sab 10 Gen 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
Scende nell’acqua e si apre il cielo

E predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. lo vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo». In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

* La Grazia ha il suo cuore e il suo volto

I pellegrini che ascoltavano i forti ammonimenti di Giovanni alla conversione scendevano nelle acque del fiume Giordano e si immer­gevano nella corrente per indicare così la loro volontà di rinnova­mento. Era questo un gesto abituale a chiunque, facendo un lungo viaggio a piedi per le strade solatie e polverose della Palestina, si tro­vasse a passare lungo la riva del fiume. Scendere in acqua e tuffarsi era istintivo. Giovanni non inventò un gesto esotico, ma piuttosto in­terpretò il gesto abituale, esplicitandone un profondo significato re­ligioso. Molti sentono una ripulsa a ciò che è gesto e rito, vedendoli come ingerenze formali alla propria libertà. In questo c’è qualcosa di vero; ma anche di errato. È vero che il segno esteriore non è mai as­soluto o magico e, come tale, va relativizzato. Soprattutto è vero che ogni segno esteriore, anche quello più santo, non frutta nulla, qua­lora non vi sia coinvolto il cuore. Ma contemporaneamente è altret­tanto vero che nemmeno il cuore è qualcosa di magico. Il cuore ne­cessita di essere svegliato dal segno esteriore. Come il cuore fisico che irrora sangue a tutto il corpo necessita a sua volta di essere irro­rato. Il segno esteriore ha la capacità di svegliare l’illimitato che è as­sopito dentro il limite dell’esistenza. «Gesù venne da Nazaret… e fu battezzato da Giovanni». Nel gesto del battesimo conferito da Giovanni a Gesù avvenne che la natura, l’acqua, e l’uomo, Giovanni, ir­rorarono il Cristo della grazia, di cui il Cristo irrora la natura e l’uomo. Come la piccola luce del lucignolo accende la grande torcia. I segni sono importanti nel cammino religioso, quando sono sobri e semplici come l’acqua del fiume, quando significano con immedia­tezza e semplicità. Allora sono come le sponde del fiume che preser­vano l’acqua dal disperdersi e la incanalano verso i campi fecondi di messi. O come le tubature dell’acquedotto che preservano l’acqua dall’evaporare inutilmente e la conducono fino all’interno delle case. La dicotomia tra esteriore e interiore dissocia il cammino religioso e lo rende evanescente, avulso dalla vita. Come si esaurisce e muore ogni affetto umano che non sia coltivato coi segni esteriori che l’ali­mentano.

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I grandi sacerdoti del tempio di Gerusalemme disdegnarono di ricevere il battesimo, perché ritenevano di sapere già e di non neces­sitare di alcun segno esteriore. Gesù invece chiese il battesimo per manifestare e corroborare la comunione con il Padre e le creature sorelle: desiderò tuffarsi nella sorella acqua, accompagnato dalla preghiera del fratello Giovanni.

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I sacramenti non sono strumenti o tattiche per diventare migliori e acquisire meriti; ma sono l’aspetto visibile dell’opera della grazia che è viva in noi. Non comperano la conversione, ma l’accompa­gnano, la manifestano e la rafforzano, come i rami di un albero, cre­scendo, rafforzano le radici dalle quali sono nati. Sono la piccola luce che accende la grande luce; ma la luce è la stessa nel piccolo e nel grande. Sono la grazia esteriore che mette in atto la grazia inte­riore; ma la grazia è una sia all’esterno che all’interno dell’uomo. L’albero con la stessa vitalità matura la polpa interna del frutto e il colore e il profumo della buccia esterna.

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La Chiesa ha custodito i sacramenti, segni che si compiono attra­verso il corpo, per manifestare e mettere in atto la grazia. Lo Zen ha tramandato la pratica dello zazen che è posizione del corpo che fa sperimentare il modo autentico di vivere e lo fa mettere in atto. I sa­cramenti e lo zazen sono come ringhiere di un ponte: seguendole fa­cendovi scorrere sopra la mano si può attraversare e incontrare ciòche, se non si attraversa, non si incontra mai: il senso profondo e in­sieme pratico della vita, nel quale anche l’incontro tra Vangelo e Zen trova il suo vero senso.

