ven 19 Ott 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Giorno e notte

«Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stan­carsi: «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che an­dava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia pron­tamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

* La vita che diventa domanda

Il Vangelo di oggi ci testimonia la grande forza che la preghiera contiene quando è la vita a suscitarla. La preghiera sta alla vita come il respiro. La vita c’è perché esiste il respiro e il respiro c’è perché esiste la vita. Così la vita genera la preghiera e questa alimenta la vita. «Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi».

Nei monasteri cristiani i monaci ogni giorno dedicano alcune ore alla preghiera recitata o cantata. Anche se il paragone non è del tutto esatto, grosso modo è lecito affermare che la Chiesa cristiana ha dato alla preghiera vocale quella centralità che lo Zen ha dato alla pratica del silenzio nello zazen. Verrebbe quasi da concludere che la preghiera è la pratica cristiana per eccellenza e il silenzio, lo’ zazen, è quella dello Zen. Stando così le cose, potrebbe il cristiano accontentarsi solo della sua preghiera e il praticante dello Zen solo del suo zazen. Questa spaccatura ha reso ambiguo il cammino reli­gioso di molti, perché lascia la scelta religiosa in balìa dei fattori cul­turali: agli occidentali, che amano la parola, lascia la via della parola e agli orientali, che amano il silenzio, lascia la via del silenzio. In questo modo ciascuno rimane nel suo piccolo mondo e non si apre all’universale.

La preghiera che Cristo ci indica non è soltanto la preghiera vo­cale della nostra tradizione occidentale. È invece la preghiera che nasce dalla silenziosa pregnanza della vita vissuta appieno nel na­scondimento. Mai Cristo dice: silenzio, perché comincia la pre­ghiera! Oppure: Facciamoci il segno della croce, perché comincia la preghiera! La preghiera che si atteggia a preghiera è una recita; la vera preghiera nasce dall’esigenza della vita. Una parabola del Van­gelo (Le 11,5-8) ci indica il vero atteggiamento della preghiera nel­l’uomo che ha bisogno di un pezzo di pane da dare all’ospite che gli ha fatto visita all’improvviso, e per di più nottetempo. Nessun pro­gramma prestabilito, nessun appuntamento fissato per pregare: non è affatto la riunione di un cosiddetto gruppo di preghiera. Può anche avvenire che si inviti un musicista o un cantante a pagamento, il quale non ha alcuna disponibilità a pregare. Questo avviene spesso nella celebrazione dei matrimoni in chiesa: una sorta di teatro. Nelle parabole del Vangelo la protagonista della preghiera è soltanto la vita colle sue esigenze.

L’uomo, spinto dall’esigenza di dare un pane all’amico arrivato di notte, andò a svegliare un suo vicino per chiedergli quanto gli oc­correva. La vedova, spinta dall’oppressione ingiusta dei suoi av­versari, fino alla molestia bussò alla porta del giudice che non te­meva né Dio né gli uomini, per ricevere giustizia. Non è l’uomo pio che prega, ma quello che vive la vita affrontando tutte le sue sfide. Chi vuole insegnare la preghiera ai bambini non deve far imparare a memoria delle formule; piuttosto deve insegnare ad affrontare la vita con serietà. La vita vissuta seriamente esige e suscita la preghiera. Gesù non aveva insegnato ai discepoli a pregare, ma soleva pregare da solo sul monte. «Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore insegnaci a pre­gare» (Le 11,1). Gesù non aveva insegnato a pregare, ma con il suo esempio suscitò la domanda della preghiera. La preghiera si tra­smette così: da vita che prega a vita che si apre alla preghiera. I figli, vedendo i genitori che la sera, dopo aver terminato i loro doveri, forse stanchi, si fermano in preghiera, imparano da loro a pregare; come durante il giorno, vedendoli al lavoro, imparano a lavorare.

«Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?». Le nostre preghiere restano inesaudite perché sono pii desideri di un momento; sono velleità non gravide della serietà della vita. Se lo fossero, grideremmo giorno e notte.

