sab 31 Gen 2009 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

* Il Vangelo è lotta contro il male

Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, per­ché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Al­lora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito im­mondo, si mise a gridare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! lo so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gri­dando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chie­devano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbedi­scono!». La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.

* L’autorità del Maestro e l’autorità del discepolo

«Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi». Con quale autorità insegna Cristo? La sua autorità non era imposizione, ma piuttosto autorevo­lezza che scaturisce dalla persona. Un giorno i sommi sacerdoti del Tempio gli chiesero: «Con quale autorità fai questo?» (Mt 21,23). Chi ha nel cuore dei sottintesi, anche se è il sommo sacerdote del Tem­pio, non vede l’autorità di Cristo, perché a riconoscere l’autorità del maestro è soltanto il discepolo che ha l’autorità di essere vero disce­polo. Questa scaturisce solo dalla vita. Il Vangelo non accetta alcuna adulazione e severamente rifiuta qualsiasi riconoscimento che non provenga dalla ricerca sincera e umile della via. Nessuno è mai riu­scito a raggirare minimamente Gesù; nemmeno il suo discepolo pre­ferito, Pietro, quando tentò di distoglierlo dal portare la croce. Gesùlo rimproverò: «Lungi da me Satana! Tu mi sei di scandalo, perchénon pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mt 16,22-23). Anche quando un giovane lo chiamò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù rifiutò quell’aggettivo buono, perché sottintendeva adulazione e ricerca di favori. «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo» (Mc 10,17-19). Il cammino religioso non consiste nel chiamare il Cristo maestro buono. Il Cristo o il maestro non è né buono né cattivo, perché non è secondo i nostri criteri, ma quelli di Dio. L’autorità del discepolo è quindi quella profonda umiltà e onestà che riconosce il Cristo senza approfittarne per tirarlo dalla propria parte. È guardare il cielo senza misurarlo.

Non a caso furono i sommi sacerdoti a porre la questione sull’au­torità di Cristo. Capi spirituali e morali del popolo, i sommi sacer­doti godevano di quella sicurezza che è data dai titoli e dalle cono­scenze. La sicurezza suscita l’orgoglio; dall’orgoglio conseguono la presunzione e la chiusura. Eppure la conoscenza è utile e doverosa. Diceva un santo: dobbiamo conoscere tutta la scienza e, proprio per questo, pregare con il cuore di un bambino. Saggezza che parla e semplicità che ascolta: questa è l’autorità del maestro e del disce­polo, una sola autorità vista dai due poli opposti.

«Un uomo…, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gri­dare: “Che c’entri con noi… “». L’autorevolezza di Gesù suscita at­torno a sé un clima di conflittualità. Al suo passaggio chi era domi­nato dalla forza del male avvertiva l’avvicinarsi della forza che libera dal male. Ci domandiamo: perché quando passiamo noi, uomini reli­giosi o comunque di cammino spirituale, rimane tutto tranquillo e come prima? Perché non autorevoli noi facciamo uso di parole e pa­role come sostitutivo dell’autorevolezza che non abbiamo. Per que­sto amiamo i titoli come maestro buono!

Le nostre pratiche religiose come l’eucaristia, lo zazen, la pre­ghiera, il nostro lavoro, i nostri rapporti sociali sono autorevoli e convinti? Davanti ai nostri figli abbiamo autorevolezza o semplice­mente ci facciamo valere? Se siamo sacerdoti o religiosi, davanti alle comunità che guidiamo siamo testimoni autorevoli, oppure facciamo il mestiere di trattare il sacro? «Una dottrina nuova insegnata con au­torità». Il cammino spirituale nel dialogo Vangelo e Zen è senz’altro una via nuova: dev’essere anche insegnata con autorità. Nuova non perché è stata scoperta una verità che prima non c’era, ma nel senso che la sensibilità spirituale che questo cammino suscita è qualcosa di nuovo e autorevole. Che un buddista orientale si converta al cristia­nesimo e imiti lo stile borioso di molti cristiani occidentali, oppure che un cristiano occidentale si converta al buddismo e diventi schiavo delle regolucce di questo o quel monastero buddista di una qualsiasi denominazione sono fatti senza autorevolezza. Sono infatti pedine che si spostano qua o là nella scacchiera del mondo. Invece è grandemente autorevole il cammino di coloro che si aprono a valori nuovi, senza minimamente perdere quelli ricevuti prima. Questo è un prezioso segno dei tempi gravido di speranza. Ma occorre l’auto­rità del vero maestro e del vero discepolo; allora la speranza è certa. «Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi». La croce ne sarà la prova!

