dom 22 Feb 2009 Scritto da Padre Luciano AGGIUNGI COMMENTO

* La fede degli amici del paralitico

Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono illettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo su­bito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al pa­ralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – al­zati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lo­davano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

* PORTATO DAGLI AMICI

La fede e l’amicizia sono due virtù sorelle. La fede è la capacità di vedere oltre ciò che si vede e proprio questo vedere oltre sostiene l’amicizia. Infatti nella fede l’uomo crede nel suo amico oltre i difetti e i limiti che ha; crede nella sua reale possibilità di purificarsi e di amare. L’amicizia è sempre un sentimento che fonde il reale e l’i­deale; l’amico è sempre una persona che realmente già esiste cosìcome io la amo, ma che contemporaneamente proprio il mio affetto va costruendo ogni giorno. Da parte sua l’amicizia riscalda la fede con l’affetto che rende la fede affabile e delicata. L’avvenimento di Gesù Cristo è davvero manifestazione dell’amicizia di Dio verso l’uomo che annulla le distanze ttà Dio e l’uomo, rendendo il cam­mino di fede dell’uomo verso Dio affabile e generoso. Gli amici che trasportano l’amico paralitico fino al luogo dov’era Gesù testimo­niano la forza della fede nell’amicizia. Qualora la fede non fosse an­che amicizia, diventerebbe acredine, giudizio, ipocrisia. C’è molta fede che non è amica della realtà né di Dio, né dell’uomo, né della natura.

Il connubio fede e amicizia è intraprendente. Gli amici del para­litico non si dettero pace finché riuscirono a portare l’amico infermo fino davanti a Gesù. Allo scopo osarono scoperchiare il tetto della casa dove Gesù si trovava per calare nel bel mezzo della stanza l’a­mico su una barella. Se veniva meno la fede, il sentimento di amici­zia si metteva in azione per sostenere la fede traballante. Se si incri­nava l’amicizia subentrava la fede che fa vedere oltre le difficoltàche comunque accompagnano i rapporti di amicizia. Cementate as­sieme fede e amicizia sono onnipotenti. «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”».

Le parole di Gesù sconcertarono la mentalità degli scribi: «Co­stui… Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Gli scribi, mestieranti della religione, non sanno che l’amicizia umana ha lo stesso potere di Dio. Non possono accettare che Dio abbia con­cesso all’uomo il potere di perdonare. Non possono riconoscere l’uomo-Dio. Non perdonano né a se stessi, né agli altri e, mascheran­dosi di fortezza, si atteggiano a giusti. Fanno parte dei novantanove giusti che non aumentano la gioia del paradiso. Non hanno mai chie­sto il perdono, né lo hanno concesso.

«Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». Figlio dell’uomo è l’appellativo con cui Gesù presentava se stesso alla gente. È come figlio dell’uomo che rialza il paralitico perdonando i suoi peccati. Non è un angelo, ma l’uomo che sono io, sei tu, è lui o lei, siamo noi, è ogni uomo. «Ri­metti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori » (Mt 6,12). Dio e l’uomo perdonano assieme: Dio perdona da Dio e l’uomo da uomo. Dio perdona perché l’uomo perdona e l’uomo per­dona perché Dio lo perdona. Noi pensiamo che il perdono abbia un soggetto, Dio, e un oggetto, l’uomo. Invece Dio e l’uomo sono as­sieme soggetto del perdono: Dio dà il perdono come una pioggia dal cielo sulla terra, e l’uomo dà il perdono come il vapore che sale da terra verso il cielo. «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi» (Mt 6,14).

Anche oggi il mondo è paralizzato! Ma il mondo ha gli amici che lo portano in spalla fino all’incontro col perdono di Dio. Sono i fratelli che, consapevoli del perdono che ogni giorno ricevono da Dio e da tutte le cose, con balzi di gioia portano i loro fratelli alla stessa esperienza del perdono.

