ven 7 Set 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

La via e la sua croce

Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con venti­mila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasce­ria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

* Il comando di odiare!

Il Vangelo di questa domenica è troppo rivoluzionario! La prima reazione che ci suscita è quella di rabbonirlo, diluendone la severità. Come può il Figlio di Dio, quel Gesù che noi ammirariamo bambino in braccio alla sua giovane Madre nella capanna di Betlemme, op­pure esanime deposto dalla croce sulle ginocchia della stessa Madre addolorata, aver affermato: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo»? Al massimo potremmo accettare che abbia detto: se uno ama suo padre, sua madre… più di me non può essere mio discepolo. Ma quel: se non odia suo padre, sua madre per noi è troppo, è di scandalo.

Noi usiamo abitualmente l’espressione la via della croce per indi­care sia il tragitto doloroso percorso da Gesù portando la croce, sia la storia di ogni uomo segnata dalla sofferenza. Ma è più giusto, ha più senso invertire l’espressione e dire la croce della via. Infatti non esiste via che in se stessa non comporti la croce. Non c’è via senza la croce. La croce fu di Cristo, come è di ciascuno di noi. La croce è in­separabile dalla Via.

«Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo». La croce che Cristo porta non è anzitutto la conseguenza del peccato di Giuda, o dei sommi sacerdoti, o di Pi­lato, o nostri. Cristo porta la croce non perché noi siamo peccatori; ma perché conviene intimamente al suo cuore. La croce non è la conseguenza del nostro peccato che si abbatte su Cristo; è invece la conseguenza del suo amore che si abbatte sul nostro peccato. La croce non consegue dal peccato, ma dall’amore. Davanti alla croce, chi ama l’abbraccia; chi non ama fugge! Se la croce è odiabile, sotto a quell’odio c’è un valico che conduce all’amore.

«Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può es­sere mio discepolo». Cristo è chiamato il Logos, perché è la custodia del pensiero originario in cui Dio ha creato tutte le cose esistenti. Se­guire Cristo altro non è che pellegrinare al pensiero originario di Dio su di sé: quindi al proprio sé originario prima che l’egoismo lo inquini. A quel sé si giunge, afferma il Vangelo, portando la croce ogni giorno. Discorso della croce che sembra l’opposto di lieta noti­zia o di buona novella come è il significato etimologico di Vangelo! Ma discorso che è Vangelo autentico! Infatti la croce che ogni uomo porta non è un’altra da quella portata da Cristo e dall’universo in­tero. Tante denominazioni religiose promettono ai loro fedeli solo cose felici e grande fortuna. Gesù indica invece la croce. Gli dob­biamo tanta riconoscenza per aver sfidato l’impopolarità, piuttosto che mentire. La vita comporta la croce; la gioia attraversa la croce, perché la vera gioia è quella che abbraccia tutto e tutti.

Il dolore, ha insegnato Budda, è procurato dall’attaccamento. Anche l’uomo più perfetto, per lo meno è attaccato a una cosa che proprio non vuole mollare! Pur di non rinunciare a quella cosa, cede al compromesso. Per starsene tranquillo nel compromesso, offusca la memoria della sua immagine divina per dimenticarla. Il richiamo del suo sé originario gli diviene nemico. Non reggendosi sulle sue gambe, sente il bisogno delle stampelle; stampelle che consistono so­prattutto nell’appoggiarsi sugli altri. Attaccato a sé, finisce per ap­poggiarsi agli altri e lasciarsi da loro condizionare. I rapporti con gli altri assumono così l’importanza errata di sostituire la propria spina dorsale: sono rapporti con i genitori, con la comparte del matrimonio, con i figli, con il lavoro, con gli amici del divertimento; perfino con se stesso: un se stesso diluito nell’ambiguità. Chi non ha venduto tutto per seguire Cristo si trascina dietro le cose a cui è attaccato e solleva un gran polverone! Com’è pesante seguire Cristo, se non si è liberi di tutto! Com’è pesante la croce, se a quella croce sono invi­schiate le cose che non vogliamo offrire! Sulla croce si sale nudi e al­lora si mette in moto la risurrezione. Quando uno porta la croce avendo dato tutto, mentre porta la croce, la croce porta lui. Questa è la croce della Via!

