sab 6 Ott 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Divina inutilità

«Gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascoltereb­be. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si ri­terrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevu­ti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordi­nato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

* Onnipotenti e inutili

Il Vangelo di questa domenica mette l’uomo di fronte a un di­lemma che intreccia la sua esistenza. E proprio questo stesso di­lemma diviene Vangelo. Dichiara: Oh uomo! Tu sei onnipotente: se hai un granellino di fede ottieni ciò che vuoi. Ancora: Oh uomo! Tu sei inutile: ottenuto tutto, hai fatto né più né meno ciò che devi. On­nipotente e inutile assieme!

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«Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolte­rebbe». Nella fede l’uomo sogna e attua ciò che sogna. Si dischiude oltre i suoi limiti, mentre li accetta cordialmente. La fede infatti è la manifestazione della potenza divina insita nel limite dell’uomo. Si può dire che la fede è la strada di ritorno della creazione verso il Creatore. Quando Dio crea fa abitare l’idea perfetta dell’uomo e delle cose, che egli da sempre custodisce nel suo cuore, dentro il li­mite di questo o di quell’uomo, di questa o di quella cosa. Soffia il suo alito sul fango e il fango diviene l’uomo vivente. Dio sacrifica la perfezione delle sue idee, preferendo dare loro l’umile forma dell’esi­stenza. Dio crea, perché non vive compiaciuto della sua intoccabilità. Dio è amore! Come Dio, creando, racchiude ciò che è senza limite den­tro il limite; così l’uomo, nella fede, dischiude ciò che è limitato nell’illi­mitato. Dalla valle del suo limite scala la montagna della sua natura di­vina. La creazione è la via di Dio, la fede quella dell’uomo. La creazio­ne manifesta l’onnipotenza di Dio; la fede quella dell’uomo.

Senza la fede l’uomo prende paura dei suoi limiti e si autodi­chiara impotente verso gli ideali che professa. Dice di desiderarli e poi, lui stesso, afferma che sono difficili e irraggiungibili. Proclama difficile e irraggiungibile ciò che professa di desiderare ardente­mente. Si fa vittima del suo stesso desiderio. Il Vangelo è quella pa­rola dirompente che sveglia la fede; e la fede svegliata sveglia l’auda­cia. Con l’audacia della fede l’uomo chiede così intensamente che ciò che chiede si attua.

L’uomo onnipotente nella fede è il servo inutile, afferma il Van­gelo. Onnipotente e inutile assieme, simili a Dio che tutto opera in perfetta gratuità. Gratuità e inutilità comunicano. «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Servi inutili sono i genitori quando, dopo decenni di fatiche, danno l’addio ai figli che partono da casa per seguire la loro via. I figli ritorneranno qualche anno dopo a chiedere ai genitori diventati nonni di badare ai nipo­tini. Serva inutile è la Chiesa nei suoi ministri quando, dopo aver contribuito alla formazione degli individui, rispetta il loro cammino autonomo di laici. Serva inutile è la natura tutta, quando, dopo aver dato i suoi frutti, si ritira nel letargo invernale. Servo inutile è Cristo che, vero maestro, ritorna al Padre affinché i discepoli compiano la loro parte: «Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). I discepoli comu­nicheranno direttamente col Padre: «In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso vi ama» (Gv 16,26-27). Morendo sulla croce altro non fa che eseguire la volontà del Padre e adempiere le Scritture: fa il suo do­vere! Inutile è soprattutto. Dio: ovunque presente, ovunque ope­rante, ma sempre invisibile. Dio abita nella parte più intima delle cose, come conviene a chi serve. Quando l’uomo segue i suoi ca­pricci, Dio ritira il suo volto e lo lascia a tu per tu con le conseguenze del suo peccato, fino al momento in cui si converte e ricorre a lui. Dio infatti — insegna il Vangelo — non esiste per se stesso, ma per il regno di Dio, ragione ultima di tutto ciò che esiste, eschaton univer­sale. «In verità vi dico, [il padrone, Dio] si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,27).

Servo inutile sono io, sei tu, è lui, è lei, è ogni uomo. Basta guar­dare il cielo stellato e chiedersi che significato ha la nostra esistenza, computabile in alcune decine di anni, di fronte alle miriadi di stelle dai miliardi e miliardi di anni. Esse ci ignorano. Eppure noi siamo qui, con nel cuore la fede che ci rende onnipotenti! Onnipotenti e così piccoli. Ma questo è il segreto della gioia. Dovremmo chiedere ai fiorellini che sbocciano sulla montagna rocciosa, dove nessuno an­drà a vederli, il perché del loro esistere. Inutili, eppure così veri!

p.Luciano

* Il metro oltre misura

Le parole del Vangelo ci colgono in pieno, perché mettono a nudo una contraddizione insita nel nostro modo di pensare. Chi di noi, come persona religiosa, non si identifica nel padre dell’epilettico quando rivolge al Signore quella preghiera e chi non la fa propria? «Aumenta la mia fede!». Questa ci appare la richiesta più disinteres­sata, più sincera, più profondamente religiosa. Non sto chiedendo benefici, non sto domandando la pace interiore o la felicità per me: chiedo semplicemente di aver più fede di quanta me ne trovo nel cuore e nei miei atteggiamenti, per poter affrontare la vita aderendo in modo più autentico alla volontà di Dio. Mi rendo conto che senza la fede, che è credere quando non vedo, non ci può essere conver­sione, e che solo la fede mi può attirare verso il regno di Dio; mi rendo conto della mia debolezza e fragilità, della inadeguatezza della mia fede: e allora sorge spontanea dal cuore la preghiera di avere più fede. Mi attenderei, in risposta, la comprensione benevola di Cristo: in fondo non chiedo che di aumentare la potenzialità dello strumento che mi permette di seguire il suo insegnamento.

