ven 8 Feb 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

di LUCIANO MAZZOCCHI
da un articolo di http://www.saverianibrescia.com/

Luciano Mazzocchi, nato a Pianello Val Tidone (PC) , è missionario saveriano. Inviato in Giappone nel 1963, vi rimane fino al 1982. Nel 1994 con Jiso Forzani, a Galgagnano (Lodi) dà inizio alla “Stella del mattino”, laboratorio di dialogo tra Vangelo e Zen. La sua ultima pubblicazione: Delle onde e del mare, Paoline 2006.

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Per affrontare seriamente il tema della reincarnazione, occorre liberarsi dal pregiudizio che si tratti di un discorso da sognatori. Ciò è un dovere di onestà verso i popoli, soprattutto quelli indiano e tibetano, che hanno fatto ricorso alla credenza nella reincarnazione per rendere vivibile in modo concreto la vita di ogni giorno, nonostante le sue contraddizioni. La reincarnazione non è nata come assioma teologico da applicare dall’alto, ma piuttosto è scaturita dal sentire popolare. È, quindi, a questo sentire dell’uomo comune che l’occidentale deve rivolgersi per comprendere quale domanda di fondo l’orientale senta vibrare dentro di sé quando ricorre alla reincarnazione.

* La reincarnazione e il buddismo

La reincarnazione non fa parte del bagaglio esperienziale fondante il buddismo, anche se le forme buddiste dei paesi, come il Tibet, dove la reincarnazione è radicata convinzione popolare ne sono così intrise da farla sembrare fondamentale. Lo zen giapponese e altre correnti buddiste soltanto la sfiorano come dato culturale. Il buddismo ha incontrato la credenza della reincarnazione nel processo di inculturazione del suo messaggio delle quattro nobili verità; e in parte l’ha assunta. Le quattro nobili verità sono: l’universalità del dolore, l’attaccamento come causa del dolore, la realtà della via di liberazione, l’ottuplice sentiero in cui si rifrange la via di mezzo, lungo la quale la liberazione si attua. Nato lungo il Gange, il buddismo ebbe subito a che fare con questa teoria, ma non si è mai fondato su di essa. Da qui si deduce come esso possa penetrare nella vita dell’occidentale senza doversi tirare dietro la reincarnazione; tuttavia la domanda di fondo che nel popolo indiano ha partorito la convinzione della reincarnazione, è presente anche nell’occidentale, per cui anch’egli non può fare a meno di ricorrere a qualcosa di equivalente.

* Dall’esperienza umana la reincarnazione

L’uomo percepisce che nell’arco della propria vita non esaurisce ciò che anima il suo esistere, non si sente arrivato alla qualità che intimamente sogna e verso cui protende, nemmeno a un passo dalla morte. Anzi, col procedere nell’esistenza, l’uomo accumula debiti verso Dio e gli altri. Quindi, lo accompagna sempre un’insoddisfazione esistenziale (acuita quando l’uomo muore ancora giovane), cui l’indiano ha fatto fronte elaborando la credenza della reincarnazione, come argine contro la tentazione della rassegnazione passiva, causata dall’impossibilità di raggiungere l’ideale che la mente e il cuore proiettano davanti, sia nella vita privata sia in quella sociale. In India la reincarnazione ha forte il connotato negativo, appunto perché deriva dalla constatazione dell’incapacità di maturare il frutto di cui la mente e il cuore hanno dischiuso il fiore. Si reincarna chi non ha raggiunto il risveglio o l’illuminazione perfetta: quindi chi rimane nell’imperfezione del samsara. Il buddismo, anziché avvalersi della reincarnazione come provante il suo cammino, vi ha visto una remora da superare, che distrae dall’adesione del cuore all’attimo presente, in cui il buddista sperimenta l’eternità. La fede che la natura di Buddha è presente e attiva in tutto stimola il buddista a non evadere dall’attimo che vive, liberandolo dal bisogno di rimandare a un oltre. Il buddista si addestra a non rimandare ad un oltre (la reincarnazione o il paradiso), attraverso la pratica della meditazione che pone l’uomo nella posizione sveglia, in cui la natura di Buddha dentro di sé si manifesta e agisce. Così non rimane alcun strascico d’insoddisfazione cui dover porre rimedio con teorie del rimando, come la reincarnazione.