Il Vangelo di odiare le persone care ci risuona comunque come osceno e scandaloso. Però non scartiamolo; anzi, teniamolo lì da­vanti agli occhi. Verrà il giorno in cui comprenderemo che quel grande affetto che presumevamo di avere verso i nostri, forse, dopo tutto, era sfiducia in noi stessi e sfiducia negli altri. I nostri cari che presumevamo di amare così tanto, altro non erano che oggetti sosti­tutivi e illusori. Ma allora il verbo odiare non è più così scandaloso!

Voglio qui citare una poesia di Kalhil Gibran, l’«Arciere»:

«I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per se stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi. E benché vivano con voi non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i loro propri pensieri.
Potete dar ricetto ai loro corpi ma non alle loro anime, poiché le loro anime dimorano nelle case del domani, che neppure in sogno vi è concesso di visitare. Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercate di rendere essi simili a voi,
poiché la vita non va mai indietro né indugia con l’ieri. Voi siete gli archi
da cui i vostri figli come frecce vive sono scoccate. L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi piega e vi flette con la sua forza
perché le sue frecce vadano veloci e lontane. Fate che sia gioioso e lieto questo
vostro essere piegati dalla mano dell’Arciere: poiché come ama la freccia che scaglia,
così Egli ama anche l’arco che è saldo».
Kalhil GIBRAN, Il profeta, Newton, 29.

p.Luciano

* Morire da vivi

Non è una brezza gentile quella che spira dalle parole che oggi il Vangelo pronunzia. E’ un vento impetuoso, che scardina tutti i ripari dietro i quali ci piacerebbe rifugiarci. Restiamo lì, nudi e soli, e non dobbiamo fare troppa resistenza, perché altrimenti la forza del vento ci getterà a terra. Ma la nostra reazione comune, di fronte a questo soffio di burrasca, è quella di schivarlo. Siamo a disagio, di fronte a questo invito a odiare pronunziato dal maestro dell’amore, ed è pro­prio questo cortocircuito, questa contraddizione fra il comanda­mento dell’amore e l’invito esplicito a odiare che genera quel vento terribile che non vorremmo sentir soffiare. Allora cerchiamo un rifu­gio, un riparo. Diciamo a noi stessi che questo imperativo a odiare coloro verso i quali nutriamo più affetto, non è rivolto a noi, che siamo semplici, normali esseri umani, privi dell’eroismo dei santi. Quell’invito, quel comando tremendo, è per gli eroi della fede, per gli eletti che dedicano la loro vita alla religione, per i professionisti del cammino religioso. Non è per noi comuni mortali questo messag­gio così duro: per noi ci deve essere una via più morbida.

Eppure… anche questo rifugio non regge alle parole del Van­gelo: che anzi esordisce proprio mettendo in crisi quel nostro ragio­namento: «…siccome molta gente andava con lui…». Non è un di­scorso agli apostoli, ai discepoli intimi ed eletti: è un discorso alla folla. Stimolato dalla presenza di una folla. Gesù è spesso stimolato a parlare dalla presenza della folla: e dalle sue parole noi compren­diamo che tipo di gente ha di fronte. A volte sono le folle dei biso­gnosi, che commuovono Gesù perché egli vede il loro bisogno. A volte sono le folle degli increduli, che nulla smuove dalla propria vi­sione, e Gesù le rimprovera per la loro durezza d’animo. Adesso, in­vece, la molta gente che andava con lui ci appare, dal modo in cui Gesù la apostrofa, gente tranquilla, che ha dalla vita quanto le serve per vivere, e vuole soddisfare anche le esigenze dello spirito, seguire il grande maestro, trarre qualche beneficio da questa esperienza ele­vata. È gente per cui la religione è la ciliegina sulla torta: gente per bene, ricca di buoni sentimenti, che certo non fa del male a nessuno: ma crede che la via, il cammino religioso, sia qualcosa da aggiungere alla propria vita, per renderla più serena, più buona, più spirituale. Crede che lo scopo della religione sia volersi più bene, essere più fe­lici, aggiungere virtù alla propria esistenza. Oggigiorno questa gente, la stessa gente, va ai ritiri spirituali, segue i maestri, ascolta gli inse­gnamenti illuminati, ed è contenta, e si accontenta. Poi torna a casa, con nella valigetta un merito in più. Siamo forse noi, quella gente?

