dom 20 Gen 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Voce di uno che grida nel deserto

E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò «Io non sotto il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «lo battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo». Que­sto avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di liti disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è pas­sato avanti, perché era prima di me. lo non lo conoscevo, ma sono ve­nuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. lo non lo co­noscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».

* Il pensiero divino si fa carne: l’agnello, la colomba, la sorella acqua

FFra gli altri ebrei anche un uomo trentenne stava in fila, atten­dendo il proprio turno per essere immerso nel flusso del fiume Gior­dano da Giovanni, detto il Battezzatore. Era un operaio da Nazaret di Galilea, ma Giovanni non lo conosceva. Era semplicemente uno fra i tanti. Ed ecco, come fulminato da un lampo, in quell’uomo che si immergeva nell’acqua Giovanni riconobbe colui che è mandato ad avverare l’antica profezia della liberazione dal peccato. ciò che era stato predetto diviene realtà! Proprio questo divenire reale è lieta notizia. La profezia diviene attraversando le prove che sembrano la sconfitta stessa del divenire: l’immobilità di quando si è inchiodati su una croce e non si riesce a fare un passino in avanti; la morte di quando un progetto in cui si aveva riversato tutto fallisce e con esso muore anche il proprio vigore. Sì, diviene, e la via maestra del dive­nire attraversa il deserto! Come la via di un embrione per diventare bambino è le doglie del pario. Giovanni vide incarnato in Gesù il mi­stero che la profezia diviene attraverso il sacrificio, come viene im­molato l’agnello pasquale. Dunque esclamò: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dei mondo!».

L’esclamazione di Giovanni ha tutte le caratteristiche di un’im­provvisa illuminazione. Sotto questo aspetto differisce da quanto è descritto nel Vangelo di Luca, dove si ha l’impressione che Gio­vanni e Gesù si conoscessero fin dalla loro fanciullezza, perché coe­tanei e figli di madri cugine fra loro. La Bella Giardiniera di Raf­faello e il Tondo Doni di Michelangelo li raffigurano come due fan­ciulli che giocano insieme. Il Vangelo secondo Giovanni ignora queste immaginazioni a noi care, non dando loro importanza, ap­punto perché non sono queste le cose importanti. Anche se Gio­vanni il Battezzatore, figlio di Elisabetta, e Gesù, figlio di Maria, fos­sero stati cugini e avessero giocato assieme, la testimonianza che ora Giovanni dà di Gesù è una vera, illuminazione; ancora più luminosa perché rompe lo scontato della conoscenza secondo la legge del san­gue. «Giovanni rese testimonianza dicendo: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. lo non lo co­noscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».

Solo un occhio molto limpido e un cuore molto semplice sa riconoscere il valore unico che Dio ha riposto in ogni persona, anche in quella che finora abbiamo conosciuto e riconosciuto solo come uno di casa, come un parente di sangue, o un compagno di gioco, o un collega eli lavoro! Ogni persona è depositaria di qualcosa di unico e divino. Creata come un raggio del Verbo, «l’Unigenito dal Padre, pieno di grazia e verità». Giovanni poté vedere, mentre nessun altro si accorse di nulla; nel silenzio e nell’austerità del deserto, l’occhio del suo cuore si era purificato, come l’acqua si purifica nel silenzioso ventre della terra. Così, all’improvviso, riconobbe il Cristo in un giovane trentenne che veniva verso di lui a ricevere il battesimo. Lo ri­conobbe e vide lo Spirito posarsi su di lui.

Sovente noi presentiamo Cristo come qualcuno che già cono­sciamo, come qualcosa che ci appartiene; quasi fosse un parente o un collega, anche se il primo fra tutti. Così s’infiltra la presunzione che anche l’altro debba conoscerlo ricalcando i nostri schemi; il che ci soddisfa, quasi fosse un modo per essere realizzati quali cristiani. Ma Cristo è il Pensiero divino che si fa carne in tutte le situazioni, assu­mendo tutte le forme. percorrendo tutti i sentieri. Cristo è la grazia che salva ogni uomo nella sua specifica situazione. È come l’acqua del fiume che scorre sempre viva, proprio perché non stagna.

La nostra testimonianza potrebbe essere invadente, non lasciando all’altro lo spazio vuoto per incontrare Cristo come Cristo. Senza il vuoto, «l‘Unigenito dal Padre, pieno di grazie e verità», non può risplendere come la stella del mattino nel cielo dell’esperienza umana di ogni persona. Senza il vuoto non c’è lo scorrere dell’acqua; senza il vuoto non c’è la pienezza di grazia e verità.

Forse il nostro parlare del Cristo con tanto zelo dipende da un errore di fondo: quasi fosse Cristo ad aver bisogno di protezione o di glorificazione da parte nostra per risultare credibile: anziché ìl no­stro occhio e la nostra testimonianza avere sempre bisogno di pu­rezza e semplicità. Così ci prodighiamo per lui, anziché convertirci a lui. Il Vangelo, ossia la lieta notizia che stupisce, viene ridotto a schema religioso da proteggere, pesantezza di prescrizioni e dogmi.

Giovanni non lo conosceva: quindi lo riconobbe con stupore. «lo non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua per­ché egli fosse fatto conoscere a Israele». Nella conoscenza della fede non c’è possesso, né appartenenza, né ripetizione. C’è soltanto stupore, sempre nuovo ed unico.

