dom 2 Set 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Senza contraccambio

Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati sceglie­vano i primi posti, disse loro una parabola: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo po­sto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il con­traccambio. Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

* Alla risurrezione dei giusti

Questo Vangelo a prima vista non appare come Vangelo. Infatti il mettersi all’ultimo posto con l’aspettativa di essere notato e quindi chiamato a salire al primo posto tra l’ammirazione di tutti, altro non è che la solita superbia mascherata di umiltà. Tutti noi preferiamo un superbo che palesamento ci dice la sua convinzione di essere su­periore agli altri, che un finto umile che, attraverso gesti di abbassa­mento, mira al primo posto. Ugualmente questo Vangelo non appare Vangelo anche là dove esorta a beneficare i più poveri, in modo che non abbiano da ricam­biare. Pretendere di fare il bene agli altri e ricusare di ricevere da loro è di nuovo la solita superbia rivestita di carità. Come se i più po­veri esistessero per garantire ai ricchi un ottimo paradiso!

L’esercizio di sedere all’ultimo posto e quello di invitare a pranzo i più poveri richiamano le nostre pratiche di pietà, dall’euca­ristia allo zazen. Noi siamo sempre combattuti tra il desiderio di compiere tutto in perfetta gratuità, e la constatazione che ciò non av­viene, perché anche quando diciamo che siamo gratuiti, di fatto ci accompagna sempre il compiacimento di essere riusciti a essere gra­tuiti. Quindi il Vangelo di oggi ci riguarda.

Questo Vangelo assurge a Vangelo là dove Cristo pone la sfida: «Quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricom­pensa alla risurrezione dei giusti». La prospettiva che rende tutto puro è proprio la risurrezione dei giusti. I giusti risorgono appunto perché muoiono: ossia perché bruciano tutte le presunzioni e tutte le brame. Ma soprattutto bruciano la pretesa di essere immuni dalla presunzione di superiorità e dalla brama del paradiso. Sullo sfondo di questa gratuità, il collocarsi all’ultimo posto e poi salire in prima fila su invito del padrone di casa, oppure dare un banchetto ai più poveri perché non hanno da ricambiare, diventano comportamenti profondamente veri.

Credo che tutti nella vita abbiamo desiderato diventare più umili e veri. Desideriamo diventare umili e nello stesso tempo siamo lì col termometro per misurare di quanto la nostra umiltà sia cresciuta. Per accertare la nostra crescita in umiltà possiamo compiere gesti come quelli descritti nel Vangelo: metterci all’ultimo posto o, più spesso, sparlare di noi stessi agli altri, dicendo che non siamo capaci di nulla. Mentre ci comportiamo così, avvertiamo nel nostro intimo che stiamo recitando. Ci viene il disgusto di noi stessi e vorremmo avere la fortuna dei veri illuminati che sono autentici senza essere disturbati dal voler calcolare la loro autenticità. Rimpiangiamo di non essere come i bambini innocenti. Potremmo anche aspirare a es­sere come un fiore che è bello e profumato senza sapere di esserlo. Non pochi di quelli che praticano lo zazen intendono praticarlo così bene da liberarsi da ogni pensiero ed essere assorti nel limpido mondo del non pensiero. Se per caso a volte hanno l’impressione di esserci riusciti, subito lo raccontano. Ma forse quel momento di per­fetta illuminazione poteva consistere semplicemente in un colpo di sonno, soprattutto se la giornata era afosa.