P.Luciano

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* IL SENSO DELLA LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO

Questo episodio della guarigione del paralitico deve essere molto gradito alle orecchie delle persone che aderiscono alle dot­trine religiose orientali. Prima di tutto perché enuncia l’interdipen­denza e comunione di tutti gli aspetti della realtà: in questa occa­sione, infatti, il malato ottiene la guarigione non grazie alla sua fede, ma per la fede dei suoi amici, che lo hanno condotto lì con gran fa­tica: «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono ri­messi i tuoi peccati”». In questa circolazione della fede c’è il segno della intercomunicazione fra gli esseri: è in virtù di essa che la mia fede può salvare gli altri e non solo me stesso.

Poi è enunciata specificamente la legge di causa ed effetto nella formula con cui Gesù annuncia la guarigione al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». La connessione fra la condizione di peccatore e quella di paralitico appare evidente; infatti Gesù dice a coloro che si indignano: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Al­zati, prendi il tuo lettuccio e cammina?», dimostrando così di inten­dere che una formula vale l’altra. Gesù sembra dire che la guari­gione non sarebbe possibile se sussistesse la causa che ha prodotto la condizione di malattia: e che questa causa sta nei peccati. È quindi ipocrita accettare che un uomo possa operare la guarigione di un al­tro uomo e scandalizzarsi se afferma di sciogliere i suoi peccati: le due cose, infatti, sono in realtà la stessa cosa.

Non si deve prendere alla leggera la legge della causalità, che è la legge intrinseca alla realtà. Ignorarla conduce alla rovina. Un fa­moso anneddoto di ambito buddista, riportato da Doghen in due di­verse sezioni dello Shoboghenzo, una intitolata Daishugyo – La grande pratica, l’altra Shinjin Inga – Profonda fede nella causa-effetto, narra di un maestro Zen il quale, richiesto se l’uomo che rea­lizza la via della grande pratica sia come tutti sottomesso alla legge di causa-effetto, rispose di no. Come effetto di quella risposta rinac­que per cinquecento volte di fila come volpe. Un giorno ebbe l’op­portunità di incontrare il maestro Hyakujo Ekai (720-814) e gli chiese a sua volta: «L’uomo dalla grande pratica ricade nella causa­effetto?». Hyakujo rispose: «Non è cieco alla causa-effetto». La legge della causalità è la trama della realtà: credere che il cammino religioso conduca a svincolarsene è il modo migliore per aggrovigliarcisi dentro.

Ma vedere la causalità senza scorgere l’interdipendenza è una vi­sione orba. La legge di causa-effetto non è una legge individuale, ma universale: in essa tutto è legato con tutto, non sussiste il mio piccolo caso personale avulso dall’insieme. È stolto, oltreché meschino, pen­sare che ciascuno è causa del suo male e fermarsi lì. Siamo ognuno causa del male di tutti e siamo ognuno causa del riscatto di tutti. Quando io cado, cadiamo tutti; quando mi risollevo, ci risolleviamo tutti. Il potere del Figlio dell’uomo di sciogliere i peccati si fonda in questo: che siamo un unico corpo, nella molteplicità dei corpi. La grande pratica è grande proprio per questo, perché risolve nell’ab­braccio universale tutti i casi di ogni vita individuale. Quando dico «Rimetti a noi i nostri debiti», non è solo dei miei casi personali che parlo: riconosco come mie le colpe dell’uomo. Quando dico «come noi li rimettiamo ai nostri debitori», non sciolgo solo il debito di chi è in torto nei miei confronti: estendo il perdono a ogni peccato del­l’uomo sull’uomo, sulla natura, sull’esistente.

Jiso

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* PREGHIERA

O Gesù, vincitore del male e della morte,
liberaci dalla tentazione di cercarti soltanto nel cielo. Donaci la capacità di vederti in ogni essere, presente e vivo, come il seme che attende la germinazione nel sole.
Fa’ che il nostro vivere insieme
sia sotto il segno della tua prima Chiesa.
Insieme nella preghiera e nel lavoro,
insieme nel silenzio contemplativo e nella frazione del pane. Insieme nel dividere i frutti del nostro lavoro,
insieme nel dividere i doni del tuo Spirito.
Insieme nell’attesa del tuo ritorno,
insieme nel pacifico lavoro che accelera la tua venuta. Amen.

(Anonimo)

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