Nella natura, in modo inconscio, questo rapporto rimane immediato e semplice. L’agnello, la colomba, la sorella acqua: tutte le forme sono il veicolo di questo incontro; meglio, sono questo incontro. dal padre, il sacerdote Zaccaria, Giovanni aveva sentito parlare degli agnelli che ogni giorno venivano sgozzati sull’altare del tempio come sacrificio di espiazione. L’agnello era, per il popolo ebraico dedito alla pastorizia, l’umile animale destinato a offrire la sua carne per il nutrimento dell’uomo. Il pastore lo accarezzava, ma poi un giorno era costretto ad ucciderlo. Agli ebrei l’agnello non rievocava la poetica statuina del presepio, ma il sacrificio reale che la vita esige, ogni giorno. Significava duro lavoro, sangue, festa: tutte le componenti più reali della vita. Com’è il maiale o il pollame per molti nostri contadini. Giovanni aveva intuito che l’animale più sacrificato, l’agnello, è la figura più adatta a indicare il figlio di Dio! C’è un profondo rapporto tra il sacrificio dell’animale ucciso per il nutrimento umano e la croce del Signore. La vocazione dell’animale è cristica! E’ la stessa di Gesù: «Ecco l’Agnello di Dio!». «Vide lo Spirito scendere come colomba». Come diviene arida e cupa la teologia della redenzione operata dal Cristo, se questa non poggia sulla teologia, primordiale e più grande, della creazione! Chi non sente Cristo presente nell’acqua che scorre, nell’agnello che viene immolato per il nostro nutrimento, o non ne avverte lo Spirito nel volo della co­lomba, costui non potrà mai riconoscere con cuore sincero il Cristo sull’uomo Gesù che muore sulla croce. L’oriente è ricco di mistica della creazione e indica all’uomo moderno la via giusta per incon­trare il Cristo: il Pensiero divino che permea la natura.

Anche lo Spirito, l’aspetto più spirituale di Dio, si manifesta con le sembianze di un volatile. Stupisce questa familiarità dell’opera di Dio con gli animali, sue creature. Lo Spirito scende come colomba sull’uomo quando questi s’immerge nell’acqua, simbolo dell’esistenza, della creazione, della vita, della storia, della comu­nità, della corrente di ogni grazia. Corporeità e Spirito: dinamismo della vita.

L’agnello immolato non sa che il suo destino è associato al mi­stero del Cristo. Ciò nonostante lo è realmente. L’uomo conosce di essere battezzato con Cristo nel mistero cristico che salva il mondo. Lo conosce perché lo è da prima che lo conosca. Semplicemente di­venta consapevole dì ciò che gratuitamente gli è dato fin dall’inizio. E’ dato a chi un giorno, crescendo, potrà conoscere: ma è dato piena­mente anche a chi, come il bambino mentalmente handicappato, non potrà mai conoscere. Ciò renda il nostro comportamento di fede mite e tenero come l’agnello immolato. Scendiamo anche noi nella corrente della grazia, che ci è dato di poter conoscere! Scendiamo e immergiamoci, perché da sempre in essa esistiamo!

p.Luciano

* Il suono di una cassa vuota

In un monastero del Giappone, sulle pareti della grande sala in cui si venera il Budda dei tre mondi – passato, presente e futuro – sono scolpiti dei bassorilievi in legno che rievocano alcune storie ce­lebri dello Zen. Chi non conosce il fatto che ciascuna di esse rappre­senta, pensa di trovarsi di fronte alla semplice riproduzione di scene di vita comune. Non ci sono infatti figure soprannaturali, così co­muni all’arte religiosa di ogni cultura.

Se dovessi fare un paragone con un’opera di arte religiosa ita­liana che ricorda il carattere di quei pannelli di legno, nominerei il San Paolo di Caravaggio, caduto da cavallo sulla via di Damasco. Non certo per una similitudine di stile, quanto per un’identità di argomento e di atmosfera.

Quelle opere d’arte, infatti, rievocano storie che narrano come il più banale degli eventi quotidiani possa dischiudere l’uomo alla comprensione della più profonda realtà: il suono di un sasso su di una canna di bambù, la vista di un fiore in boccio, un colpo di ba­stone o, appunto, una caduta da cavallo. Queste storie comuni, che testimoniano dell’irruzione dell’eterno nel tempo, sono così preziose da essere scolpite al centro del luogo che è al centro del monastero: il sancta sanctorum, diremmo noi.

«Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui» vede la verità: sem­plicemente vedendo venire Gesù, il modo di vedere di Giovanni si rinnova, ed egli vede le cose come sono. Nuovo, illuminante, non è tanto ciò che vede, ma il modo in cui guarda. Determinante non è il fatto di vedere la persona di Gesù, l’oggetto-Gesù, ma il modo nuovo in cui la guarda, con cui la vede per la prima volta.

Il monaco dell’antica Cina che, al suono del sasso contro la canna, apre gli occhi alla via, non ha certo mai visto Gesù: eppure non vede la verità meno di Giovanni, non vede un’altra verità.

Dice Dante con un verso poeticamente non molto felice ma effi­cace «Non vide me’ [= meglio] di ime chi vide il vero»,

A una domanda circa questi episodi e al rapporto che hanno con la pratica religiosa (zazen) Doghen così risponde:

«Quelle stesse persone, quando andarono in cerca dell’insegna­mento dì Sakyamuni, vale a dire del modo di essere essenziale, non deviarono mai per vie traverse. Hanno proseguito per un’u­nica via diretta… Lasciato da parte il proprio cosiddetto —io—, non hanno elaborato congetture di vario genere conseguenti al proprio modo individuale di pensare. Quando semplicemente es­sendo come si è si scopre in se stessi la forma originale universale così come essa è, non si separa più in due entità chi vede e la cosa vista, il suono e chi lo ode. Ecco che il vero io si manifesta. Questo è l’universo che chiamiamo zazen».

Jiso

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