ven 12 Set 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: ”Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: ”Paga quel che devi!”. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: ”Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.
Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: ”Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

* Quando chi calcola va in tilt

«Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». Mentre Pietro rivolgeva questa domanda a Cristo, con la sua mente andava calcolando che cosa comportasse per lui perdonare fino a sette volte. Sette è il numero che dice il ciclo del tempo biblico, suddiviso appunto in settimane. Indica una certa quantità perfetta, tanto da formare un ciclo; ma an­che imperfetta: infatti il ciclo si ripete continuamente. Sette quindi il numero che corrisponde alle misure care all’uomo: fino a un certo punto, ma non troppo. Probabilmente per Pietro perdonare fino a sette volte significava perdonare con buon senso: né poco, né troppo. L’intelligenza umana sostiene questa discrezione delle cose: in­fatti senza perdonare non si può vivere in pace; ugualmente per so­pravvivere bisogna pure farsi valere. Un certo grado di vendetta e di resa dei conti verso chi ci fa del male dà sicurezza. Pietro si rivolgeva a Cristo coi piedi ben poggiati sulla terra del buon senso.

«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Alla ri­sposta di Gesù, che sembra giocare coi numeri, il calcolo di Pietro andò in tilt e i numeri si scompaginarono sul video della sua mente. Quanto fa settanta volte sette? Forse Pietro voleva inseguire ulte­riormente il calcolo; ma la parabola che Gesù subito aggiunse non gliene diede il tempo. Come per un blackout quella pista era stata cancellata. L’uomo è sempre tentato di dosare ciò che è divino allo scopo di farlo combaciare con i parametri umani. Nelle antiche Chiese d’occidente il Vangelo di Cristo, con il passare dei secoli, fu spesso adattato, o meglio sterilizzato, al punto tale da farlo convive­re pacificamente con la cultura degli uomini occidentali. Così addo­mesticato, il Vangelo non dice niente di più di ciò che la cultura occi­dentale a disposta ad accogliere in fatto di religione. Dice solo i pii pensieri che fanno bella figura sul vestito del capitalismo: insegna a fare l’elemosina ai poveri e questa bell’azione a resa possibile pro­prio dalla rincorsa at guadagno! Quindi, guadagnare proprio per fa­re del bene agli altri; o, meglio ancora, fare del bene agli altri per giustificare la propria brama di guadagno. E il calcolo del sette. Fini­ta una settimana ne incomincia un’altra.

«Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, cosi co­me io ho avuto pietà di te?». Il cammino di fede stabilisce una rela­zione di profonda somiglianza fra l’uomo e Dio. Vivere la fede altro non è che assomigliare a Dio, non teoricamente, ma realmente per­ché animati dallo stesso Spirito che a l’anima di Dio. La parabola narrata da Cristo a una perfetta pedagogia che ci rende consapevoli di che cosa significhi essere simili a Dio. Lo fa semplicemente aiu­tandoci a ricordare il nostro passato. Come a noi è stato perdonato molto, così anche noi dobbiamo perdonare molto. Il perdono per­fetto nasce soltanto dall’esperienza che, se noi ora esistiamo e siamo qui, ciò a soltanto grazie al molto perdono che abbiamo ricevuto e che riceviamo continuamente. Nasce come gesto gratuito, del tutto ovvio e consequenziale.

Il perdono è il messaggio che il Vangelo di Cristo ribadisce mag­giormente e che può essere considerato l’essenza della fede cristia­na. E l’ambito che meglio presenta a un buddista lo specifico dell’e­sperienza cristiana. In un suo libro [6] padre Shigheto Oshida, un do­menicano giapponese, narra come la fede dello Zen lo abbia condot­to a incontrare Cristo, per cui afferma di sé: Jo sono cristiano pro­prio perché buddista. Era ancora giovane, ingaggiato nella guerra russo-giapponese, quando incontrò per caso un vero cristiano, un soldato canadese. Il giorno dopo, sul campo di battaglia, chiese battesimo cristiano e gli fu conferito.

