dom 23 Nov 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.

E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna»

* L’escaton regale

Escaton è parola greca che indica l’aspetto ultimo e perfetto della realtà. Escaton è il Vangelo che annuncia che in tutto ciò che esi­ste c’è un ideale da raggiungere, non come qualcosa da conquistare da fuori, ma da conseguire da dentro, attraverso il cammino dell’esi­stenza che noi suddividiamo in passato, presente e futuro. II comprendere la natura della realtà come escatologica non deriva affatto dal nostro modo di accostarci a essa. Noi amiamo separare la realtà in tre steccati: il passato, che in genere reputiamo sorpassato, il pre­sente che ci fa tanto litigare perché lo vogliamo possedere, il futuro cui demandiamo tutto ciò a cui aspiriamo. La mente divisa dell’uo­mo pretende di profanare anche il tempo con le sue divisioni.

La realtà è escatologica in se stessa e sempre. La natura escato­logica appartiene alla sua fisionomia originaria. Tutto esiste e, esi­stendo, esprime la tensione alla sua perfezione. Questa dinamica tensione è la perfezione in movimento, come il frutto che produce è la perfezione diventata frutto. L’albero spoglio dell’inverno, quello dai fiori e dai teneri germogli della primavera, quello ricco di foglie vivide dell’estate e quello carico di frutti nell’autunno è sempre lo stesso albero. In ogni istante del suo esistere a costituito e mosso dalla tensione della sua natura.

Il Vangelo ci annuncia che il movente della tensione escatolo­gica, per cui ogni realtà sempre tende a perfezionarsi attraverso le varie forme che assume, è l’amore. Ciò si manifesta in senso partico­larmente pieno nella storia umana. Le ideologie umane, dal capi­talismo al marxismo, hanno preteso, il primo attraverso il libero mercato, il secondo attraverso la rivoluzione proletaria, di raggiungere nella storia presente l’agognata meta. Hanno ripetuto quanto gli imperi del passato avevano già tentato. Ma ogni tentativo si stanca e si corrompe proprio mentre sembra che abbia raggiunto la meta. L’unica via in cui il cammino verso la perfezione si attua in modo reale è quello dell’amore.

«E saranno riunite davanti al Figlio dell’uomo tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri». Il Vangelo indica che tutti gli uomi­ni saranno convocati davanti al Figlio dell’uomo e nessuno sarà di­menticato, perché ognuno ha ricevuto una missione per il bene di tutti. Il Figlio dell’uomo, Cristo, separerà gli uni dagli altri. Ossia rivelerà a ciascuno il valore della vita che ha vissuto. Allora non ci sarà spazio a nessun titolo, a nessun privilegio, a nessuna apparte­nenza religiosa. Nessuno sarà più di un altro per privilegio. Chi è vissuto in aree geografiche dove il nome di Cristo non è conosciu­to, e quindi non ha ricevuto il battesimo nel suo nome, non avrà niente in meno del battezzato. Cristo spoglierà tutti anche della To­ro religione e metterà in evidenza ciò che ciascuno è in se stesso e non per la sua appartenenza. L’ultimo criterio, l’escaton che rima­ne togliendo tutto, è l’amore.

«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e siete ve­nuti a trovarmi». L’amore che è l’ultima meta del nostro esistere concreto, operoso, reale e non teorico o sentimentale. L’amore che non ha corpo e che non produce i suoi frutti a sua volta non è amore escatologico, ma stagnante e pigro, a illusione. E nella legge di que­sto amore che hanno significato le nostre pratiche religiose; perché l’amore non è funzionale ai gesti di amore, altrimenti rimarrebbe un calcolo. La pratica religiosa è già questo amore quando scaturisce dalla nostra vita insieme con i gesti dell’amore, come obbedienza a un unico impulso interiore. Tuttavia nessuno compie gesti di amore perché a perfetto: sarebbe un compiacimento. «La carità è paziente, e benigna la carità; non e invidiosa la carità, non si vanta, non si gon­fia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sop­porta» (1Cor 13,4-7). L’amore agisce nel bel mezzo della realtà così com’è, resistendo all’ira, all’invidia, offrendo tutti i sacrifici che ciò comporta. L’amore, l’escaton dell’esistenza, porta frutti perfetti nel bel mezzo della realtà imperfetta. Non è la realtà che rende perfetto l’amore, ma l’amore a perfetto in se stesso. Ovunque c’è amore, c’è perfezione.

