sab 26 Gen 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Gesù, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata.

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.
Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

* Il primo annuncio nel paese delle genti

La missione di Gesù alle genti inizia con la partenza dalla sua ca­sa di Nazaret, per trasferirsi in un luogo straniero: «Il paese di Zabu­lon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Ga­lilea delle genti». Nella lettura abituale del Vangelo non ci soffermia­mo su questa partenza missionaria di Gesù; eppure l’annuncio del Vangelo parte da qui. Il balzo fuori dalla propria cultura ha lo stesso valore del trapianto di una pianticella in un altro terreno: irrobusti­sce le sue radici e di conseguenza prepara frutti più abbondanti.

Il Vangelo esige l’esperienza coraggiosa e feconda del partire da casa. Nella Chiesa cattolica ci sono coloro che partono, testimonian­za e garanzia della vitalità che circola in tutto il corpo: suore del nord verso il sud, del sud verso il nord, volontari, sacerdoti ecc. An­che la stessa vita civile esige spesso di partire da casa per il lavoro, lo studio o la scelta matrimoniale. Per molti poveri del mondo partire da casa è richiesto dal bisogno primordiale della sopravvivenza. Par­tire è Vangelo annunciato dalla vita, ancora prima che dal testo sa­cro rivelato.

«Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una gran luce». Nessu­no chiama luce la luce, se non chiama tenebre le tenebre. C’è un au­toproclamarsi figli della luce che impedisce di vedere la vera luce. È appunto quel parlare della luce dando per scontato che essa si tro­vi dalla nostra parte, a casa nostra, nelle nostre abitudini e mentali­tà. Così la terra dei pagani, il paese della notte dove la notte si chia­ma notte, è la prima ad accogliere Cristo che annuncia il Vangelo; come chi ha smarrito la strada e ha passato la notte al buio è il primo a gioire dell’aurora.

Abbandonare il castello dei propri artifici mentali e scendere a toccare con mano la realtà così com’è, compresi i propri peccati, è il viaggio missionario più lungo e faticoso. Tra i peccati dell’uomo, il più difficile da riconoscere è quello di omissione. E riconoscendo il peccato di non essere quello a cui siamo chiamati a essere, che apria­mo la nostra esistenza all’ascolto del Vangelo: «Se uno ha orecchi per intendere, intenda» (Me 4,23).

«Convertitevi e credete al Vangelo». Convertirsi consegue dal credere al Vangelo e credere al Vangelo dal convertirsi. Come av­viene l’incontro della prima luce con la notte e della notte con la prima luce: la tenebra si ritira silenziosamente al sopraggiungere della luce e la luce si irradia silenziosamente al ritirarsi delle tenebre. L’uomo che è nelle tenebre scorge i primi bagliori della luce quando un amico, o un avvenimento, o una riflessione che nasce dal suo cuore risveglia in lui il suo occhio interiore, per cui comincia a vede­re ciò che prima non vedeva. L’occasione che risveglia l’occhio inte­riore è il primo annuncio. Spesso l’occhio interiore si risveglia sol­tanto partendo dalla propria casa e uscendo dal torpore delle pro­prie abitudini. Il primo annuncio quindi è quella prima spinta che rompe la situazione di stallo e mette in moto il dinamismo del cam­biamento, aiutando la tenebra a ritirarsi e la luce a irrompere. Il pri­mo annuncio è veramente una creazione dal nulla operata dallo Spi­rito che innesca il cammino verso la liberazione: è come un bacio fe­condo scattato tra il nulla dell’uomo e la grazia di Dio che riporta l’uomo a essere argilla malleabile. Ha molto in comune con quanto nello Zen è chiamato risveglio. Il primo annuncio innesca il legame fecondo tra la persona e il Vangelo.

«Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono». La Chiesa balza in piedi alla ventata dello Spiri­to. Quel subito è la manifestazione del primo annuncio da Cristo ai discepoli. La docilità gioiosa della Chiesa al Vangelo è il primo an­nuncio che essa trasmette al mondo, prima ancora di aprire la bocca per annunciarlo a parole.