Il buddismo a quella profonda esperienza religiosa che da oltre due millenni sostiene molti popoli orientali nell’adempiere il dovere della vita con profonda umanità e compostezza. A fondamento del­l’esperienza religiosa buddista sta la convinzione che tutto è inconsi­stente, compreso quell’io empirico che con le sue illusioni a alla ra­dice del dolore. La via buddista conduce a compiere il cammino del­la vita nella spiritualità del vuoto, vivendo appieno il momento pre­sente e offrendolo completamente nell’attimo stesso in cui lo si vive, senza lasciare strascico alcuno. La spiritualità del vuoto è la base della dedizione concreta della vita e viceversa. Il soldato Shigheto Oshida ricevette il battesimo cristiano come intuì che il perdono te­stimoniato da Cristo a quel vuoto che guida a vivere la vita offrendo ogni momento, mentre lo si vive con profonda dedizione. Quel per­dono altro non è che la risurrezione in atto continuamente. Altro non è che la manifestazione del nostro essere figli del Padre che crea tutto dal puro nulla: creando comunica se stesso e nello stesso tem­po eclissa se stesso, affinché la creatura viva la sua libertà e il suo cammino. Padre Shigheto Oshida ha sperimentato che il vuoto inse­gnato nel buddismo comunica con il Vangelo del perdono; come un’unica vena acquifera sotterranea che in superficie può formare più sorgenti.

[6] SHIGHETO OSHIDA, La pregnanza e il suono (Harami to ne), edizioni Shisoan,Tokyo.

p.Luciano

* Zero in condotta

Si sente dire, a volte, che il cristianesimo a la religione che scen­de sull’uomo dall’alto, mentre il buddismo a la religione che sale dall’uomo verso l’alto: il cristianesimo sarebbe raffigurabile come un triangolo con la base in cielo, mentre il buddismo come un trian­golo con la base in terra. Come tutte le schematizzazioni, anche que­sta ha il suo aspetto suggestivo e la sua porzione di inadeguatezza: un’immagine che possiamo tenere presente, sapendo che è vero­simile, e che si può sostenere anche il contrario. Nel caso del perdo­no, verifichiamo proprio il contrario di quell’immagine che ho trat­teggiato.

Si sente dire, spesso, che il concetto di perdono nonè familiare al buddismo. Ciò è vero fino a un certo punto: io direi piuttosto che la cosa che nel cristianesimo a chiamata perdono, nel buddismo detta in altro modo, e per questo può capitare di non riconoscerla. E’ detta in tutt’altro modo perché a guardata da un punto di osserva­zione diverso: così come la stessa montagna si chiama Cervino o Matthorn, secondo da dove la si guarda e di come parla chi la guarda. Nel cristianesimo il perdono si chiama perdono, perché a guar­dato da un punto di vista umano. La domanda di Pietro, la risposta di Gesù, la parabola che egli narra, tutto riporta a una problematica umana: che fare, come comportarsi, di fronte all’errore, alla reitera­zione dell’errore, al muro apparentemente invalicabile cui la nostra stessa natura sembra porci di fronte. La soluzione indicata da Gesù è il perdono all’infinito. E un’indicazione operativa, di comporta­mento: non contare be volte, non applicare tariffe, ma capire che, siccome non c’è fine all’errore, altrettanto non ci può essere fine at perdono. Se ci fosse un limite, nessuno sfuggirebbe: il debito si accu­mulerebbe al debito e la via di salvezza sarebbe preclusa a chiunque. Gesù affronta il problema dal punto di vista umano e dice che l’uni­ca salvezza possibile a il perdono continuo.

Il buddismo affronta lo stesso problema da tutt’altra angolazio­ne: lo considera dalla parte della soluzione, dall’alto, per usare i ter­mini che ho introdotto all’inizio. Invece di descriverci il problema ci descrive la soluzione: capiamo così perché Gesù ha ragione, perché la sua indicazione funziona. L’equivalente buddista del perdono b lo zero. Si pub perdonare, nel senso che perdonare non b solo un atto generoso della volontà., ma funziona davvero, annulla l’errore, per­ché c’è lo zero. Perdonare vuol dire buttare nel vuoto, e ciò a possibile solo perché il vuoto c’è. II buddismo ci indica e ci insegna una realtà, che a lo zero, il cristianesimo ci indica e ci insegna una con­dotta, che è il perdono.

E’ stupendo che sia proprio il buddismo a rivelarci il vuoto. E la religione che ci parla della causalità, della concatenazione, della in­terdipendenza di tutto con tutto. Se non ci fosse il vuoto non ci sa­rebbe liberazione possibile, la catena sarebbe un groviglio di anelli ogni attimo più pesante e più ingarbugliato. Il buddismo non sareb­be religione, via di liberty, ma una descrizione dell’eterna schiavitù. Senza il vuoto il buddismo sarebbe una filosofia nichilista. Ma pro­prio osservando la catena, l’occhio di Budda vede che essa si genera e si annulla istante per istante. La liberazione non è un’invenzione, un trucco, un frutto della bravura: nasce invece dalla struttura stessa della realtà. Forse il buddismo non ci parla direttamente del perdo­no, ma certo ci dice che è possibile.

