dom 16 Set 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Il Vangelo della misericordia

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. Ifa-risei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini di­cendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore con­vertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conver­sione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non ac­cende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ri­trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo per­duta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo pec­catore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lon­tano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abi­tanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti sala­riati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e com­mosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fra­tello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

* Il padre che crede nel figlio

La parabola del figliol prodigo, o del padre misericordioso come altri preferiscono denominarla, è una delle pagine più commoventi del Vangelo. Soprattutto nei momenti di scoraggiamento che se­guono il peccato e il fallimento, questa parabola infonde l’energia necessaria per risorgere alla fiducia verso Dio, la vita, le persone, e verso se stessi.

È utile domandarci: che cos’è la misericordia di Dio? Noi a volte spieghiamo la misericordia come compassione, come benevolo ab­bassamento di chi sta in alto verso chi è in basso. Anche nel buddi­smo si parla spesso di compassione. Credo comunque sia errato in­tendere la misericordia come un sentimento di pietà da parte di chi è buono e forte verso chi è cattivo e debole. Il padre della parabola non agisce affatto in base a tali sentimenti, che, dopo tutto, possono derivare da una certa presunzione elitaria verso gli altri.

Piuttosto la misericordia nasce dal profondo rispetto e dalla sin­cera stima verso l’altro, che non vengono meno neanche quando l’al­tro si allontana o si ribella. Il padre della parabola aveva creato nella sua casa un clima di vera stima e di vero rispetto, per cui un bel giorno il secondogenito ardì chiedere la parte di eredità che gli spet­tava per uscire di casa. In altre parole la vera misericordia lascia la libertà di peccare quando uno vuole peccare. Sì, perché è misericor­dioso solo chi ha accettato la realtà del peccato come parte della via che l’uomo deve percorrere per crescere. E soprattutto è intima­mente convinto che il seme di bene che è in ogni uomo lo può riscat­tare dal qualsiasi errore.

Il padre della parabola ha una conoscenza profonda della psico­logia del figlio, per cui non si irrita davanti all’insolente pretesa di questi che chiede i soldi per fuggire da casa. Gli procura il denaro ri­chiesto senza alcuna rimostranza. Poi lo lascia partire senza inse­guirlo, senza scomporsi in lacrime. Come è stato di noi, ogni volta che abbiamo voluto inseguire i nostri capricci: Dio ha continuato a fornirci l’energia perché continuassimo a vivere.

La misericordia è la capacità di Dio di farsi da parte per lasciare spazio alla libertà dell’uomo, perché la libertà è un bene. Quando l’uomo, approfittando della libertà, pecca, Dio rimane in silenzio e non interviene, perché la libertà è sempre un bene. Così il figliol prodigo ebbe il tempo per scialacquare tutto quanto, indisturbata-mente. Ebbe poi il tempo per rientrare in se stesso, pentirsi e fare ritorno a casa.

Il padre stimava il cuore del figlio ed era certo che quel cuore lo avrebbe riportato a casa; meglio, sapeva che attraverso quella fuga il figlio si sarebbe liberato dai capricci e dalle presunzioni che gli impe­divano di mostrarsi come figlio. Dio è misericordioso perché stima l’uomo molto di più di quanto l’uomo stimi se stesso. «Padre, perdo­nali, perché non sanno quello che fanno» (Le 24,34). Così pregò Cri­sto sulla croce: il peccato di chi lo uccideva non offuscò il suo occhio misericordioso a riconoscere anche in loro l’immagine divina in cui Dio li aveva creati. Pregò così, perché li amava. Li amava, perché li stimava, prima e oltre il loro peccato.

La misericordia di Dio purifica il figlio prodigo fuggito: lo riporta a casa e lo rende umile, affinché domandi perdono. Ugualmente pu­rifica il fratello buono che è rimasto in casa a lavorare nei campi, il figlio legalista, dandogli la capacità di comprendere e di perdonare il fratello prodigo. La misericordia è la forza amorosa di Dio che tra­sforma tutte le situazioni in libertà.

Attraverso l’esperienza del peccato e del perdono la festa della liberazione è più viscerale, come visceralmente gioisce un genitore quando ritrova il figlio smarrito. «Così vi dico, ci . sarà più ù gioia nel cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». Peccato che tutti noi, sotto sotto, vorremmo appartenere ai novantanove giusti! Per cui non possiamo conciliarci veramente cori la vita. Resta in noi qualcosa di acidulo che rovina la festa di esistere. Allora il Padre ci viene incontro per invitare il mio io legalista ad accogliere il mio io prodigo. E la festa incomincia!

p.Luciano

* Cornici

Se si visita un museo d’arte occidentale in compagnia di un amico giapponese, probabilmente egli ci farà notare come nella no­stra arte pittorica le cornici abbiano un’importanza assai rilevante: spesso capita di vedere cornici più belle dei quadri che racchiudono, e comunque la cornice è considerata parte integrante e non accesso­ria del quadro. L’amico giapponese personalmente troverà forse un po’ soffocante questo dar rilevanza al limite, al contorno, soprattutto considerando come paragone la pittura giapponese, dove non esiste la cornice, e anzi il disegno occupa solo una parte del foglio o della tela, in gran parte bianchi: è come se quel bianco, quel vuoto, faces­sero da cornice, da sfondo e da limite insieme, e questo corrisponde molto bene alla sensibilità giapponese, che intende ogni cosa come emergente dal vuoto e da esso circondata. Non per niente il Giap­pone è un’isola circondata dall’oceano sconfinato. Altrettanto bene, io credo, corrisponde alla nostra sensibilità mediterranea la cornice che delimita e tiene insieme ciò che contiene: noi abbiamo più fami­liarità col pieno che col vuoto, e semmai il vuoto lo percepiamo in­terno alle cose, e non intorno ad esse: e per questo spesso ne ab­biamo paura. Del resto il mare noi lo abbiamo all’interno, e tutt’in­torno fan da cornice le terre.