La risurrezione dei giusti è un’espressione centrale nel Vangelo. Anzitutto libera dalla banale comprensione della risurrezione come recupero della vita così com’era prima di morire, come narra il rac­conto della risurrezione di Lazzaro, il quale risorge per morire ancora. Non è quel risorgere che è il cuore della nostra fede. Infatti sa­rebbe un semplice tornare indietro e non attuare la pasqua, il pas­saggio che rende vera l’esistenza. La risurrezione dei giusti si attua nel cammino della giustizia evangelica, che è la conformità libera e cordiale al cuore di Dio. Nello Zen si parla dell’adesione alla Via in­contaminata. La risurrezione dei giusti è tutta in atto ora e qui, in questa vita prima di morire, là dove c’è il cammino della giustizia. Del resto, la morte fisica, che renderà piena la risurrezione, di fatto è presente in ogni istante della vita. Vivere altro non è che il frutto del morire delle cellule che, operando la vita, muoiono. Il vivere com­porta il morire. Comprendere ciò col cuore della fede è entrare nella risurrezione. Fare di ciò il principio che vivifica i propri comporta­menti è la risurrezione dei giusti.

Ogni giorno noi siamo presi nella morsa di due tendenze oppo­ste: una è data dal nostro rimpianto dello stato di innocenza pura, dove non esiste senso di colpa; l’altra è l’amara constatazione che in­vece siamo limitati e difettosi, per cui il senso di colpa ci accompagna sempre. La risurrezione dei giusti per noi è l’atto di fede per cui non inseguiamo né il gratificante sogno dell’innocenza pura, né il disgu­sto dovuto alla constatazione del nostro stato di imperfezione. In­vece ci sediamo sulla zolla della nostra esistenza imperfetta e in essa buttiamo il seme della nostra speranza. Il seme scompare nella terra e noi restiamo senza vedere niente. Soltanto crediamo che l’umile zolla ha la forza divina di far germogliare.

Così è appunto la nostra pratica religiosa: facciamo la comu­nione eucaristica proprio perché siamo consapevoli che l’amore in noi è imperfetto e ci comunichiamo con quel corpo sapendo che la nostra capacità di amare resterà imperfetta; sediamo in zazen pro­prio perché siamo consapevoli che la nostra mente vaga fuori dal­l’autenticità e stiamo lì in zazen sapendo che quando ci alzeremo la mente divagherà ancora. Quando questa imperfezione non distur­berà più la nostra pratica, proprio mentre continuamente la stimola verso la perfezione, noi siamo entrati nell’anticamera della perfe­zione. Infatti una mamma ama i figli proprio perché non si lascia sco­raggiare dalla sua imperfezione, ma la sua imperfezione la stimola ad amare di più. Una tale imperfezione è perfetta, è risorta.

Col cuore della risurrezione compiamo ogni giorno i nostri do­veri sociali e le nostre pratiche religiose. Saranno tutte cose imper­fette, perché disturbate dalla nostra mente non innocente. Conti­nuiamo ciononostante e affidiamo la rimunerazione al giorno della risurrezione dei giusti che si attua nel morire ai nostri calcoli. Questa costanza è amore perfetto; e per di più è umile.

p.Luciano

* Un posto vuoto

INel Tenzo Kyokun [La cucina scuola della Via], il libro scritto da Doghen per insegnare le regole e il comportamento che il cuoco deve tenere nella cucina della comunità monastica, troviamo questa frase:

«Ciò che trova la sua adeguata sistemazione in alto, va riposto in alto; ciò che si trova al proprio posto in basso, va riposto in basso: un posto alto per ciò che sta bene in alto, un posto basso per ciò che sta bene in basso».