Non è meno stupendo che sia proprio il cristianesimo a indicarci il perdono, come norms di condotta. II cristianesimo a la religione che ci parla del giudizio finale, della resa dei conti, dell’esame di ogni atto, di ogni intenzione, di ogni pensiero. Se non ci fosse il per­dono, reciproco fra gli uomini e divino, nessuno sfuggirebbe alla condanna. Senza il perdono il cristianesimo sancirebbe il trionfo del­l’inferno. Ma grazie at perdono una piuma di bene pub pesare di più di una tonnellata di male. E ciò è possibile perché è vero.

Lo zero rende vero il perdono; il perdono arricchisce to zero. Lo arricchisce, nel senso che ogni istante si riparte da zero, ma azzerare non vuol dire annullare, così come dimenticare non vuol dire oblia­re. Differenze che non sono sofismi. Se lo zero non è solo il volto della realtà, ma diviene condotta, allora non c’è bisogno di troppe spiegazioni per capire come opera la forza che rigenera.

Jiso

* Tendere verso l’infinito

L‘Ulisse dantesco che, dopo le svariate peripezie seguite alla conclusion della guerra di Troia, disdegna di concludere la sua esi­ stenza a fianco della moglie Penelope che to aveva lungamente atte­so, e si awentura oltre le colonne d’Ercole che segnavano il limite del mondo allora conosciuto, ha da sempre incarnato l’uomo che, avido di conoscenza, ha l’ardire di andare oltre ciò che gli è umanamente consentito andando incontro alla sua rovina.

Ciò che rende Ulisse inquieto, incapace di trovare pace, è la sete di conoscenza. Anche chi intraprende un cammino spirituale è alla ricerca di qualcosa: le attività all’interno della parrocchia, la lettura di libri ispirati, la partecipazione a ritiri spirituali, l’esperienza di pratiche di meditazione orientali, rappresentano alcuni dei percorsi possibili attraverso cui si indirizza la ricerca. Esiste un traguardo da raggiungere? Si potrebbe rispondere: la pace interiore, la santità, l’illuminazione, il paradiso. Ammesso che il traguardo che vogliamo conseguire sia raggiunto, che cosa succede? Possiamo fantasticare di pervenire a una gioia profonda; di non essere toccati, se non superfi­cialmente, dalla sofferenza; di essere da tutti amati; di essere in gra­do di fare miracoli.

Questo modo di intendere rischia di confonderci e di portarci su una strada sbagliata. Se osserviamo la natura ci accorgiamo che do­ve c’è vita non c’è traguardo che possa ritenersi conseguito una volta per tutte: il sole che è sorto all’alba, una volta raggiunto il punto più alto del cielo inizia la sua fase calante e alla fine tramonta per inizia­re, il giorno dopo, lo stesso identico percorso; l’albero convoglia tut­ta la sua energia vitale alla produzione del frutto e quando questo b maturo naturalmente cade e inizia per l’albero da capo il lungo pro­cesso che lo porterà a essere completamente spoglio nella stagione invernale, ricco di foglie e fiori nella stagione primaverile e infine di frutti nella stagione estiva, destinati anch’essi a maturare e a cadere.

La natura ci aiuta a comprendere che il cammino spirituale a ve­ro quando non è inteso come mezzo per raggiungere un traguardo, poiché è esso stesso il fine, così come il fine primo dell’albero non è il frutto, ma servire la vita che continuamente si rinnova: il frutto in­fatti produce il seme, il seme la pianta e questa un nuovo frutto, in un processo che solo la cessazione della vita può interrompere. La natura ci insegna che ogni fase di sviluppo segna un momento di pas­saggio, esprime la tensione verso ciò che non è ancora.

Ciò che deve realizzarsi e che al momento manca è all’origine della vita ed è all’origine del cammino spirituale. Noi siamo limitati, cioè sempre e comunque debitori; ed è la consapevolezza della no­stra condizione, dei nostri limiti, che dà avvio al cammino spirituale inteso come costante tensione di ciò che è limitato verso ciò che è illimitato, del finito verso l’infinito.

Annamaria Tallarico

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