* L’eucaristia: “la reincarnazione” cristica

Più si osserva e si riflette sulla teoria della reincarnazione, come gli orientali la comprendono, e più si trovano riscontri anche nelle forme religiose occidentali. Somiglianza che gioca da una parte sul bisogno esistenziale di saziare l’anelito di completezza, dall’altra sul fatto che tali teorie sull’oltre la vita terrena rimangono comunque vaghe, senza confini precisi che si prestino a confronti seri. Già Erode Archelao affermava che Gesù fosse la rinascita o la reincarnazione di Giovanni il Battista da lui fatto decapitare. L’incontro con la sensibilità umana che in Oriente ha nutrito la teoria della reincarnazione è stato per me l’occasione per comprendere un senso profondo e ampio dell’Eucaristia che col solo catechismo non potevo cogliere. Oggi riconosco con entusiasmo che l’Eucaristia è il sacramento della reincarnazione del Cristo. All’ultima cena, poche ore prima di morire, Gesù percepiva in modo viscerale l’insoddisfazione della venuta del regno di Dio cui aveva dedicato la sua testimonianza e la sua vita. Messosi a tavola coi discepoli, disse: “Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché non si compia nel regno di Dio”. E preso un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio” (Lc 22,14-18). Questo “non la mangerò più finché essa (la pasqua – il passaggio) non si compia nel regno di Dio”, “non berrò più il frutto della vite, finché mon venga il regno di Dio”, dice l’insoddisfazione esistenziale di Gesù verso la missione ricevuta dal Padre che, a poche ore della sua morte, percepisce così incompleta.

Gesù trasudava questa insoddisfazione dal suo corpo, per cui promette di digiunare finché abbia adempiuto questo voto.

Era la sera in cui gli ebrei commemoravano la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e l’attraversata del Mar Rosso, e Gesù sentiva vibrare nel suo corpo l’auspicio della liberazione universale. Era così proteso verso la sua attuazione da far voto di non festeggiare la sua risurrezione bevendo il vino del brindisi, “fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26,29). Da questa impossibilità di separarsi dal destino degli altri, Gesù decide di “reincarnarsi” continuamente col suo corpo e il suo sangue per farsi cibo e medicina a sostegno di chi sta percorrendo il duro sentiero della liberazione. “Poi preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi'” (Lc 22,19-20). Così, “finché essa (la pasqua – il passaggio) non si compia nel regno di Dio”, Gesù non si dà pace e continua a dimorare nella tenda del tempo, offrendo il suo corpo e il suo sangue ai viandanti dell’esistenza. Questo voto di Gesù si trasmette ai discepoli; così, una delle più belle caratteristiche della sua Chiesa è la comunione dei santi.

Ovviamente, il cuore dell’Eucaristia è l’amore cristico; e ciò lo differenzia molto dalla credenza tristeggiante della reincarnazione come è prevalsa in Oriente, intesa come destino che consegue dalla propria imperfezione e dai propri attaccamenti all’ego. Ciò che nel cristianesimo richiama la reincarnazione consegue dalla liberazione dall’ego e dalla dedizione all’amore. “Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” (Rm 14,7). Nel vuoto di se stesso, ossia nella legge fondamentale dell’amore, il perfezionamento di sé è “non vivere per se stesso”. Da qui il voto cristico di farsi cibo e bevanda per gli altri. E, in questo, percepire il proprio perfezionamento, il proprio paradiso.

LUCIANO MAZZOCCHI

* La credenza del purgatorio, al posto della reincarnazione

L’insoddisfazione esistenziale che ha spinto l’indiano a far ricorso alla teoria della reincarnazione, in Occidente ha condotto alla credenza del purgatorio, nella Chiesa cattolica accettata come dogma. I protestanti, più dediti all’interpretazione letterale delle Scritture, in cui questo dogma non compare in modo evidente, negano l’esistenza del purgatorio, forse più per incensare il loro principio dell’esclusività biblica che come personale esperienza di vita. Di fatto, anche in Occidente l’uomo giunge al termine del suo viaggio terreno non sazio del tragitto percorso. Questa non sazietà è tale che il cristiano non può fare a meno di credere che dopo la morte, in un modo o nell’altro, continui il processo di maturazione e di compimento. Così, cosciente o no, il cristiano invade l’ambito non più temporale proiettandovi le sue categorie temporali, al punto di parlare di meriti che si possono trasferire dal qui temporale al di là non più temporale: preghiere di suffragio, indulgenze di cento o trecento giorni, fino all’indulgenza plenaria.

La teoria del purgatorio si differenzia però in un aspetto fondamentale da quella della reincarnazione. Nella reincarnazione non è tanto un individuo personale che prima ha cessato e poi riprende a vivere benché in un altro corpo; piuttosto è l’onda che ha portato il primo ad agitarsi ora nuovamente portando un altro individuo. Siccome nella cultura orientale l’individuo è percepito come non consistente, alla sua individualità si dà poca importanza, mentre protagonista del divenire sono le onde. Quando si dice che il defunto Dalai Lama si è reincarnato in quel bambino, non si intende dire che è la stessa individualità a ricomparire. È invece l’onda sacra della funzione del Dalai Lama che nuovamente fluisce al Tibet un nuovo Dalai Lama. Come la successione apostolica.

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