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I sommi sacerdoti rifiutarono il battesimo nel fiume Giordano e, tenendosi in disparte con volto altero, disprezzavano la gente umile che scendeva nell’acqua. Gesù invece, confuso con la folla, si im­merse affidandosi alla corrente e alla fraternità di Giovanni; e il Pa­dre lo riconobbe come il figlio prediletto. Perché chi ha veramente la grazia nel cuore spontaneamente china il capo e scende nella cor­rente. La spiga che rimane diritta e altèra quanto tutte le altre pie­gano il capo per il peso dei chicchi maturi, è la spiga vuota.

P.Luciano

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* L’immersione nella corrente

C’è un segno grande nel fatto che l’istituzione del battesimo, come rito che segna l’ingresso nella via, non sia opera di Gesù, ma venga attribuita a qualcuno che lo precede anagraficamente, Gio­vanni. Questo fatto è sottolineato dagli evangelisti anche se può far pensare a un atto di sottomissione di Gesù a Giovanni: e infatti Mat­teo, Luca e Giovanni si preoccupano di ribadire la superiorità di Gesù proprio nel momento in cui si lascia battezzare. Dobbiamo es­sere grati, in questo caso come in tante altre occasioni, alla sobrietà descrittiva di Marco, che non aggiunge nulla al semplice resoconto dei fatti.

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Invece, la grandezza di Gesù sta proprio nel suo gesto di sotto­missione. Quel gesto indica il riconoscimento che la sua unicità non è qualcosa che lo estrania dagli altri, qualcosa che deriva da una sua personale sorgente: la sua unicità è qualcosa che si manifesta e si av­via al proprio compimento nel riconoscere che essa deriva dalla co­mune sorgente da cui ogni unicità deriva, e l’immergersi nella cor­rente che già scorre è il segno concreto del riconoscimento di entrare in una via che già preesiste. Ecco allora che proprio nel momento della sottomissione, nel momento dell’accettazione di entrare nella corrente che già scorre prima che lui ci entri, si verifica l’evento che rimarca l’unicità irripetibile di ciò che è l’uomo Gesù, il figlio predi­letto. Nella nostra mentalità che valorizza la singolarità tramite la se­parazione, siamo portati a pensare che l’unicità sia rappresentata dall’esclusività: è unico ciò che non è di nessun altro. Così diciamo fi­glio unico per intendere che in una famiglia un solo essere umano ha la condizione di figlio: che sciocchezza! Qualunque genitore sa che ogni figlio è un figlio unico, e che il numero dei figli non toglie nulla all’unicità di ciascuno, anzi, la esalta! L’unicità di ogni figlio sta pro­prio nel riconoscersi, lui, figlio come tutti gli altri figli: è la condivi­sione della condizione di figlio che dà valore all’unicità di ciascuno, è l’unione che valorizza la singolarità.

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Il battesimo, come è comunemente inteso dalla sensibilità odierna, mi pare assomigli più al rito della circoncisione ebraica che non al battesimo di Giovanni. Mi pare stia a indicare l’entrare a far parte di una comunità, più che l’immergersi completamente in un’acqua che, lavando via le distinzioni sovrapposte, ridà vigore alla persona che sa di essere portata da una corrente universale. Il batte­simo di Giovanni mi appare come un segno universale che è qual­cosa di più che il senso di appartenenza a una specifica comunità e che, nello stesso tempo, impegna più individualmente a percorrere un cammino.