Viviamo la vita con dedizione e la vita ci farà gridare la nostra preghiera. Avrà la potenza della voce dell’uomo che sveglia il suo amico perché gli dia un pane per l’ospite arrivato improvvisamente; oppure della vedova che chiede giustizia. L’amico da svegliare è Dio che abita dentro di noi. Dio è sempre sveglio, ma la sua grazia opera quando chi prega, svegliando Dio, sveglia se stesso.

p.Luciano

* Senza risposta

La parabola che il Vangelo oggi ci narra sembra fatta apposta per mettere in crisi qualcosa che ripetiamo sempre: che la pratica re­ligiosa deve essere, in un certo senso, fine a se stessa. Nel senso, cioè, che deve contenere il suo scopo e non rimandarlo a un di là da venire che noi proiettiamo artificiosamente sulla base delle nostre aspetta­tive, delle nostre speranze, dei nostri sogni ad occhi aperti… Qui in­vece pare che ci troviamo piombati in mezzo a un discorso che non potrebbe essere più utilitaristico: la preghiera sembra essere parago­nata a un mezzo per fiaccare la pazienza di qualcuno che non avrebbe alcuna intenzione di darci retta, e che si rassegna a esaudire le nostre legittime richieste pur di far tacere la nostra insopportabile petulanza. E poi c’è chi dice che Gesù era uno che non rideva mai e prendeva sempre tutto sul serio: ma questo paragone fra Dio e un giudice senza timor di Dio, che non vuole essere importunato, mi pare segno di uno spirito fine e ricco di ironia, di cui son poveri, in­vece, la maggior parte dei religiosi di professione. È anche segno di un’intimità con Dio tale da usarlo in un paragone alquanto bla­sfemo: e questo dice il rapporto di Dio con la realtà, con tutta la realtà, anche quella blasfema.

Comunque, questa parabola ci mette in crisi, perché sembra avallare una concezione di preghiera come mezzo per ottenere uno scopo, e noi abbiamo sempre sostenuto che così non è. Questo ci fa bene, perché ci impedisce di nasconderci dietro a delle affermazioni apodittiche, ci costringe a verificare se la nostra affermazione è un nascondiglio dietro al quale ci rifugiamo o una convinzione che rin­noviamo volta per volta alla luce della fede e dell’esperienza.

Gesù ci dice che dobbiamo pregare con passione, senza sosta e con tutta la nostra energia, come il bisognoso che chiede giustizia, a buon diritto, a colui che dovrebbe rendergli giustizia, ma che invece non ci vuole sentire. Se la nostra preghiera, se la nostra pratica non è animata da quel fuoco, se è molle o rassegnata, non è preghiera, non è vera pratica. Nello Zen si dice che fare zazen è come ingoiare una palla di fuoco, e tenerla accesa dentro la pancia: altro che tecnica di rilassamento, altro che stati beatifici di meditazione! La preghiera, la pratica, deve ridestare in noi la passione sopita: deve, per usare un’e­spressione figurata, convogliare i rivoletti delle varie passioni par­ziali, che a volte scompaginano la nostra vita, in un unico fiume di fuoco che brucia tutt’insieme e accende tutta la nostra vita. Anche Dio allora si accende del fuoco che suscita.

Un monaco viveva già da alcuni anni in un monastero, ma non aveva mai domandato nulla all’abate circa il modo giusto di seguire la Via. Un giorno l’abate gli chiese come mai, e il monaco rispose che non aveva bisogno di indicazioni, perché aveva già compreso tutto con il suo precedente maestro: anni prima gli aveva chiesto quale fosse l’essenza della Via, e il maestro aveva detto: «II fuoco va in cerca del fuoco». Forte di quell’indicazione il monaco conti­nuava la sua pratica senza cercare altro. L’abate sorrise, e disse che quell’espressione era eccellente, ma che dubitava che il giovane mo­naco l’avesse compresa. L’altro si offese e disse: «Il fuoco è in me, e andare in cerca del fuoco pur possedendo il fuoco è come cercare se stessi pur essendo già se stessi: per questo io non ricerco più nulla». L’abate allora disse: «È come immaginavo: non hai capito nulla. Se fosse come dici, l’insegnamento di Budda sarebbe ormai andato perduto». Il monaco, offesissimo, se ne andò immediatamente dal monastero; ma, strada facendo, lo colse il dubbio, si fermò, tornò indietro. Si ripresentò umilmente, si scusò con l’abate e gli chiese: «Qual è l’essenza della Via?». L’abate rispose: «Il fuoco va in cerca del fuoco». Allora, per la prima volta, il monaco comprese.[1]

Tenere acceso il fuoco con il fuoco che già brucia in noi: questo è la pratica, la preghiera continua. Così è la giustizia agli occhi di Dio. Ecco perché Gesù riaccende il fuoco con la domanda che è senza ri­sposta, per concludere il suo discorso sulla preghiera: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Non dobbiamo cercare di rispondere a questa domanda, dobbiamo tenerla viva, an­che se brucia, proprio perché brucia. Tenendo viva quella domanda, teniamo in vita noi stessi.

Jiso

[1] DOGHEN, Il cammino religioso, Marietti, 55.

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