«In verità io vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Finché esi­ste un motivo per amare, non c’è l’amore puro dell’escaton: siamo ancora nelle penultime cose, ancora fuori dalla perfetta somiglian­za con Dio. Se un povero bussa alla porta e chiede un pezzo di pane e la persona religiosa deve ricordarsi del precetto del Vangelo per dare, non ha l’amore perfetto. Perfetto è chi dà semplicemente perché è nella situazione di poter dare e l’altro a nella situazione di avere veramente bisogno. L’amore non è sacro, ma laico, spoglio di qualsiasi motivazione aggiunta. Il più piccolo di cui parla il Van­gelo non è questione della persona che riceve, se sia di rango infe­riore o altro. Se si riflette così, l’amore a inquinato. Il pia piccolo è la persona che riceve il nostro amore e sulla quale noi non riversia­mo alcun calcolo. Può essere benissimo anche il grande ricco, quando noi vediamo in lui la sua essenza di creatura nel bisogno e nient’altro. L’amore dell’escaton a perfettamente religioso, legato direttamente alla nostra ultima natura, e non si limita alle visioni sociologiche. Ci aiuti anche il nostro stato di perpetui peccatori a dare senza calcolare. I nostri limiti ci trattengano umili, capaci di amare con riconoscenza nel cuore.

Il Vangelo dell’amore dell’escaton termina annunciando il sup­plizio eterno per chi non ha dato da mangiare, da bere, da vestire ai più piccoli. E così l’annuncio del Vangelo, da cui non dobbiamo to­gliere nulla, ma solo comprendere nella fede. Ciò che non è amore non può essere chiamato, per finzione benevola, amore. Noi non siamo chiamati a sembrare di essere, ma a essere realmente. E qui che s’innalza tra cielo e terra la croce del Fratello grande e con lui di tutti i fratelli piccoli. La croce non è una finzione, a vera e risponde alla necessità reale: ci sono molti peccatori da redimere; anzi, tutti siamo peccatori di fronte alla nostra vocazione originaria, di fronte alla nostra somiglianza con Dio. «Padre, perdonali, perché non san­no quello che fanno» (Lc 23,34). Siamo Chiesa per testimoniare que­st’amore. «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore suo è perfetto in noi» (1Gv 4,12).

p.Luciano

* Vola perché è leggero

Nei tempi antichi viveva un terribile bandito, che non aveva mai fatto null’altro che il male. Intenzionalmente, con gusto, tutte le vol­te che si era trovato di fronte a due possibilità, sempre aveva scelto quella più malvagia. Le sofferenze che aveva inflitto a esseri umani, animali, cose, erano senza numero. Solo una volta, forse più per stanchezza che per altro, aveva compiuto un gesto non dico di bene, ma almeno di non voluto male. Mentre stava per spiaccicare, per puro gusto di uccidere, un ragnetto che si calava dal tetto della stalla dove il bandito teneva il cavallo, aveva cambiato idea prima di colpi­re e lo aveva graziato. A parte quell’unico gesto di non malevolenza, aveva poi continuato le sue odiose scorrerie fino alla morte.

Morto, era finito nel più profondo e orrendo degli inferni. Dire le pene cui era sottoposto, senza possibile remissione, non è alla portata del linguaggio umano.