Gesù si voltò: e si alzò, a raffica, il vento. Come è diverso da quei maestri che si beano della quantità di discepoli, della presenza delle eco folle! Che diluiscono nel miele i loro insegnamenti, che vogliono far diventare buoni i propri discepoli. Qui non c’è alcuna preoccupa­zione di trattenere le persone indorando la pillola: vadano pure via tutti, ma nella via non ci può essere inganno. Se il primo passo è sba­gliato, tutti i passi a seguire saranno nella direzione errata. Se non si dice la verità da subito, a ciascuno, dopo non ci sarà più il tempo per dirla. Per seguire la via che ha come comandamento supremo l’a­more senza confini, bisogna odiare coloro che amiamo. Per seguire la via, che è trovare se stessi, bisogna odiare se stessi. Per seguire la via, che è libertà completa, bisogna portare la propria croce su di sé. Questo, Gesù non lo sussurra all’orecchio del suo discepolo più pro­mettente, ma lo grida alla folla che lo segue in adorazione. Lo dice a me, a te, a tutti. Ci mette in guardia, fin dal primo momento.

Diciamo sempre che la via è un cammino che ha per meta se stessa. È vero: ma stiamo attenti che anche questo non diventi uno slogan, un paravento dietro cui celarci, un riparo dal vento. La via è anche progetto, è anche realizzazione: non è statica, è in continuo di­namismo, ma è, non di meno, realizzazione. Le buone intenzioni non bastano: ci vogliono anche i risultati. I risultati si ottengono a prezzo di un costo. Per questo è importante studiare la via, sapere a quali costi si va incontro. Se pensiamo di non volerli o poterli pagare, è meglio rinunciare fin dall’inizio. Ma attenzione: il prezzo non è qual­cosa che qualcuno può pagare, perché ne ha i mezzi, e qualcuno no, perché ne è sprovvisto. Il prezzo è alla portata di chiunque, perché è, né più né meno, rinunziare a tutti gli averi. Questo è l’unico requisito richiesto: smettere ogni alibi, a cominciare da quelli mascherati d’a­more, e staccarsi da tutto e da tutti, dai propri cari come dall’idea di sé. Ecco la vera croce che nessuno può portare al mio posto. Croce reale, sulla quale comunque un giorno mi toccherà salire. Gesù ci in­vita a morire, ora, prima che la morte arrivi, perché non c’è altra via per risorgere. Morire finché si è vivi: in fondo l’esperienza del cam­mino religioso è tutta qui. Perché se aspettiamo di morire da morti, godendoci finché siamo vivi il tepore degli affetti e i piaceri della vita, vuol dire che limitiamo la vita alla breve parabola della nostra esistenza: visione angusta ed egocentrica, destinata a perire con noi. In quest’ottica anche il sapore del piacere ha un che di amaro, come di qualcosa che scivola via irreversibile, verso l’esaurimento: ogni at­timo vissuto non è che un attimo di vita in meno. E’ la vita che uccide tutto, inesorabilmente. Invece, morendo ora, abbandonando la presa su tutto, su di me e su di te, non resta che la vita a sostenere la vita: qui si consuma il mistero della morte che non uccide, il luogo dove divento discepolo e fratello di Gesù.

Jiso

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