P.Luciano

* Dove poggia l’autorità

Ai giorni nostri si sente spesso dire, da parte dei religiosi e degli educatori, come sia difficile comunicare con i giovani, catturare il loro interesse per indirizzarli verso un modo non frivolo di vivere la vita. Probabilmente è sempre stato così, ma oggigiorno si ripete molto che la colpa è dei tempi e delle mode, del benessere e della su­perficialità con cui si affronta la vita. Questo lamento sui tempi e sui giovani accomuna i religiosi di ogni confessione: ci sarà anche del vero in queste affermazioni, ma hanno un po’ l’aria di sterili commi­serazioni. Quello che invece senz’altro manca molto spesso nell’ope­rare di noi religiosi è ciò che invece c’è nel Vangelo di oggi: l’auto­rità. «Erano stupiti dal suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi». La parola autorità indica il parlare in proprio e non per sentito dire; l’essere autore e non spettatore; indica aumentare, aggiungere e non prendere a pre­stito, il tutto in un contesto di legittimità. Lo scriba, invece, parla per sentito dire, si nasconde dietro la scrittura invece di irrorarla di vita, si fa forte dell’autorità altrui come paravento per celare la mancanza di autorità propria. Quante volte sentiamo prediche, omelie, inse­gnamenti che sono la rimasticazione di cose sentite dire mille volte! Come pretendere di catturare l’attenzione dei giovani, che sono smaliziati e veloci, se il terreno su cui poggiano le nostre asserzioni è «l’ha detto il papa» o «come dice il maestro» o è la ripetizione di espressioni e frasette prese a prestito dai vari testi e consunte dal­l’uso? L’auto-rità che comunica è invece auto-noma, nel senso che trova dentro di sé la legge che enuncia. Non è arbitrio: è trarre da sé, dalla propria esperienza, dalla propria convinzione l’enunciato della stessa legge che le Scritture espongono, perché lo si riconosce dav­vero dentro di sé e non solo perché così è scritto. Se il fondamento di ciò che si dice lo si trova in se stessi la forza delle parole è incom­mensurabilmente più potente.

È questa autorità che mette in fuga i demòni, che sono quelle forze che ci distolgono, ci confondono e si nutrono della nostra de­bolezza. I demòni non si fanno impressionare dalle grandi certezze che uno usa come paravento delle proprie insicurezze, ma sono per­duti di fronte a una piccola convinzione che non può essere scossa perché affonda le radici dentro la persona. Il demone non riconosce in Gesù soltanto e soprattutto il taumaturgo potente, ma colui sul quale non riesce ad avere presa, perché non c’è spazio in cui infilarsi.

Non so se oggi ci siano in circolazione più demòni di ieri: leg­gendo il Vangelo non sembrerebbe. Certo trovano un terreno fer­tile, perché la cultura dominante è quella di cercare la sicurezza non dentro di noi, ma fuori di noi. Dentro e fuori non sono dei luoghi fi­sici: è dentro tutto ciò che rende la persona consapevole di cosa sta facendo e del perché lo fa, tutto ciò che fa riportare a se stessi la re­sponsabilità della propria vita, pur non ignorando che nessuno è in­dipendente e incondizionato, in quanto individuo; è fuori tutto ciòche sposta il punto di appoggio altrove da sé, fosse pure questo al­trove una bellissima utopia o una dottrina dell’interiorità, quando sono modi per sfuggire a se stessi. Solo guardando in faccia se stessi senza filtri possiamo riconoscere la natura dei demòni. I quali, es­sendo fatti di ombre, sono messi in fuga dall’essere scoperti.

Jiso

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