ven 5 Set 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.
In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

* La via aspra della comunione senza maschere

Gesù è un profondo conoscitore del cuore dell’uomo e sa che l’accordo tra le persone è quanto di più difficile esista sulla terra; per questo il Vangelo di oggi ci pone la sfida più impegnativa. E facile sottomettere gli altri con la forza; è facile anche lasciarsi sottomette­re dagli altri. A volte sia il sottomettere come l’essere sottomessi ci risulta perfino cosa comoda e vantaggiosa in vista di un quieto vive­re. Ma concordare è molto difficile. Quando gli strumenti di un’or­chestra sono accordati, la musica scorre come un tutt’uno nella varietà. Accordarsi, quindi, significa mettere in azione la propria individualità fino in fondo, e contemporaneamente la propria capacità di comunione con gli altri.

«Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello». Per accor­darsi con il fratello il primo gesto che il Vangelo indica è il dialogo personale compiuto nel segreto. Come Dio trattiene nel segreto del suo cuore i peccati dell’uomo e lo corregge con pazienza e gradual­mente attraverso i fatti della vita, nel momento giusto per l’uomo; cosi anche l’uomo deve trattenere nel segreto del cuore le offese ri­cevute dai fratelli e trovare il momento giusto per dialogare col fra­tello a tu per tu. Il mosto diventa buon vino proprio perché è tratte­nuto nella botte; così le vicende della vita, comprese le offese, di­ventano amore soltanto se noi sappiamo conservarle dentro di noi e non chiacchierarle fuori con i passanti. Nel silenzio anche i ricordi più duri si trasformano e diventa possibile non vedere soltanto lo sbaglio dell’altro, ma anche la causa che lo ha spinto a ciò. Nel silen­zio anche il rancore si trasforma in compassione e amore. Gesù sulla croce scusò i nostri peccati davanti al Padre: «Non sanno quello che fanno». Dialogare col fratello che ci ha offeso e, dopo tutto, ricerca­re il suo volto divino, è ricercare Dio. Contemporaneamente è consapevolezza della propria energia divina, perché dialogare per ac­cordarci con chi ci ha offeso esige l’audacia di riconoscere se stessi simili a Dio. E quindi un atto religioso, come quello di credere nella presenza del corpo di Cristo nel pane azzimo.

«Se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni». Quando l’uomo non è in grado di accordarsi col fratello attraverso il dialogo perso­nale, allora deve rivolgersi ai fratelli, affinché lo aiutino. Nessuno può sostituirsi nel perdonare il fratello che l’ha offeso; tuttavia gli al­tri fratelli possono dare quella mano preziosa che aiuta l’offeso e l’offensore a ritrovare dentro di sé il loro volto originario di fratelli. L’amico dell’uomo a il testimone della propria autenticità. Spesso nostro rapporto con gli amici è come la dispersione dell’acqua da un recipiente bucato. Parole e parole che scorrono, senza lasciare trac­cia. Vi manca il silenzio che permetta alle parole di germogliare co­me il seme nella terra.

«Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea». L’as­semblea a l’espansione pill ampia dell’amicizia. L’assemblea indica­ta dal Vangelo a la Chiesa. Nella nostra Chiesa è tenuta in grande conto la confessione individuate al sacerdote per ricevere il perdo­no. Manca invece la grande via comunitaria del perdono che Cristo comanda nel Vangelo di oggi. E la grande via, perché attraverso perdono dato e ricevuto in modo comunitario l’uomo si dischiude agli atteggiamenti più autentici e genuini, direi i più belli, che costi­tuiscono la vita religiosa: la conoscenza profonda dell’uomo, dei suoi limiti e delle sue possibilità, la capacità di attendere, di dialogare, di relativizzare gli errori, di scoprire sempre nuove strade di con­ciliazione e di comunione.

«Se poi non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pa­gano e un pubblicano». Sono parole severe del Vangelo che ci ripor­tano a tu per tu anche con il limite dell’assemblea, nel caso della Chiesa. L’opera della Chiesa a condizionata dal suo stesso limite. La Chiesa può mancare di capacità di convincere, perché essa stessa non è in perfetto accordo con la propria vocazione. Quando la Chie­sa non riesce a convincere, altro non c’è che riconoscere l’altro come un pagano: in altre parole la propria incapacità di annunciargli ii Vangelo.