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Così ragionando dimostro soltanto di trattare la fede come merce comune. Dimostro di credere di sapere che cosa è la fede. La voglio tirare dentro, nell’ambito delle mie valutazioni e dei miei strumenti, in modo da poter applicare a essa le mie categorie. La ri­sposta di Gesù mi dice invece che la fede è intangibile. Mi dice che la fede non è soggetta ad aumenti o diminuzioni, non cresce né decre­sce, non ha niente a che fare col mondo delle quantità. La fede è quel tutt’altro assolutamente incondizionato da qualunque categoria, definizione, limite, valutazione. Se ne può parlare solo come ne parla Gesù, dicendo: se aveste un microscopico granellino di fede sa­preste che quel granellino è tutta la fede che regge l’universo! Se ascoltassimo con fede le parole di Gesù, sapremmo che fede non vuol dire credere in questo o in quello, non significa superare il dubbio, non sta a indicare una monolitica credenza. Fede è il salto nel­l’assoluto: non è né piccola né grande, né lunga né corta, né tanta né poca. Fede è il salto nell’assoluto che si fa restando qui dove sono. Restando: deponendo cioè tutto quanto, e lasciandomi inondare dal­l’essere che è la forma concreta della fede. Io sono quel gelso sradi­cato dalle sue illusioni e trapiantato qui, nel mare sconfinato del mio esistere. Dove altro devo chiedere di andare, che senso ha doman­dare che aumenti la profondità dell’oceano?

Il metro con cui misurare le parole di Gesù è incommensurabile: eppure è un metro. Il fatto che non sia un metro comune, che va da qui a là e poi finisce, ma un metro oltre misura, non significa che sia aleatorio e indeterminato, che non sia un metro preciso per misu­rare. Anzi, è il metro che arriva ovunque, lungo quando serve lungo, corto quando serve corto. Quel metro coincide con la mia vita, non ne lascia fuori neppure un millimetro. Però non è lungo o corto se­condo il mio capriccio, secondo la mia valutazione: è il metro che ri­mette le cose al loro posto. Il criterio di quel metro è: «Siamo servi inutili».

Quando chiedo che la mia fede sia aumentata, è perché sento di aver bisogno o di meritare più fede. Proprio così dimostro di non aver fede: se dessi a fede il valore che ha, saprei che, ovunque io sia, lì sono esattamente al posto che mi compete, dove la mia vita mi ha portato, dove la mia vita, che è il campo della fede, si manifesta ed esprime. Essere servo qui, dove mi trovo ora, vuol dire dar forma alla fede nella mia vita. Essere inutile vuol dire fare quanto dove­vamo fare. Né più, né meno. Nessun merito in questo, nessun deme­rito. Che liberazione, in questo mondo dove l’utile è la pietra di pa­ragone! Però è bene fermarsi su questa parola: inutile, molto dura, anche nella lingua greca in cui il Vangelo ci è giunto: «akreios» vuol dire inutile, che non serve a nulla, da nulla. Vediamo meglio l’etimo­logia: è la negazione della parola «kreia» che significa uso, utilità, guadagno, e anche occupazione, faccenda, opera. Deriva dal verbo «kraomai» che significa usare, nel senso più esteso del termine. Un servo inutile: un servo che non ricerca alcuna utilità, alcun guada­gno, che non usa il proprio essere servo per nessuno scopo che non sia essere quello che è. Anche una montagna, anche il mare e l’im­menso cielo sono servi inutili. Un servo inutile: se mi sento sminuito da questa definizione, se penso di essere servo, sì, ma non inutile, perché faccio tanto, o vorrei fare tanto, per il bene, di tante altre per­sone e mio, e quindi sono utile, o vorrei esserlo, a un disegno di bene, ho ancora un’idea distorta di cosa sia la fede. Un servo inutile è un servo libero: non è schiavo dell’idea di servizio, non ha nulla da guadagnare. Quando sediamo in zazen, siamo servi inutili. Anzi, lo zazen è il servo inutile della fede: sedendomi in zazen, io mi rivesto di quel manto del povero.

«Oh discepolo, guarda! La fisionomia di ogni cosa è l’infinito: non è il nascere, né il perire, non l’inquinare, né il purificare, non il cre­scere, né il diminuire. [ … ] davvero! Nulla è da guadagnare, perciò, l’uomo della Via, siccome riveste il comportamento di perfetta sa­pienza, il suo cuore non è ostruito. Siccome il suo cuore non è ostruito, non c’è l’aver paura. Tiene lontano ogni suggestione che capovolge. Ecco la soglia del nirvana!».

Jiso

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