Molto spesso il brano di Vangelo in lettura è come un quadro che ha la sua cornice propria. La folla, la spiaggia, l’interno di una casa, la sinagoga… lì dentro si esprime la parola del Vangelo. E quella cornice è importante, perché spesso dà il tono alla parola che contiene. La scorsa domenica abbiamo visto come la presenza della folla stimolasse il discorso di Gesù; oggi vediamo che la cornice è del tutto diversa: «In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubbli­cani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro “». Ecco la cornice: è al­l’interno di essa che va ascoltata la parabola. Non si può prescindere da quella cornice, dal fatto che la cornice sia quella. La cornice è la storia, è il riquadro che delimita il calarsi nella storia della parola. È la fisionomia dell’incarnazione della parola in quel momento, in quella situazione: in quel tempo, appunto. Gesù non racconta la pa­rabola della pecora smarrita, della moneta ritrovata, del figlio] pro­digo stando seduto intorno al fuoco con i discepoli, oppure nella si­nagoga, o alle folle dal monte: racconta a scribi e farisei mentre è a tavola a mangiare con dei pubblici peccatori. Questo non è un fatto accessorio: è fondamentale. Purtroppo noi siamo abituati ad ascol­tare il Vangelo sempre nella stessa situazione, un po’ fuori dal mondo: di solito in chiesa, la domenica, in una condizione che si ri­pete sempre uguale e dove anche l’ascolto tende a diventare mono­tono, nel senso che ha un tono solo e sempre lo stesso. Ma il Vangelo non è così: è incorniciato dalla vita e da essa trae il suo vigore e la sua ragion d’essere.

Se teniamo nel debito conto la cornice, allora forse comprende­remo meglio come mai, subito dopo un discorso fortissimo sulla ne­cessità di liberarsi di tutti gli averi, dopo un invito perentorio a but­tare via tutto, sentimenti e possessi, ci troviamo di fronte a un di­scorso che invita al recupero di ciò che è perduto, a far festa per il bene ritrovato, a rallegrarsi per la separazione ricomposta. Se consi­deriamo il Vangelo di domenica scorsa e quello odierno, il tono e il contenuto dei discorsi è opposto, e ciò avviene perché del tutto di­versa è la cornice. P questa una cosa preziosa e unica del Vangelo: il suo legame inscindibile con la concretezza del momento, il mostrare direttamente che la verità non è il dato immutabile, ma è il dinamico movimento di ogni momento reale. La leggerezza aerea della verità, che soffia dove vuole come il vento, e che si esprime in forma di pa­rabola, cioè di un aneddoto che non è realmente successo, ma dà forma alla verità, è inserita nella pesantezza dei contenitore, l’evento concreto del fatto che accade e che suscita la parabola.

Nella cornice della sensibilità orientale e buddista è noto il Sutra del loto della meravigliosa norma [in giapponese Myo ho renghe kyo, comunemente noto come Hokke kyo]: anche in esso troviamo la pa­rabola del giovane ricco. Ascoltiamo quella storia, notando come la diversa cornice susciti diversità di contenuto.

C’è un giovane, figlio di un uomo ricco, che se ne va da casa con l’e­redità paterna; percorre le vie del mondo fino a dimenticare la sua origine: allora disprezza i beni che aveva portato con sé e li dissipa. Viaggia per molti paesi, si arrangia come può, compie azioni degra­danti, finché per caso torna mendicante nel paese del padre. Lo in­contra ma non lo riconosce; il padre sì, ma non si fa riconoscere: lo fa assumere da un servitore per le mansioni più umili. Man mano che il giovane svolge bene il suo compito, il padre gli dà incarichi di maggior responsabilità, fino a farne l’amministratore di tutti i suoi possedimenti. E infine il padre si fa riconoscere dicendogli «Tu sei il mio figlio e il mio erede».

E interessante notare come in questo caso il figlio ritrova se stesso all’interno del suo viaggio nell’ignoranza. Fino a un certo punto si perde per vie errate ma poi, pur continuando nel suo cam­mino cieco, ad un certo momento è come inevitabilmente attratto dalla sua stessa natura originaria che agisce anche nelle tenebre e lo conduce a essere ciò che realmente è. A quel punto la sua vera na­tura si rivela a se stessa, ed egli sa di essere ciò che è sempre stato. Questa fede è alla base dello zazen, per cui restiamo immobili senza aggiungere o togliere nulla a quello che siamo, semplicemente la­sciando che il nostro vero essere si riveli a se stesso.

Due cornici diverse per una storia uguale colorano di diverse sfumature e arricchiscono di signifcati la stessa, unica storia: non è questa una metafora dell’incontro e del dialogo fra le religioni, e nel caso fra il buddismo e il cristianesimo, cornici diverse, descrizioni di­verse, punti di vista diversi dell’unica storia che esiste, la storia del­l’uomo e del suo rapporto con la vita?

Jiso

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