Nei monasteri dello Zen, quando, nonostante la pratica, un di­scepolo non entra nella via e il suo cammino non è autentico, viene dimesso in modo drastico. Non può far appello a nessuno. La severità del trattamento e la solitudine che ne conseguono lo possono sve­gliare e un giorno riportarlo a bussare at monastero con disposizione nuova. In certi momenti niente a salvifico come la severità e la solitudine della separazione.

p.Luciano

* Comunità

Troviamo ogni tanto nel Vangelo delle indicazioni che si riferi­scono alla vita comunitaria. Non sono vere e proprie regole, nel sen­so della regola che armonizza la vita delle comunità monastiche: la comunità formatasi attorno a Gesù aveva certo caratteristiche diver­se da qualunque monastero cristiano o non cristiano, prima di tutte la mobilità. Però, qualunque legislatore di comunità cristiane suc­cessive ha senz’altro tenuto e tiene in gran conto quelle indicazioni che troviamo nel Vangelo relative al vivere assieme. Siccome qua­lunque comunità religiosa affronta i problemi e gode le gioie che de­rivano dal vivere insieme, finalizzato a proteggere e mettere in atto to stesso principio, a interessante accostare alla lettura del Vangelo quella di altri testi non cristiani che trattano della vita comunitaria. Non testi di regole, cioè che impostano le norme della vita comuni­taria, ma espressioni e parole che dalla vita comunitaria traggono origine e senso.

Nel buddismo Zen c’è un libro esemplare, frutto squisito della vita di un monastero, che vorrei fosse conosciuto in un ambito vasto degli appartenenti a comunità buddiste. Ho già avuto occasio­ne di citarlo, e spero un giorno di poterlo presentare in italiano inte­gralmente. Si tratta dello Shōbōghenzō Zuimonki, una raccolta di detti, aneddoti, insegnamenti di Dōghen, raccolti in forma di testo scritto dal suo discepolo e successore Kōun Ejō (1198-1280). Sono resoconti di discorsi, di dialoghi, di conversazioni, che nascono dai problemi che la vita monastica pone, relativi quindi al seguire la via e al farlo insieme ad altre persone. Mantengono inalterata tutta la freschezza di una problematica viva e vivace, e stupiscono per l’attualità che esprimono, a dimostrazione che il tempo trascorso e la diversità di ambito culturale non mutano gli elementi essenziali di una via universale.
Cito due passi che si riferiscono all’atteggiamento da tenere gli uni nei confronti degli altri in una vita così complessa come quella pur semplice di un monastero, quando si sta fianco a fianco ventiquattro ore al giorno per anni interi.

«Dōghen disse: “Non usate un linguaggio cattivo per rimproverare o dire male dei monaci. Anche se sono disonesti o cattivi, non por­tate rancore nei loro confronti e non insultateli a cuor leggero. Pri­ma di tutto, per cattivi che siano, quando phi di quattro monaci si radunano, essi formano una Sanga (comunità), che è un tesoro che non ha prezzo per tutto il paese. Questo fatto deve essere tenuto nella massima considerazione e rispetto. Se siete un abate, o un monaco anziano, o un maestro, o un istruttore, nel caso in cui i vostri discepoli siano in errore, li dovete istruire e guidare con cuo­re misericordioso e materno. Perciò, quando colpite quelli che de­vono essere colpiti o rimproverate quelli che devono essere rimpro­verati, non permettetevi di umiliarli o di far nascere sentimenti di antipatia […]

Quando vedete gli errori di qualcuno e pensate che sia in difetto, e desiderate dare indicazioni con spirito compassionevole, dovete trovare un sistema appropriato per evitare di suscitare risentimento, e farlo come se steste parlando di altro”» (Zuimonki, 1-7).

«Durante un sermone, Dōghen disse: “Anche se parlate secondo verità e un’altra persona dice qualcosa di non corrispondente alla verità, a sbagliato sconfiggerlo con argomentazioni basate sul ragionamento. D’altra parte, non è bene arrendersi frettolosa­mente dicendo di essere in errore, pur pensando che la propria visione è corretta. Non si deve ne sconfiggere l’altro ne recedere dicendo di essersi sbagliati. Il meglio a sospendere la questione e smettere di discutere. Se vi comportate come se non aveste udito e dimenticate il problema, anche l’altro lo dimenticherà, e non si irriterà. Questo è un punto molto importante da tenere a mente”» (Zuimonki, 1-10).