Sembra una banalità, ma è una regola semplice che quando non viene applicata produce molto disordine, in cucina come altrove. Stare al proprio posto è un elemento essenziale per rendere la pro­pria vita armonica con le persone e le cose che ci sono vicino e at­torno: e questo tipo di armonia è a sua volta una condizione fonda­mentale che qualifica in senso religioso la vita di un individuo. La confusione e l’agitazione che derivano dal non stare al proprio po­sto, dal non trovarlo, sono causa di grande sofferenza: sofferenza in­teriore, perché la mancanza di stabilità dà un senso di insicurezza e di precarietà, e sofferenza esteriore, perché questa mancanza di equilibrio sì riverbera su ciò che ci circonda. Il problema consiste nel fatto che ci si interroga chiedendosi: quale sarà mai il mio posto? Im­postando in questo modo la domanda, cioè mettendosi al centro della domanda, è del tutto naturale che si comincia cercare un po­sto migliore, che si voglia un posto soddisfacente, che si guardi al posto che altri occupano e lo si voglia per sé. Comincio così a sgomitare e a competere per un posto che ritengo, del tutto arbitraria­mente, fatto apposta per me: salvo poi, una volta ottenutolo, accor­germi che somiglia poco a come lo vedevo da fuori, e ricominciare a darmi da fare per cercare il posto adatto. Così si intasano i cosid­detti primi posti, restano vuoti i cosiddetti ultimi posti, finché arriva qualcuno con una sua idea di ordine a ripartire i posti a modo suo, magari con la forza.

Tanto il brano di Vangelo che il testo Zen che ho citato ci indi­cano invece un’ottica diversa: innanzitutto affermano la grandissima importanza che ha il posto che uno occupa, per cui non è vero che un posto vale l’altro: ogni cosa, ogni persona ha un posto che gli com­pete, che è quello adatto. Però trovare il proprio posto, andare al proprio posto, non significa semplicemente andare dietro alle pro­prie fantasie e immaginazioni su come deve essere il posto adatto a me. La cosa è molto più complessa, nel senso che è il complesso delle cose che mi indica il posto, e non solo la mia predilezione. Devo spostare l’attenzione, il punto di osservazione da me stesso al posto, all’insieme degli elementi che determinano un posto. Il brano del Vangelo ci dice che se ci mettiamo in un posto che non è ambito da altri, allora poi troveremo naturalmente la via per il posto che ci compete nell’insieme di una realtà stabilizzata: se invece corriamo dietro alle ambizioni e alle aspettative, mentre ancora la realtà è in movimento, finiremo nel posto sbagliato da cui qualcuno o qualcosa ci caccerà. Il testo di Doghen ci dice che la qualità di un posto non consiste nell’essere elevato o basso, ma nel fatto che in quel posto, basso o elevato che sia, io trovi la mia stabilità. Allora quel posto è il mio posto, ed è il migliore dei posti. 11 posto qualifica me, io quali­fico il posto in un rapporto di totale reciprocità: io e il posto che. oc­cupo ci caratterizziamo a vicenda. Nella storia dell’umanità, generi­camente parlando, le civiltà più attive e inventive, sia sul piano del progresso tecnico che sul piano dello sviluppo del pensiero, sono quelle cresciute in posti relativamente ostici, mentre i posti teorica­mente più favorevoli agli insediamenti umani hanno prodotto civiltà più indolenti. Nel deserto, dal deserto, sono sorte grandi civiltà, grandi religioni: accettando la sua storia, che lo ha portato nel de­serto, l’uomo ha trovato nel deserto la propria stabilità, assumen­done i caratteri, e ha poi riversato sul deserto il proprio carattere, fa­cendolo fiorire.

Traspare, dalle parole di Gesù e di Doghen, la necessità di uno spazio vuoto in cui sostare. L’ultimo posto evangelico è certo un po­sto vacante, perché tutti si accalcano in prima fila; il posto in cui ri­porre una pentola è certo un posto vuoto, altrimenti non ci sarebbe lo spazio. Dall’occupare un posto vuoto dipende l’ordine dell’in­sieme delle cose e quindi il riconoscimento del proprio posto in una visione d’insieme. Ciò vale anche per la nostra interiorità: se ab­biano l’umiltà di metterci all’ultimo posto nella fila delle nostre am­bizioni, in quel posto lasciato vuoto, svuotato delle nostre aspetta­tive, e lì sostare, allora è possibile che nella sala del banchetto che è in noi, ogni invitato, ogni elemento occupi il posto giusto; è possibile che nella cucina della nostra vita ogni attrezzo sia là dove deve es­sere, pulito e pronto all’uso.

Jiso

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