Ab­biamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). Per questo agli apo­stoli, in procinto di tradirlo e abbandonarlo, Cristo dà il suo corpo in cibo e il suo sangue in bevanda. Non come premio ai bravi, ma come cibo e bevanda per tutti: «Prendete e mangiate… Prendete e bevetene tutti…» (Mt 26,26-27).

Una riflessione interessante è questa: nello Zen sono gli esseri umani che fanno zazen e, silenziosi e immobili di fronte al muro, la­sciano risvegliare la natura autentica dentro di loro. Nella Chiesa è soprattutto Cristo che pratica questo silenzio e questa immobilità, portando la croce e diventando cibo dei fratelli, finché in loro non si risvegli l’immagine divina in cui sono stati creati. Il pane eucaristico conservato nelle chiese è il sacramento di Cristo che sta di fronte al muro del peccato del mondo finché non sia trasformato in perdono e grazia.

La parabola dell’uomo ricco, che ripone il senso della vita nei beni che possiede, purifichi tutti noi dalla tendenza di fare commer­cio religioso. Come diventa angusto e squallido un cammino reli­gioso invischiato di interessi e di calcoli! «Così è di chi accumula te­sori per sé». Anche il cammino religioso può essere pensato come un accumulo di meriti, spirituali e materiali. Un uomo di religione, ca­rico di meriti, si presenterebbe a Dio impettito, spavaldo. Guarderebbe gli altri, meno bravi di lui, con occhi altezzosi. Invece nel re­gno di Dio entra solo chi si fa piccolo, chi è a mani vuote, chi ha il cuore come un vaso vuoto. Infatti la porta è stretta, non per impe­dire di entrare, ma perché non vi si entra con corazze o maschere. Arricchire davanti a Dio è ritornare a essere come bambini. Sembra paradossale, ma è vero! Chi concepisce il cammino religioso come un accumulo di meriti, mano a mano che accumula e diventa santo a modo suo, perde la pace, perde l’affabilità, perde l’umiltà che ci av­vicina così a Dio!

Chi invece fa il cammino della fede semplicemente come dovere della vita, senza aspettarsi alcuna canonizzazione come santo, pro­prio in quanto è libero dalla smania di santificarsi, ha la pace nel cuore, è affabile, è umile, sorride anche quando fallisce, assomiglia così tanto a Dio! «Beati i poveri in spirito….»: in spirito, ossia che non accumulano né per il corpo né per lo spirito!

p.Luciano

* Una vita specchiata

La mentalità che il Vangelo odierno mette in crisi è una menta­lità diffusa, forse la più comune che ci sia. Chi è esente da ogni trac­cia di questo atteggiamento mentale, che diviene norma di compor­tamento, e quindi comportamento normale, alzi la mano!

L’atteggiamento, che Gesù stigmatizza con un esempio macro­scopico, è quello di garantirsi una sicurezza per il futuro: e cosa c’è di più normale, di più ragionevole, di più generalmente accettato di questo, del darsi da fare oggi per aver garantito un futuro di benes­sere e di tranquillità? Su questo punto siamo tutti d’accordo, oltre ogni distinzione umana e sociale: maschi e femmine, poveri e ricchi, destre e sinistre e centri. Viviamo nell’epoca delle assicurazioni, strumenti che servono appunto a rassicurarci circa il futuro nostro e delle persone che amiamo: mai come oggi la parabola evangelica è di attualità, perché non è più attinente a una esigua parte ricca della popolazione, come ai tempi di Gesù, ma riguarda direttamente la quasi totalità della gente in un paese dall’economia sviluppata come il nostro. Per questo non possiamo sorvolare sulla parabola, né liqui­darla con considerazioni moralistiche circa l’insensatezza dell’ecces­sivo accumulo di ricchezze da parte di qualcuno: Gesù sta parlando di noi, anche se non siamo particolarmente ricchi, del nostro buon senso che è la pietra di paragone delle nostre scelte.

Ispirate dal buon senso, infatti, sono le parole dell’uomo che chiede che suo fratello divida con lui l’eredità: è una richiesta giusta, che ci sentiamo di condividere. Ma Gesù rifiuta di occuparsi della faccenda, e traccia un limite: non è cosa che gli compete, stabilire di­ritti e radrizzare torti in ambito economico e sociale.

Ma perché mai Gesù se la prende con il buon senso di voler ga­rantirsi un futuro tranquillo, di voler stendere una rete sotto di noi prima di affrontare quel salto mortale che è l’avventura del domani?

Se ascoltiamo il soliloquio dell’uomo ricco, ci accorgiamo che quell’uomo tratta la sua vita come se la guardasse a uno specchio: si parla, si incoraggia, si fa domande e si dà risposte: ragionava fra sé… farò così… dirò a me stesso… Non si identifica con la propria esi­stenza, ma la guarda come dal di fuori, come se con la sua vita po­tesse avere un rapporto basato sul calcolo, come si fa con qualcosa che è esterno a noi. Quell’uomo non sa di non avere nulla, di non possedere nulla, se non una cosa sola: la propria vita. In altre parole, egli ha solo ciò che è: non c’è nessuno specchio in cui guardarsi, nes­sun se stesso con cui dialogare, nessuna anima mia che possa godersi i molti beni. C’è solo l’essere vivo ora, che Dio può ritirare in ogni istante: allora tutto scompare davvero, e il gioco del buon senso ri­vela tutta la sua insensatezza.

Arricchire davanti a Dio significa essere ricchi della vita che ora mi fa vivo. Questa è la posizione da cui guardare, che Gesù ci indica. Questo gioiello è l’unica vera ricchezza, è senza prezzo e senza peso, senza passato e senza futuro, e non risplende se è coperto e nascosto dalle ricchezze pesanti e temporali di cui ci circondiamo. Un maestro Zen dice:

«Guadagno è perdita, perdita è risveglio»
 

Proprio questo è il criterio per ascoltare la parabola del Vangelo, per fare le scelte che guidano i passi sul cammino religioso, che è arricchire davanti a Dio. Però, se ricerchiamo la perdita per ottenere il risveglio, siamo an­cora in una mentalità di guadagno, siamo sempre allo specchio, a os­servare e a rimirare, a valutare e a calcolare, a vivere una vita di ri­flesso.

Jiso

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