Indicazioni di questo genere nascono dallo spirito di conviven­za: non sono consigli per il quieto vivere, ma per l’armonia della vi­ta in comune, quando essa a indirizzata non al vantaggio personale e neppure alla prosperità comunitaria, ma a seguire l’indirizzo che ha portato le singole persone a radunarsi per aiutarsi l’un l’altro, sa­pendo che uno da solo è più portato a cedere alle proprie debolezze e alla propria presunzione. Allora la vita insieme è più grande delle opinioni dei singoli componenti della comunità, per giuste o sba­gliate che siano. Un maestro diceva che la vita comunitaria a come lavare tante patate insieme nello stesso stretto recipiente: urtandosi l’un l’altra, con le loro stesse asperity, si puliscono l’un l’altra. Que­sto vale anche per comunità non monastiche, a partire dalla fami­glia, fino alle grandi comunità sociali. Ciò che imports a identifi­care l’aspirazione comune, che assorbe e indirizza le energie indivi­duali, usando tanto i pregi quanto i difetti dei singoli.

Jiso

* Nel giudicare sveliamo il nostro cuore

Nel giudicare l’altro, anche se non ne siamo consapevoli, noi non possiamo prescindere dalla nostra realtà interiore; in altri termi­ni, senza accorgercene, proiettiamo sull’altro quanto a presente nel nostro cuore: solo chi è libero dal male, chi a privo di ego, vede l’al­tro così com’è perché non ha più nulla da proiettare. Al contrario, chi ha dentro di sé molti sentimenti negativi, avrà dell’altro una vi­sione molto distorta e sarà portato ad attribuirgli, in misura eccessi­va, colpe e difetti. E un po’ come se ci capitasse di leggere il testo piuttosto oscuro di una poesia e volessimo interpretarlo: sarà certa­mente quello che noi siamo (cioè i nostri sentimenti, le nostre emo­zioni, il nostro modo di rapportarci alla realtà) a guidarci in questo compito e quasi sicuramente la nostra interpretazione non coincide­rà con quella di un altro.

Quando si giudica l’altro negativamente, cioè gli si attribuisce una colpa, qual a il comportamento che solitamente viene adottato? Proviamo a osservarlo facendo un esempio concreto. Un nostro co­noscente, con il quale abbiamo intrattenuto rapporti abbastanza amichevoli, a un certo momento dimostra di preferire la compagnia di altre persone alla nostra. Dopo la prima reazione di disappunto cominciamo dentro di noi a chiederci: «Perché si comporta così?» e si fanno strada alcune possibili risposte: «E chiaro, prima stava vo­lentieri con me perché non c’era nessun altro con cui passare il tem­po; adesso, invece, che ha delle alternative…»: in pratica lo giudi­chiamo un opportunista; oppure: «E evidente che lui si sente supe­riore a me: è un dottore, a laureato… Adesso che ha trovato degli amici che ritiene essere al suo livello, mi ha messo da parte»: lo giu­dichiamo un opportunista e un presuntuoso. Dopo aver chiarito in un modo o nell’altro la situazione passiamo ai fatti: dapprima confi­diamo ad altri il torto subito cercando conferma delle conclusioni cui siamo arrivati, quindi decidiamo di non dare più confidenza a quella persona o addirittura di toglierle il saluto.

Il Vangelo però ci insegna a comportarci in modo totalmente diverso: «Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo fra te e lui solo…». Perché ci a così difficile parlare direttamente all’altro? Perché, se lo facciamo, è come se scoprissimo noi stessi mettendoci nella situazione di essere a nostra volta criticati. Ritorniamo all’e­sempio precedente e immaginiamo di seguire l’insegnamento che Vangelo ci offre e di rivolgerci direttamente al nostro conoscente che a diventato con noi poco cortese e cordiale dicendogli: «Mi sem­bra che da un po’ di tempo in qua tu nei miei confronti non sia quello di prima!». Egli potrebbe rispondere: «Non è vero! E solo una tua impressione !» oppure: «Sei tu che ogni tanto sembri poco disponibile, poco propenso a parlare, e io mi comporto di conse­guenza». A questo punto si aprono due alternative: o accettiamo la nostra parte di responsabilità essendo disposti a metterci in discus­sione e a cambiare o, se in coscienza non riteniamo di avere alcuna responsabilità, coinvolgiamo altre persone affinché testimonino che quanto diciamo è vero. Se l’altro però, nonostante tutto, non è disposto ad ammettere quanto gli viene contestato, dobbiamo consi­derarlo una persona che non sta seguendo il nostro cammino, che un cammino fatto di presa di coscienza e di desiderio di migliorare, quindi non può essere un nostro compagno di viaggio.

Dall’esempio risulta chiaramente che per comportarsi in modo chiaro e onesto con l’altro occorre prima di tutto essere sinceri con noi stessi, cioè essere disposti a riconoscere i nostri limiti, le nostre responsabilità, a cambiare e a scusarci se ci accorgiamo di aver sba­gliato.

Annamaria Tallarico

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