p.Luciano

* Il Dubbio

Narra la tradizione che Gotama, il Budda, nel periodo immedia­tamente successivo all’esperienza del risveglio alla via illuminata, re­stasse in dubbio su come comportarsi nel proseguire il cammino. Se isolarsi dal mondo, appartato nel continuare una pratica solitaria, sapendo che, comunque, la natura della sua pratica della via era tale che i benefici si sarebbero comunicati spontaneamente all’universo intero, per le misteriose vie che collegano ogni cosa; oppure se inse­gnare con l’esempio e con le parole, se comunicare in modo per­sonale e diretto, da persona a persona, sapendo che comunque gli uomini avrebbero frainteso e finito per stravolgere il senso della via, in modo che l’insegnamento si sarebbe cristallizzato in dottri­na, la dottrina in codice, il codice in istituzione e l’istituzione in po­tere mondano. Narra ancora, la tradizione, che Brahma stesso, il creatore, sia sceso dal suo cielo a pregare Budda di non ignorare la condizione di sofferenza in cui gli uomini versano e di esporre, per il bene di tutti, il suo insegnamento sublime. Nacque così il buddi­smo. Rendere esplicito quel dubbio in chiave metaforica, tramite il racconto più o meno leggendario, ha un significato per noi che ci chiamiamo buddisti. E’ un invito a interrogarci a nostra volta, su quale sia la prospettiva in cui la nostra pratica si inserisce: se ci in­dirizziamo a percorrere la via per amore di noi stessi, per amore de­gli altri, per amore della via. E uno stimolo a considerare che se nel buddismo esiste, come somma proposta di comportamento, la figu­ra del bodisattva, ciò è dovuto anche all’esplicitamento di quel dub­bio e al modo in cui Budda lo ha superato. Bodisattva è colui che fa voto di rinunciare alla propria personale perfezione fino a quando anche l’ultima e più insignificante forma di vita non sarà perfetta: spinto a questo non solo e non tanto dalla propria generosità, quan­to dalla comprensione del fatto che non può esistere perfezione in­dividuale separata dal tutto, da cui nulla è escluso. Un dubbio del genere, se sia giusto comunicare agli altri ciò che per se stessi è es­senziale anche se si sa già che quasi sempre verrà frainteso e per ciò a volte addirittura causerà male anziché bene, sembra estraneo alla natura del cristianesimo, in cui la rivelazione, l’annuncio, appare scaturire più dall’urgenza della necessità che dalla riflessione della scelta. Eppure il brano del Vangelo di oggi ci fa comprendere che la storia dell’annuncio della buona novella non è colorata solo dalle tinte forti della necessità e della vocazione, del trionfo e del dram­ma, come siamo stati abituati a pensare. Anche i mezzi toni, le pau­se, le riflessioni e, perché no, anche il dubbio fanno parte delle sfu­mature della rivelazione. Vediamo Gesù ritirarsi in Galilea, andare ad abitare presso il mare, da solo, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato. Sentiamo il rumore delle onde, vediamo le orme dei passi solitari sulla spiaggia, intuiamo lo snodarsi dei pensieri. Qui non ci sono cieli che si aprono, voci tonanti che confermano: c’è un uomo solo che passeggia, c’è un amico in prigione, c’è il chiedersi come fare. Da allora iniziò la sua predicazione, dopo quella pausa, proprio dal punto in cui Giovanni aveva concluso. Quelle stesse parole «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2) sono il testimone che passa da Giovanni a Gesù. Sono le stesse parole dette, a suo modo, da Budda, quando prese a parlare. Le sole parole che sono l’esordio e il compendio di tutto l’annun­cio, le parole di chiunque voglia dire la Via.

Jiso

* Il ritorno a casa

Questa parola, con la quale Gesù inizia la sua predìcazione e che egli rivolge in questo preciso istante a ciascuno di noi, è un chiaro invito a cambiare direzione alla nostra vita. Dove dobbiamo dirigerci? Perché? Per tentare di rispondere a queste do­mande immaginiamo la nostra vita come un lungo viaggio che dob­biamo compiere. Al momento della partenza prendiamo con noi i bagagli, chiudiamo la casa e, pregustando la gioia che deriva dallo scoprire e conoscere ambienti diversi e il piacere di fare nuove espe­rienze, ci lasciamo alle spalle il nostro piccolo mondo fatto di abitu­dini consolidate; pieni di entusiasmo abbandoniamo il nostro am­biente che è senza dubbio rassicurante, ma anche opprimente. Poi avviene che, viaggiando, il tempo trascorre, le esperienze si accumu­lano alle esperienze e a un certo momento si comincia ad avvertire una sorta di stanchezza, di inquietudine. Una voce dentro di noi, dapprima debole e confusa, poi sempre più chiara, ci rivolge insi­stentemente una domanda: Che cosa cerchi? Dove vuoi arrivare? Noi non vorremmo ascoltarla, quella voce e riflettiamo così, dentro di noi: se torno a casa, la mia vita sarà monotona e insignificante; a quali esperienze belle e piacevoli rinuncio se faccio ritorno? Ma quella voce continua a farsi sentire e la nostra resistenza diventa, col passare del tempo, sempre più debole. E un giorno prendiamo la sofferta decisione: ci carichiamo dei nostri bagagli e ci mettiamo sul­la via del ritorno.

Le esperienze, piacevoli e dolorose che ci hanno arricchito e for­giato, le custodiamo dentro di noi: esse ci hanno maturato, hanno placato quella curiosità che ci spingeva a cercare fuori di noi ciò di cui ritenevamo di avere bisogno. Senza frapporre più alcuna resi­stenza accettiamo dunque di prendere una direzione diversa, di ri­tornare sui nostri passi.

Il lungo viaggio che intraprendiamo è la nostra vita: fin da quan­do usciamo dal grembo materno avvertiamo il bisogno di conoscere e fare esperienze. Eccoci bambini, adolescenti, giovani… sempre proiettati verso l’esterno alla ricerca dell’amore, della felicità, del benessere, del divertimento… Poi quella voce, quel richiamo: Dove cerchi la felicità? Non vedi che la felicità è qui, a portata di mano? Entra in te stesso, cambia direzione alla tua vita e la troverai. II regno dei Cieli non è lontano, ma è qui, è vicino, è dentro di te.

Annamaria Tallarico

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