Nel frattempo anche il ragnetto era morto, e se ne stava tran­quillo in paradiso. Guardando giù, vide in fondo in fondo il bandito che pativa all’inferno, lo riconobbe e ne ebbe compassione. Comin­ciò a calare il suo filo. Giù, giù, giù, il filo scendeva e scendeva, fino a raggiungere il fondo, là dove c’era il bandito. Visto il filo, il disgra­ziato lo acchiappò e cominciò a issarsi. Sali, sali, sali, uscì dall’infer­no e continuò a salire. Era quasi arrivato in paradiso, quando guardò giù: tutti i dannati si erano aggrappati al filo, e salivano uno dopo l’altro. Era una fila infinita: il bandito era nel fondo del più profon­do inferno, e quindi anche tutti gli altri, ma proprio tutti, avevano potuto usufruire del filo del ragnetto. Ma il bandito non era cambiato: gridò Solo io! e cominciò a dimenarsi e a scuotere il filo per spez­zarlo sotto i suoi piedi e far cadere tutti gli altri di nuovo di sotto. Il filo si spezzò, ma non sotto: proprio sopra le sue mani avvinghiate, e lui e tutti gli altri piombarono giù.

Questa storia buddista ci dice che il bene è leggero. Proprio per­ché è leggero vola lontano, su un soffio di vento. Un unico gesto leg­gero va più lontano di milioni di gesti pesanti. Una piuma di bene solleva tonnellate di male, sconfigge tutti quanti gli inferni. Come l’offerta di un bicchiere d’acqua a chi ha sete è offerta fatta a Dio, e disseta la sete del mondo.

Ci dice anche, la storia, che il male è pesante, un unico pensiero di male, un pensiero egoista, è più pesante di tutti i dannati del mon­do: trascina giù tutti, non solo chi ha formulato quel pensiero. Un bicchier d’acqua negato a chi ha sete a negazione a Dio, aumenta la sete del mondo.

L’anno liturgico si chiude con una visione di supplizio eterno e di vita eterna. L’eternità non è un tempo infinito che comincia quando finisce il tempo: l’eternità non comincia e non finisce, è sempre.

Nel buddismo si parla di paradiso e inferno; nel cristianesimo di regno dei cieli e inferno; nella nostra vita ordinaria di fortuna e sfortuna, di circostanze favorevoli e avverse. E’ per noi del tutto ov­vio considerare un bene il paradiso, il regno dei cieli, la fortuna e le circostanze favorevoli e un male i loro opposti. Questo tipo di divi­sione discriminativa è nient’altro che una distinzione che dipende dalla nostra mente, che e del tutto separata dalla vita come è in realtà. Proprio in conseguenza di questo modo di discriminare la real­tà, noi ci agitiamo per fare sì che le cose vadano per il verso che ci aggrada e per evitare che vadano in modo che non ci piace, e in questa dimensione va perduta la pace completa. Ad esempio se cadiamo all’inferno o in condizioni avverse, ci convinciamo che è in­tollerabile e cerchiamo di fuggire, di uscire da quella situazione per andare in paradiso o per trovare condizioni favorevoli; è allora che i diavoli(8) dell’inferno si divertono a giocare con noi come il gatto con il topo. Quanto più cerchiamo di fuggire, tanto più i demoni giocano con noi, diventando sempre più crudeli.

La cosa importante dal punto di vista della realtà del sé non è scartare il lato spiacevole, l’inferno, la sfortuna, le circostanze avverse per dirigersi verso il lato buono, cioè il paradiso, il regno dei cieli, la fortuna, le circostanze favorevoli, il tutto in virtù di una discrimi­nazione che è solo nelle nostre teste. Anzi, l’importante è l’atteggia­mento del proprio comportamento di vivere in modo diretto ciò che ora io incontro come la realtà della vita stessa. Se cado all’inferno, proprio l’inferno è ora la mia vita, e io vivo l’inferno in modo diretto, per quello che è: se vado in paradiso, proprio il paradiso è ora la mia vita, e io vivo il paradiso in modo diretto, per quello che è; questo è l’atteggiamento.

Se il nostro atteggiamento nei confronti della vita è deciso nei termi­ni in cui il sé vive la realtà della vita del sé, ciò non significa che pa­radiso e inferno, felicità e infelicità cessano del tutto di esistere, ma piuttosto che appare chiaro come tutte queste cose altro non sono che la scena della mia vita. Nella vita del sé hanno luogo e si svol­gono svariate scene. Però in definitiva la realtà assoluta, il fatto as­soluto è soltanto che il sé vive il sé che è solo il sé qualunque cosa capiti».(9)

I sensi sono ombre di nuvole vaganti nel cielo
e ciò che li avvelena, l’avidità, l’ira, l’ignoranza,
false bolle di schiuma
che appaiono e scompaiono.
Verificata la vera forma,
nulla vi è all’infuori:
l’effetto dell’inferno all’improvviso è distrutto.