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Credo che, in questo senso, il battesimo di Gesù richiami, per analogia, il risveglio di Budda: sono due punti di inzio, che sono an­che punti di arrivo. All’atto del battesimo di Gesù, c’è il riconosci­mento pieno della sua identità che la discesa dello Spirito suggella: èla sua Pentecoste, vero atto finale del suo cammino in questo mondo. All’atto del risveglio di Budda, che è l’inizio della via buddi­sta, c’è la testimonianza del compimento non solo individuale ma universale:

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«lo e la grande Terra e tutti gli esseri nello stesso momento dive­niamo la via, le montagne e i fiumi, l’erba e gli alberi, ecco, tutto èdivenuto Budda».

In entrambi gli atti non c’è niente di esclusivo, non sono atti che riguardano solo la persona in cui si verificano: sono entrambi immer­sioni nella corrente che già scorre. Nel buddismo, quando diciamo Budda, pensiamo solitamente a quella persona storicamente vissuta nell’India nord-occidentale approssimativamente 25 secoli fa. Ma questo è molto poco esatto. Certo, quello che oggi chiamiamo bud­dismo ha tratto l’impulso da quella persona, dalla sua esperienza e dal suo insegnamento: senza quel Budda, Sakyamuni, il buddismo non ci sarebbe, ed egli è unico, irripetibile, essenziale. Però, proprio il buddismo insegna che i Budda sono infiniti come i granelli della sabbia del Gange. Ogni mattina, nei monasteri buddisti, si recita un inno, che è l’elenco della concatenazione dei nomi dei Budda che si sono succeduti nella storia, fino ad oggi. Questo rappresenta il le­game storico e la continuità, fino al presente, fino a me stesso. Eb­bene, quell’elenco non comincia con il nome del Budda Sakyamuni, il Budda da cui ha avuto inizio il buddismo. Inizia con i nomi dei co­siddetti sette Budda primordiali. Questi nomi, ancorché mitici, hanno la funzione essenziale di comunicarci che quello che noi chia­miamo buddismo è qualcosa che non ha avuto inizio, perché è l’ini­zio di ogni inizio. È quella corrente che scorre da sempre, le acque del Giordano, le acque di Siloe, la corrente dei Budda: lì avviene l’immersione di ciascuno nella corrente eterna che scorre nel tempo della vita.

Jiso

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* E lo spirito aleggia sull’acqua

Giovanni il Battista dice alla folla: «Io vi battezzo con acqua, ma colui che viene dopo di me vi battezzerà con lo Spirito Santo». La profonda umiltà di Gesù è tanto splendente nell’atto di farsi battez­zare. Lui, l’Agnello senza macchia.

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Signore, camminare sulle tue orme di umiltà profonda fa grandi le anime, tanto più sono piccole e tanto più sono splendenti, da far dire al Padre: «Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compia­ciuto». E lo Spirito Santo trova il suo buon campo dove lavorare con sapienza, intelletto, fortezza, scienza, carità.

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Ogni creatura può diventare un piccolo giardino dove lasciar operare lo Spirito dell’amore e quel giardino diventa ricco di rose e gigli, tutto il bene viene dal bene e porta il bene. Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo. È il fuoco di Dio che scolpì le leggi della vita sulle tavole di Mosè; è quel fuoco in Ezechiele che profetizza sulle ossa aride, ridando loro la vita; lo stesso fuoco che scese nel cena­colo, sugli apostoli, donando loro la sapienza di comprendere tutto quello che avevano ascoltato dalla bocca del Maestro, ma non ave­vano mai capito. È quel fuoco che scende sull’altare ogni battere di ciglio e fa del pane e del vino il corpo e sangue del Figlio prediletto. Lo Spirito è un venticello lieve, basta desiderarlo per esseme inve­stiti dolcemente. Egli pone la sua dimora in noi, ci purifica e ci fa gioia, gaudio, lode, onore e vita. E ci rende umili! L’asceta Giovanni, indicando il Cristo che ancora non conosceva, affermava: «Non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali». L’umiltà è riconoscere che ogni nostro gesto è gravido di una grazia che ci è sempre più grande. Per questo la spiga china il capo: è piena di molti chicchi che la grazia ha moltiplicato in lei.

(L. P.)

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