dom 25 Nov 2007 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

(secondo la liturgia Lc 23,35-43)

Regale posto a tavola

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«Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua, e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo. Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici. Ed egli andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani. Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro. Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla. Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare». Gli chiesero: «Dove vuoi che la prepariamo». Ed egli rispose: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’é la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, ore, grande e addobbata; là preparate». Essi andarono e trovarono tutto come aveva detto e prepararono la Pasqua. Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio – E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio». Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». «Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, se­condo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser consi­derato il più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e co­loro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così, ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.».

* A tavola

ILa domenica che conclude l’anno liturgico è dedicata alla rega­lità di Cristo. Il Vangelo scelto dalla liturgia è la pagina che descrive la crocifissione, Vangelo senz’altro molto adatto per indicare di quale regalità Cristo è portatore. Tuttavia, siccome lo stesso Van­gelo è già stato letto e commentato nella domenica che precede la Pasqua, la domenica della Passione, facciamo ora la scelta di pro­porre il Vangelo che narra l’ultima Cena che, non si sa come, non entra a far parte dei brani letti nelle domeniche e nelle feste. Ciono­nostante Vangelo principalissimo, che in Luca è ricco di alcuni parti­colari che mancano nei corrispettivi brani dei Vangeli secondo Matteo e Marco.

Il Vangelo dell’ultima Cena è davvero adatto per celebrare la re­galità di cui Cristo è re: regalità del servizio, regalità di essere un pezzo di pane e un bicchiere di vino per dare al mondo energia e brio. Dopo tutto, l’ascolto del Vangelo e la sequela di Cristo condu­cono lì: a spezzare il pane fra di noi e a far circolare il calice di vino. Noi siamo stupiti soprattutto dal fatto che Gesù dichiara il pane suo corpo e il vino suo sangue: quindi assumiamo verso quel pane e quel vino un atteggiamento di adorazione. Ma se ascoltiamo bene il Van­gelo ci accorgiamo che Cristo con quel gesto non mirava a suscitare la devozione dei discepoli verso di lui, il maestro; bensì si è dato in cibo e bevanda affinché i discepoli, uno a uno, possano percorrere il viaggio della vita con la fortezza che il pane nutre e con l’allegria che il vino profonde. La regalità di Cristo quindi non è significata dal culto e dalla devozione; ma dal servizio e dalla dedizione alla vita. Quando Gesù spezzò il pane e lo distribuì dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi», nessun apostolo si prostrò per adorare. Anzi la vita continuò come prima: gli apostoli si misero a litigare per il primo posto!

Varie parabole del Vangelo presentano il mettersi a tavola come il segno o la scena che indica il regno di Dio. Per sedersi a tavola tutti assieme, anzitutto gli amici si aspettano. Poi ciascuno occupa il suo posto attorno al tavolo; ciascuno con la sua dose di fame; ma è pro­prio la fame che rende allegro il sedere tutti assieme a mensa. La fame chiama tutti a fermarsi dalle proprie attività frenetiche e se­dersi gli uni vicini agli altri attorno al tavolo, in attesa di ricevere il cibo e la bevanda dalla stessa fonte da cui abbiamo ricevuto l’esi­stenza. Per Gesù tutto il senso profondo dell’esistere, del vivere, del morire, tutto è compendiato nel gesto di sedersi a tavola gli uni vicini agli altri. Quella scena manifesta pienamente il regno di Dio. Per questo, la sera dell’ultima Cena, mandò i discepoli a preparare una stanza ampia e ben arredata. Gesù pregava ovunque; ma per quella cena ha voluto una stanza ben preparata. Era l’ultima volta che prendeva posto a tavola con loro e aveva atteso quel momento con tanto ardore. Voleva lasciare quel prendere posto a tavola come l’e­redità della speranza del regno di Dio. Voleva lasciare tutto se stesso, tutto il Vangelo in quel gesto. Quel posto a tavola è il suo trono, la sua regalità.

«Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”». Gesù attende ardentemente l’ora per mettersi a tavola coi suoi discepoli. Attende con ardore il tempo in cui tutti gli amici siano arrivati per mettersi a tavola insieme. Attendere è un altro verbo fondamentale della regalità di Cristo. «“Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E preso un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio”». Con queste parole Gesù rivela la sua volontà di non mangiare la cena della Pasqua, fin­ché la Pasqua, il passaggio dalla schiavitù alla libertà di tutte le crea­ture, non sia completo; rivela di non voler bere il vino finché non venga il regno di Dio. Se rievochiamo l’orrore della fame che ogni giorno miete tante vite umane innocenti, possiamo comprendere di quanta verità e amore siano pregne quelle parole. Per Gesù non c’è festa, se non quando saremo tutti arrivati. Una sbagliata devozione ritiene che ora Gesù si trovi nelle felicità del paradiso, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, con Maria sua Madre, i santi, gli angeli. In­vece Gesù sta compiendo il digiuno da ogni cibo e bevanda in attesa che tutti arrivino. Non può, proprio per la natura di Cristo che è in lui, dimenticare gli altri, perché gli altri sono inseparabili da lui ed egli stesso è inseparabile dagli altri. È veramente una falsa devo­zione quella di pensare che esista un paradiso dove gli eletti sono nella felicità, mentre sulla terra i loro fratelli sono nella tribolazione e altri ancora sono all’inferno. Qualcuno ha pensato che Dio riesca a stare felice in paradiso con i santi, mentre le sue creature sono tor­mentate nell’inferno. Quel dio non è il Padre.

«Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi, fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”». Sono le parole che rievochiamo in ogni celebrazione euca­ristica. Cristo è re perché, attendendo tutti, dà il suo corpo in cibo e il suo sangue in bevanda, affinché tutti, anche i più affaticati e de­pressi, possano ritrovare vigore e fiducia, e così giungere al ban­chetto. Se non arrivano tutti, la festa non è inaugurata.

Così un anno termina e un nuovo anno inizia; non c’è fine nel cammino! Ancora i bambini muoiono di fame! Alziamoci e cor­riamo. Andiamo a preparare il posto per tutti: quando sarà l’ora ci metteremo tutti a tavola e gli ultimi saranno i primi. Amen!

p.Luciano

* L’ultima prima cena

Il resoconto dell’ultima Cena è adatto a concludere l’ascolto del Vangelo domenicale dell’anno, rappresentando anche la premessa e la promessa dell’inizio di un tempo nuovo. «Ho desiderato ardente­mente di mangiare questa Pasqua con voi»: è l’ultima Cena, l’atto conclusivo della predicazione di Gesù. Mettersi a tavola con gli amici, con le persone che nel bene e nel male hanno condiviso un cammino che sta per concludersi è il momento che suggella e ricapi­tola il senso di tutto il percorso, prima della separazione. La Pasqua, memoria del passaggio di Dio, dell’alleanza di Dio con il popolo ebraico, è una festa che si celebra a tavola, perché quell’alleanza è vero nutrimento. Gesù sa che questa è l’ultima volta che siederà a ta­vola con i suoi amici: ma non solo. Quell’ultima occasione diviene la promessa di un nuovo appuntamento, situato in un tempo e in un luogo che è la pienezza del tempo e dello spazio: «non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio […] da questo mo­mento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio». L’ultima Cena di Gesù è l’istituzione della prima eucaristia, e la prima eucaristia è per Gesù anche l’ultima. Quante cose ci rivela questa concomitanza di primo e ultimo! Ci rivela che l’eucaristia si fa una volta sola, perché non è un gesto ripetibile: il nutrimento che il corpo e il sangue di Dio rappresentano si assume una volta per tutte, perché è inesauribile. Ci rivela che ogni volta che si celebra l’eucaristia è la prima e l’ultima volta, è l’ultima volta e la prima: è un gesto unico, prototipo di se stesso, perché ogni volta si consuma fino in fondo senza che nulla avanzi e nulla manchi. Ci rivela che l’eucaristia è un gesto universale, cui tutto prende parte: è nell’euca­ristia che Gesù attende tutti, che ciascuno di noi che vi si accosta si unisce a questa attesa di tutti: infatti non c’è vera eucaristia se non partecipano tutti, perché il regno di Dio non è completo finché tutti non sono nel regno di Dio: non si può separare il regno di Dio da chi è parte del regno di Dio.

La coincidenza di prima e ultima cena ci rivela che nell’eucaristia coincidono perfettamente due visioni, che alla nostra vista appaiono necessariamente non coincidenti: il banchetto, che segna l’avvento del regno di Dio, è rimandato a quando tutti saranno nel regno di Dio: eppure ogni eucaristia è il banchetto che segna l’avvento del re­gno di Dio. Non si può celebrare se tutti non sono presenti: eppure si può celebrare proprio perché sono già tutti presenti, in ognuno che vi si accosta.

La persona della Via, il bodisattva, formula un voto che rac­chiude e genera tutti gli altri voti: il voto di non entrare nel nirvana finché tutto, assolutamente tutto, non entri con lui. Questa attesa è il tempo della Via e la promessa del suo compimento. Ogni volta che sediamo in zazen, rinnoviamo quella promessa e diamo forma a quell’attesa: eppure, sedendo in zazen, varchiamo insieme con tutto la soglia del nirvana.

Nessuno vive per se stesso: in ogni singola vita vive tutta la vita. Queste non sono due verità in antitesi l’una con l’altra, sono i due volti veri dell’unica verità. La prima cena è l’ultima: in essa tutto è contenuto, come nella briciolina di pane tutto il corpo di Dio è in ab­bondanza presente. L’ultima cena è la prima: tutto il corpo di Dio non basta a saziare un’unica bocca, se non diviene pane: c’è sempre bisogno della prossima cena finché c’è una fame da saziare.

Questa è la nuova alleanza: quella che rivela che non ci sono confini, che invitati alla mensa di Dio siamo tutti, e quindi ci sarà sempre un posto vacante finché tutti non saremo seduti, a tavola.

Non è la nuova alleanza perché soppianta la vecchia: è il nuovo modo di comprendere l’eterna alleanza. Se l’alleanza è davvero nuova è nuova sempre: non è nuova nel modo in cui lo sono le cose, che da nuove diventano vecchie. L’al­leanza è nuova perché si rinnova continuamente: le forme dell’alleanza e la nostra comprensione di essa cambiano, cessano di essere quello che erano e, morendo, si rinnovano: è sempre nuova l’al­leanza perché sempre si rinnova.

«Fate questo in memoria di me». Ecco il senso della memoria: ri­cordare che l’alleanza è eterna ed eternamente operante, e far vivere ora il segno che la rinnova. Allora ogni cena non è mai la ripetizione di un copione usato, di un rito obsoleto, ma il nutrimento vivo che rinnova la vita.

Jiso

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