Jiso

(8) Nell’inferno buddista vi sono i diavoli torturatori al servizio del re dei diavoli, Emma, che torturano nei piu svariari modi gli esseri umani che precipitano nel­l’inferno.
(9) Kosho UCHIYAMA, La realtà della vita, EDB 1994, pp. 101 e segg.
(10) SHODOKA, Canto del risveglio alla via, composto da Yoka Ghengaku (Yung Chia).

* La luce e le tenebre

La parabola delle dieci vergini e quella dei talenti ci pongono di fronte alle nostre responsabilità: a tutti noi è stata data la lampada, ma questa può illuminare solo se siamo tanto saggi da procurarci l’o­lio; a tutti noi sono stati donati i talenti, ma dipende da noi ii farli fruttare o meno.

La parabola che ci viene proposta questa domenica vuole indurci in modo ancora più esplicito a prendere coscienza della necessità di muoverci con consapevolezza in direzione della luce prospettandoci il giudizio finale cui saremo sottoposti. Qual a il significato profondo di questa parabola? Una prima considerazione è questa: negli uomi­ni esiste una consapevolezza, una coscienza, una luce interiore che, se convenientemente alimentata, ci permette di vedere come siamo realmente e ci guida a eliminare he tenebre che sono in noi. Questa luce interiore, che a la nostra eredità divina, è dunque il nostro giu­dice: se ci conformiamo a essa noi stessi diventeremo manifestazio­ne di Dio. Se però ci allontaniamo da quella luce; se impediamo a quella luce di espandersi, anzi la circondiamo di ostacoli, cosa av­viene? Avviene che perdiamo la consapevolezza di noi stessi; che non siamo più in grado di renderci conto delle tenebre che sono in noi. Ma non per questo abbiamo eliminato la luce, che continua a esistere anche se non le abbiamo dato spazio dentro di noi, e non possiamo impedire a noi stessi di pagare le conseguenze delle nostre scelte.

Un concetto analogo si esprime nel Buddismo quando si parla di karma, cioè della legge di causa-effetto: noi possiamo avere tante at­tenuanti se commettiamo errori con le nostre azioni, ma non possia­mo evitare che le conseguenze di queste azioni si ritorcano su di noi; il giudizio finale che ci a presentato dalla parabola non è altro che l’estrinsecarsi della legge karmica in base alla quale noi raccogliamo quello che abbiamo seminato.

Ma come possiamo eliminare il karma uscendo dall’ignoranza e modificando i nostri comportamenti, altrettanto possiamo riscoprire in noi la luce, diventare nuovamente consapevoli di noi stessi ed eli­minare le tenebre che ci impediscono di vedere con chiarezza nella nostra interiorità.
Il Figlio dell’uomo che verrà nella sua gloria e si siederà sul trono della sua gloria, a già presente come luce nascosta dentro di noi: la gioia interiore o la sofferenza interiore, il paradiso o l’inferno, noi li sperimentiamo già nella nostra vita: quanto più ci allontaniamo dal- la luce, tanto più andiamo incontro a situazioni di sofferenza.

Ma la parabola ci suggerisce anche un’altra considerazione: così come la vita dell’individuo, anche la storia dell’umanità avrà termi­ne e questo avverrà quando i tempi saranno maturi. Che cosa signifi­ca questo? Significa che verrà il giorno in cui il bene e il male o, per usare una similitudine presente nel Vangelo, il grano e la zizzania, giungeranno a pieno sviluppo: a quel punto l’eterna lotta fra la luce e le tenebre diverrà più radicale, cioè le tenebre saranno sempre più tenebre, la luce sempre più luce. Per ciascuno di noi sarà sempre più difficile scendere a compromessi, sottrarsi all’onere di dover sceglie­re e alla fine noi saremo pecore o capri: «E saranno riunite davanti a lui tutte le genti ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri…».

Annamaria Tallarico

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